lunedì 15 Aprile 2024
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Come gestire il potere televisivo pubblico

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Sembra
che ormai l’Italia si sia abituata all’idea che il nostro Presidente
del Consiglio, oltre a essere proprietario delle reti Mediaset,
gestisca anche il servizio televisivo pubblico.

Forse
agli italiani piace così… forse il nostro popolo ama la figura
dell’uomo forte, e l’esempio dell’ascesa al potere di Mussolini lo
testimonia. Probabilmente alla nostra gente il potere assoluto piace,
rassicura… e parole come “democrazia”, “rispetto delle
regole”, “alternanza dei poteri” risultano importanti solo per
un ristretto gruppo di persone, del tutto ininfluente per le sorti di
questo Paese.

La
popolarità di Berlusconi pare non essere minimamente scalfita dal
suo conflitto di interessi, anzi sembra accrescersi grazie alla sua
“simpatia”, al suo apparire realizzato in quei tre “campi”
sui quali pare maggiormente concentrarsi l’interesse degli
italiani: calcio, donne e soldi.
Berlusconi
rappresenta il sogno, il mito… quello che può rappresentare per
tanti giocatori il Superenalotto! Tutti sanno che non vinceranno mai,
ma ci provano. Così tutti sanno che Berlusconi è quello che è…
però fa sognare…
Altrimenti
non si spiegherebbe l’indifferenza che in questi giorni si respira di
fronte a due vicende legate all’informazione italiana.

La
prima è l’esistenza di un piano berlusconiano per smontare pezzo per
pezzo la Rai, come dimostra la recente sospetta rinuncia da parte
della televisione di Stato di un sodalizio con Sky.
Il
quotidiano “La Repubblica” ha anticipato un piano che
prevederebbe una modifica del contratto di servizio tra governo e
televisione pubblica, con il conseguente oscuramento dalla
piattaforma di Murdoch di tutti i canali Rai, anche quelli in chiaro.
Una
politica che sembrerebbe favorire Mediaset, principalmente con due
obiettivi: ridurre in stato di totale servaggio la Rai (il cui
obiettivo industriale non deve essere più il servizio pubblico ma
quello di non disturbare Mediaset) e cercare di espellere la
concorrenza di Sky dal nostro sistema televisivo.
Alla
faccia della libera concorrenza! Ma Confindustria non ha nulla da
dire sull’argomento? A quanto pare no.

Altra
singolare circostanza è quella che vede Silvio Berlusconi, nella
doppia veste di Presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset,
nominare nella sua residenza privata i dirigenti dell’azienda
concorrente: la Rai.
Come
avvenne anni fa, quando Berlusconi “inviò” la sua ex segretaria
personale in una delle scrivanie più importanti della Rai, continua
oggi il più totale silenzio sulle recenti nomine Rai, dove ai posti
di responsabilità sono stati messi uomini molto vicini alla
maggioranza di Governo.
Come
giustamente scrive Michele Serra: “Se fosse la Toyota a nominare
il management della Fiat, o l’Inter a decidere la campagna acquisti
del Milan, ovviamente verrebbe da pensare che ogni mossa sia viziata
da interessi altrui. E’ anche per questo, del resto, che non è la
Toyota a nominare il management Fiat, e non è Moratti a decidere la
formazione del Milan: esistono leggi, e prima ancora delle leggi
ovvie consuetudini, che impediscono simili assurdità, e
soperchierie
”.

Ma
Berlusconi non si ferma qui: vuole l’assoluta assuefazione
dell’informazione ai propri voleri, e così ieri è arrivato a
rappresentarsi la tv del Servizio pubblico a sua immagine e
somiglianza.
Nella
conferenza stampa di venerdì ha anche parlato di Rai, sentite in che
termini: “State bene? Che aria si respira in Rai con i direttori
che ho fatto io?
”.
Poi,
riferendosi a una giornalista del Tg3, che come avviene in una
democrazia, aveva posto al Premier una domanda, Silvio risponde: “Lei
appartiene a una testata che ieri ha fatto quattro titoli tutti
negativi e di contrasto all’attività di governo. Credo che sia una
cosa che non dobbiamo più sopportare, non possiamo più sopportare:
che la Rai, la nostra televisione pubblica sia l’unica televisione
al mondo che, con i soldi di tutti, attacchi il governo. Siamo
maggioranza, non vogliamo fare ciò che l’altra maggioranza di
sinistra ha fatto in passato, quando la Rai ha continuato ad
attaccare l’opposizione».
Ha
poi aggiunto:
«Quindi non è vero che c’è la libertà
di stampa o di televisione e che compito di un media è quello di
attaccare chi governa…
”.
E
poi l’affondo finale: “Il mandato che io vorrei che la nostra
televisione pubblica avesse, e che è il mandato che corrisponde (ho
sondaggi precisi al riguardo) alla volontà degli italiani che pagano
la Rai con i soldi di tutti, è che la Rai faccia veramente il
servizio pubblico e che non attacchi né governo né opposizione
”.

Non
vorrei sbagliare. Ma credo che in una qualsiasi democrazia lo scopo
del giornalista e dei mass media sia quello di informare, anche
ponendo domande indiscrete. Questo perché si sa che il potere, sia
di destra che di sinistra, sporca i cuori, le menti… e le mani.
Compito
dell’informazione dovrebbe essere “assicurare il pluralismo e,
possibilmente, l’obiettività, prendere le distanze dal potere
politico, nell’elogio e nella critica, garantire la rappresentanza
alle minoranze
”.
Come
scrive Aldo Grasso sul quotidiano “Il Corriere della Sera”
commentando le parole di Berlusconi: “Questa funzione
anestetizzante del Servizio pubblico è una novità assoluta (anche
se ricorda passati regimi), non la si trova nello statuto di nessuna
tv europea
”.

L’idea
che Berlusconi ha in mente per informazione e giornalismo l’ha data
alcuni giorni fa, quando riferendosi ai giornalisti sportivi ha
detto: “Siete più bravi dei giornalisti politici che insistono
sempre per fare domande

Il
Premier ha così approfittato dell’occasione per “ricordare le
regole fondamentali del giornalismo sportivo: i tifosi leggono solo
gli articoli relativi alla propria squadra del cuore e vogliono avere
conferme, non critiche
”.
Il
mancato rispetto di queste regole porterebbe, secondo Berlusconi, ad
un rischio minaccioso per la categoria: “Semplicemente i tifosi
smetteranno di comprare i giornali
”.

Ecco
come questi quindici anni di Berlusconi hanno ridotto l’informazione,
la democrazia e la politica in Italia. E’ da anni che nel nostro
Paese alcune persone mettono in guardia sul “pericolo della
deriva democratica
” e anche in questo umile sito da tempo
informiamo sui rischi di questa degenerazione italiana. Ma è chiaro
che alla gente comune tutto questo non interessa.
Calcio,
donne e soldi sono gli ingredienti della ricetta vincente di questo
Paese.
Oppure
no?

P.S.:
Per
chi volesse approfondire la riflessione sul ruolo del Servizio
Pubblico (SP) in Italia riporto una parte dell’articolo di Aldo
Grasso sul Corriere della Sera che mi sembra significativo:

Da
parecchi anni la Rai non s’interroga più sul ruolo di SP e le
giustificazioni che il dg Mauro Masi ha dato sul divorzio da Sky sono
sintomatiche di un disinteresse totale per queste problematiche.
Com’è noto, il concetto di SP qui da noi è ben presto degenerato
in lottizzazione. Anzi, proprio in questi giorni, siamo tornati alla
lottizzazione più selvaggia: al Tg1 e a Raiuno sono stati nominati
ben 11 vicedirettori, per gratificare la maggioranza e accontentare
un po’ l’opposizione (in stile riserva indiana). Una
lottizzazione così spudorata da essere fatta in videoconferenza
(alcuni consiglieri non erano presenti a Roma, forse già in
vacanza), una lottizzazione così affamata di posti da smembrare la
direzione unica della radio per ricavarne altri. Anche la Lega, in
passato così sprezzante nei confronti della pratica, si è adeguata:
Antonio Marano ha accumulato così tante deleghe da lasciare le
briciole agli altri vicedirettori generali. Più la si disprezza nei
convegni, più la si pratica. La spartizione delle spoglie Rai è un
rito tribale che appartiene ormai alla fisiologia della nostra
democrazia: si confonde ora con il pluralismo ora con il
clientelismo, ora con lo strumento di controllo ora con la
spudoratezza. Nessun moralismo al proposito, ma a rimetterci sono i
prodotti (siamo persino arrivati alla lottizzazione della fiction!) e
l’esistenza stessa del SP […]
Il
direttore generale, i direttori delle reti e dei tg non dovrebbero
più essere scelti in base alla loro appartenenza politica ma alla
correttezza professionale. Non sono i sondaggi a dirlo, ma il buon
senso. Che esiste ancora, ma, come diceva don Lisander, se ne sta
nascosto per paura del senso comune
”.