Nel nord la criminalità organizzata non è radicata?
La delibera, approvata l’11 giugno dalla quinta commissione del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), continua a proporre una geografia della mafia che appare ancorata al passato. Nell’individuare le procure situate in “zone ad alta densità mafiosa” ai fini delle nomine direttive, il Csm concentra l’attenzione soprattutto sul Mezzogiorno e su Roma, escludendo città come Milano, Bologna e Torino.
La scelta non è soltanto formale. Nelle procure incluse nell’elenco, l’esperienza maturata nelle indagini di mafia assume un peso determinante nella selezione dei dirigenti; negli uffici esclusi, quel requisito perde rilevanza. Pur non negando la presenza delle mafie al Nord, il Csm ritiene che tali territori non presentino una densità mafiosa tale da giustificare criteri speciali.
Eppure le stesse relazioni della Dia e della Procura nazionale antimafia, richiamate nella delibera, descrivono un radicamento stabile delle organizzazioni criminali nelle aree economicamente più sviluppate del Paese. Bologna è stata al centro del processo Aemilia, che ha certificato la presenza strutturale della ’ndrangheta nel tessuto imprenditoriale emiliano. Milano, da anni, rappresenta uno dei principali centri economici degli investimenti mafiosi. Ne è un esempio il processo Hydra, un’importante inchiesta giudiziaria della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Milano che ha portato alla luce l’esistenza di un “sistema mafioso lombardo”. L’indagine ha svelato una storica e inedita alleanza criminale nel Nord Italia tra esponenti di ‘Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra. Nata da un’operazione condotta dai Carabinieri e coordinata dai pubblici ministeri milanesi, l’indagine ha smantellato l’idea che le diverse organizzazioni mafiose operassero in Lombardia in modo isolato. Al contrario, il processo ha documentato come i clan abbiano costituito una vera e propria confederazione mafiosa. Gli interessi comuni includono il traffico di droga, le estorsioni e il reimpiego di capitali illeciti. Il maxi-processo ha un forte valore simbolico e sociale, tanto che diverse amministrazioni locali e sindacati (come il Comune di Milano, la SPI CGIL Lombardia, Libera) si sono costituiti parte civile per riaffermare la legalità nel territorio lombardo. La portata dell’inchiesta ha purtroppo generato serie ritorsioni: i magistrati titolari dell’indagine, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, sono stati destinatari di gravi minacce di morte che hanno richiesto un innalzamento dei livelli di sicurezza.
La decisione del Csm lascia quindi disorientati. Il nodo sta nel criterio adottato, che continua a privilegiare indicatori storici come i detenuti al 41 bis o gli scioglimenti dei comuni per mafia. Parametri che rischiano di non cogliere la trasformazione delle organizzazioni criminali, oggi sempre più orientate all’infiltrazione dell’economia legale, al riciclaggio e alla costruzione di relazioni imprenditoriali.
Il risultato è una fotografia che riconosce la mafia soprattutto dove storicamente ha esercitato il controllo violento del territorio, ma fatica a vederla dove oggi investe, condiziona e accumula potere economico. Una rappresentazione che sembra descrivere un’Italia del passato più che quella raccontata dalle indagini e dalle sentenze degli ultimi decenni.
