Grasso: “In 80 anni ho vissuto quattro vite. Abbiamo sconfitto la mafia ma la politica mi ha deluso”
Piero Grasso, ottant’anni e quante vite?
«Ottant’anni e quasi una settimana per la verità, perché ufficialmente compio gli anni l’1 gennaio, ma sono venuto al mondo il 23 dicembre 1944. Mia nonna, ancora sconvolta dalla guerra, convinse mio padre a dichiararmi nel ’45 per farmi guadagnare un anno in caso di una chiamata alle armi. E di vite ne ho avute almeno quattro: quella da bambino, ragazzo, studente universitario come tutti, quella da magistrato, quella da politico e ora quella della Fondazione, in giro per l’Italia a formare i ragazzi alla legalità».
Preferisce essere chiamato procuratore o presidente?
«Procuratore, di sicuro. Per quanto non avrei mai immaginato nella mia vita di poter ricoprire la seconda carica dello Stato, la mia carriera in magistratura, l’essere stato giudice a latere del primo maxiprocesso alla mafia e poi procuratore capo a Palermo e capo della Direzione nazionale antimafia, è stato il coronamento di un sogno che ho sempre avuto da ragazzino. Posso dire di aver contribuito per la mia parte a fare la storia della lotta alla mafia»
Magistrato già a 24 anni, giovanissimo. Come mai questa scelta?
«Un giorno mio padre tornò a casa con Il giornale L’Ora sotto braccio. In prima pagina campeggiava la foto di una donna in nero ( era Serafina Battaglia) che piangeva sul corpo di un ragazzo ucciso per strada. Sullo sfondo c’era un uomo. Quando chiesi a mio padre chi fosse, mi rispose: “Quello è il magistrato che fa il sopralluogo, poi le indagini per trovare i colpevoli”. “E’ quello che voglio fare da grande” gli risposi. E così è stato».
Dieci anni dopo, in una una foto storica, quella del delitto del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, c’è lei giovane magistrato che fa il sopralluogo.
«Una foto che ancora mi dà i brividi, ero di turno quel 6 gennaio 1980, fu la mia prima indagine di mafia. Il cappotto color cammello non l’ho mai più indossato. E mai avrei pensato, in quel momento drammatico, io giovane magistrato, lui professore di diritto, che 35 anni dopo avrei reincontrato Sergio Mattarella nella Sala Corazzieri del Quirinale per il passaggio di consegne da me, presidente della Repubblica supplente dopo le dimissioni di Napolitano, a lui, eletto nuovo capo dello Stato».
Diciannove ergastoli e 2665 anni di carcere, per la prima volta il riconoscimento di Cosa nostra come un’associazione criminale unitaria e verticistica. Come è arrivato a fare il giudice a latere del maxiprocesso alla mafia?
«Settembre 1985, un giorno indimenticabile che ha cambiato per sempre la mia vita. Falcone e Borsellino erano appena tornati dall’Asinara dove avevano scritto l’ordinanza di rinvio a giudizio. Mi chiama al telefono l’allora presidente del tribunale Franco Romano. Io ero in ferie a Mondello. “Vieni da me, devo parlarti”. “Presidente, ho la macchina dal meccanico”. “Ti mando a prendere dall’autista”. Mi presento nel suo ufficio e comincia a dirmi: “Sei bravo, diligente, apprezzato dagli avvocati…”. “Presidente, non mi avrà fatto venire per farmi i complimenti. Dov’è la fregatura?”. E mi propose l’incarico che molti altri giudici con più esperienza di me avevano rifiutato. Chiesi 24 ore per parlarne con mia moglie Maria. Tornai a casa e le raccontai tutto: “Se accetto cambierà la nostra vita, dovremo vivere sotto scorta, minacce, delegittimazioni”. Ma lei mi disse: “E’ il sogno della tua vita, quello che viene ce lo prendiamo”. Il giorno dopo mi presentai da Falcone, mi portò in una stanzetta attigua al suo ufficio con i faldoni fino al tetto, 400.000 pagine da studiare e mi disse: “Vieni, ti presento il maxiprocesso”».
Tiri fuori dei ricordi di quei mesi nell’aula-bunker dell’Ucciardone.
«La sensazione del primo giorno, innanzitutto, le gabbie stracolme di centinaia di mafiosi, giornalisti di tutto il mondo. Quando la corte uscì mi venne un groppo in gola, lo stesso che mi tornò, 22 mesi dopo, quando salimmo sul pretorio per la lettura della sentenza. Durò un’ora e 35 minuti e nessuno immediatamente capì la portata di quella sentenza. Ricordo da una gabbia la voce di un detenuto che gridò: ” Avvocato, ma come finì”?. Segnammo uno spartiacque che dimostrò che la mafia era un’organizzazione strutturata, che i processi con i pentiti si potevano fare e che lo Stato quando vuole può fare la differenza».
Trentacinque giorni in camera di consiglio, lei uscì con la barba lunga.
«Due giudici togati, un’ostetrica, tre professoresse, un ex impiegato comunale, un dipendente di banca. Eravamo diventati una piccola famiglia. Io mi portai la cyclette e un vogatore e la mattina invece di farmi la barba mi tenevo in movimento. Avevamo un cuoco che veniva a cucinare per noi, ma non potevamo incontrarci. Quando era pronto, suonava il campanello e noi ci presentavamo. Aveva portato una lavagnetta in cui potevamo lasciare scritto i nostri desideri, così per attenuare la durezza della clausura. Un giorno ci fece dei meravigliosi gamberoni al vino. Non sapevamo che il presidente Alfondo Giordano era allergico al pesce. Protestò vivamente, ci rampognò sullo spreco di soldi e lasciò sulla lavagnetta un’ordinanza con cui si vietava di introdurre pesce nell’aula bunker».
Da 45 anni vive sotto scorta, con falcone e Borsellino ha condiviso lavoro, impegno, amicizia. Lei per fortuna è ancora qui con noi. Com’è vivere con la paura?
«La paura l’abbiamo avuta tutti, ma la esorcizzavamo scherzando. Una volta Giovanni disse a Paolo: “Ma le chiavi della cassaforte le hai solo tu. E se ti succede qualcosa?”. E lui gli rispose:”Tranquillo, le chiavi sono in buone mani, casomai prima ammazzano te”. Un’altra volta Borsellino fece sparire una delle amate papere di cui Falcone faceva collezione. Lui diventò pazzo e voleva aprire “un’indagine”. Borsellino gli fece trovare un biglietto al posto della papera mancante con su scritto: “Trattatasi di sequestro di papera. Il riscatto è un pacchetto di Dunhill”.
Con Falcone poi lei andò a Roma, gli anni da consulente dell’antimafia prima, da procuratore nazionale antimafia poi, la cattura di Provenzano, la collaborazione di Spatuzza che aprì la strada alla scoperta del depistaggio sulle stragi. Poi perché decise di lanciarsi in politica?
«Stavano per finire gli otto anni da Procuratore antimafia. Bersani mi chiese di dare una mano nella legislazione antimafia. Mi convinse e fui eletto al Senato, il primo giorno presentai un disegno di legge anticorruzione. Poi arrivò la carica di presidente del Senato, era il 16 marzo 2013, due anni dopo, alle dimissioni di Napolitano, mi sono ritrovato a fare il presidente della Repubblica supplente, un’emozione grandissima».
Poi però la politica ha deciso di lasciarla. Deluso?
«In un certo senso sì. Nel mio lavoro da magistrato ho ottenuto risultati concreti, in politica pensavo di poter dare un apporto maggiore, ma se non hai i numeri, anche se le tue idee sono condivisibili, restano al palo».
Falcone diceva che la mafia come tutte le cose umane ha avuto un inizio e avrà una fine. Oggi tutti i boss di Cosa nostra sono morti o in carcere da anni. La mafia è finita?
«Il giorno dell’arresto di Matteo Messina Denaro, l’ultimo grande latitante, ero dal notaio per la costituzione della fondazione Scintille di futuro con la quale adesso mi dedico all’educazione alla legalità e alla formazione dei ragazzi. Sicuramente è finita la Cosa nostra stragista ma la mafia non è certo scomparsa, si adatta, sfrutta le nuove tecnologie, è difficile da combattere. Per farlo ci vuole la volontà delle istituzioni di fare luce sulla zona grigia delle connivenze e dei cittadini a vivere secondo un’etica che disprezza il codice mafioso».
