Bonaccini: “A lungo reticente Meloni paga i suoi errori”
«L’attacco di Trump all’Italia è irricevibile». Stefano Bonaccini, eurodeputato e presidente del Pd, non ha dubbi: «Ha fatto benissimo la segretaria Elly Schlein a esprimere solidarietà alla premier. Siamo avversari, ma non possiamo accettare né intromissioni né intimidazioni da parte di capi di Stato stranieri».
Cosa ha scatenato la furia di Trump, secondo lei?
«Ogni giorno il presidente Usa trova un nemico da colpire, in genere tutti coloro che non gli danno ragione. Finora Giorgia Meloni gli aveva sempre dato ragione o, al limite, si era trincerata dietro pilateschi “non condivido né condanno”. Stavolta si è dissociata dall’aggressione al Papa, lui è rimasto spiazzato e si è vendicato».
La subalternità del governo italiano ha fatto credere alla Casa Bianca di poter telecomandare il nostro Paese a suo piacimento?
«Mi pare evidente. Meloni si è fatta vanto, per un anno e mezzo, di avere un rapporto speciale con Trump. Ancora poche settimane fa lo proponeva per il Nobel per la pace, ha minimizzato sui dazi che danneggiano la nostra manifattura e i nostri prodotti agricoli. Trump aveva individuato in Orbán e in Meloni le sue quinte colonne in Europa: il primo è stato ringraziato dagli ungheresi col voto di domenica, l’altra è stata sconfitta al referendum anche per questo. Gli italiani difendono la Costituzione non solo perché prevede la separazione dei poteri, ma perché dice che l’Italia ripudia la guerra».
Fatto sta che dopo Orbán, l’Europa perde l’ultima pontiera: è un problema o un’opportunità?
«Entrambi erano funzionali agli Usa per dividere l’Europa, l’esatto contrario del nostro interesse nazionale. L’Italia, al pari degli altri Paesi europei, conta nella misura in cui conta l’Europa: se è divisa l’Italia non conta nulla, come si è visto».
Meloni ha preso le distanze solo dopo gli insulti a Leone XIV: il suo silenzio era insostenibile?
«Sì. Per molto tempo i suoi silenzi e reticenze sono stati insostenibili: sia quando Netanyahu sterminava i palestinesi e i libanesi, sia quando Trump bombardava l’Iran. A lungo non ha trovato parole adeguate. Stavolta lo ha fatto, tardivamente ma lo ha fatto, e gliene do atto».
Il frontale con il Papa non rischia di aprire una crepa nel cuore dell’amministrazione Usa, il cui asse portante è rappresentato da Vance, cattolico ultraconservatore?
«Mi pare che le politiche scellerate di Trump stiano destabilizzando ben altro: il mondo intero, la pace e il diritto internazionale, la libera convivenza e lo sviluppo, l’equilibrio ambientale e quello sociale. È auspicabile che anche nella sua maggioranza si muova qualcosa».
Meloni non si aspettava questo attacco: è la prova che ha sbagliato a investire tutto su Trump?
«Credo che abbia scommesso su un vantaggio tattico, nel momento dell’elezione di Trump, e che ora si accorga di aver commesso un errore strategico. Ma non basterà una dichiarazione, pur condivisibile, a cambiare un’intera politica estera fatta di assenze, subalternità e scelte sbagliate».
La Ue dovrà rassegnarsi a fare a meno degli Stati Uniti?
«Io spero che alle prossime elezioni di midterm gli americani puniranno Trump, come hanno fatto in tutte le tornate locali degli ultimi mesi. Lo dico perché il peso specifico degli Stati Uniti rimarrà comunque cruciale, e occorre ostacolare in ogni modo le follie dell’inquilino della Casa Bianca, nell’attesa di un nuovo presidente».
E nel frattempo?
«Bisogna rafforzare l’Europa, renderla più unita e autonoma: è condizione indispensabile per promuovere pace, stabilità e sviluppo a livello globale. Di tanti piccoli stati europei subalterni non sappiamo cosa farcene in un mondo alle prese con le politiche di potenza dei Trump e dei Putin».
Meloni ha sospeso l’accordo Italia-Israele che il Pd chiedeva da mesi: meglio tardi che mai?
«Meglio tardi che mai. Ripeto: quello che non avevano potuto i massacri di palestinesi e libanesi, alla fine, ha potuto il referendum sulla giustizia. Meloni si è resa conto con enorme ritardo di aver imboccato un vicolo cieco».
