Bil’in sotto attacco

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In
queste settimane i soldati israeliani stanno invadendo quasi ogni
notte il villaggio di Bil’in , famoso in tutto il mondo per la sua
resistenza nonviolenta conto il Muro. Uno di queste notti mi è
capitato di “assistere” ad un arresto, questo è il mio
racconto..

Cinque
anni fa la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata, con
opinione consultiva, sul Muro costruito nei Territori Palestinesi
Occupati dichiarandolo illegale e stabilendone lo smantellamento.
Dopo cinque anni di silenzio e complicità da parte della comunità
internazionale nella perpetuazione di questo crimine, diversi paesi
nei Territori Occupati hanno formato comitati impegnati in
dimostrazioni continue di protesta contro il Muro e le colonie
israeliane. Israele comincia a temere questo fenomeno di resistenza
popolare, specialmente a causa dell’unità formatasi tra
palestinesi, attivisti israeliani ed internazionali che da quattro
anni ormai portano avanti proteste congiunte. Per questa ragione le
Forze di Occupazione Israeliane hanno incrementato la violenza e la
repressione nei confronti delle comunità che resistono (coprifuoco,
assedi, distruzioni di proprietà, minacce, arresti e sequestri di
attivisti, ferimenti e uccisioni di dimostranti), sia colpendo
individui sia intere comunità come forma di punizione collettiva.
L’obiettivo è di stroncare il crescente movimento di resistenza
popolare e scoraggiare le comunità dall’unirsi alla lotta.

Nelle
scorse settimane le Forze di Occupazione Israeliane hanno invaso il
paese di Bi’lin (60% della terra del quale è stata confiscata per
la costruzione del Muro) ed altri, compiendo incursioni notturne
nelle case per sequestrare i dimostranti, la maggior parte giovani
sotto i 18 anni, e costringerli a confessare di aver tirato pietre
nelle manifestazioni o in generale accusarli di istigazione e uso
della violenza. Nelle scorse settimane circa 20 persone sono state
letteralmente rapite a Bil’in. Per questo il Comitato Popolare di
Bi’lin ha richiesto la presenza notturna di attivisti
internazionali ed israeliani, per documentare e scoraggiare le
incursioni notturne.

Giovedì
16 giugno ho deciso, insieme ad un paio di amici, di portare al
villaggio la nostra solidarietà e trascorrere lì la notte prima
della consueta dimostrazione del venerdì. Sotto proverò a scrivere
quello che ho visto quella notte, essendo stato testimone di uno di
questi “arresti”. Come al solito le famiglie del paese ci hanno
accolto calorosamente, poi abbiamo conosciuto gli attivisti
dell’International Solidarity Movement, presenza permanente nel
paese (giusto qualche giorno prima un attivista statunitense è stato
arrestato mentre tentava di impedire uno di questi veri e propri
sequestri di palestinesi). Ci siamo organizzati in tre gruppi, ognuno
di guardia su un tetto in un punto strategico del paese, nel
tentativo di avvistare i soldati israeliani arrivare ed avvertire in
tempo gli altri compagni. Il nostro gruppo era formato da 5-6
persone; tutti fissavamo il punto dal quale di solito le jeep dei
soldati attraversano il Muro di Separazione per entrare nel paese.
Caffè caldo e un buon narghilè ci aiutavano a sopportare il freddo
e la lunga attesa. Dopo un paio di ore, le 2 del mattino, un
cellulare squilla e veniamo informati che jeep piene di soldati
avevano invaso il villaggio e stavano per arrestare della gente. Siam
saltati su una macchina precipitandoci nel posto dell’arresto:
dozzine di soldati, in assetto da guerra, con maschere nere in volto
e tute mimetiche, avevano già circondato la casa ed erano entrati,
rovistando in ogni dove. Siamo usciti tutti insieme dalla macchina
nel tentativo di entrare nella casa, e abbiamo cominciato a
riprendere la scena e far foto ai soldati. Ovviamente questi ci
hanno impedito di entrare minacciando di arrestarci. A questo punto
abbiamo visto tutta la famiglia, madre, padre e i quattro figli,
cacciati in maniera umiliante fuori di casa, ancora mezzi
addormentati, col pigiama addosso. A seguire Imad Burnat, membro del
Comitato Popolare di Bil’in, bendato e con le mano legate, veniva
strattonato e spinto fuori da un gruppo di soldati. Imad è stato
brutalmente trascinato per un quasi un chilometro attraverso la buia
campagna, fino a quando non è stato spinto dentro ad un veicolo
militare e portato via verso il vicino avamposto militare.

Qualche
palestinese, il padre di Amid e noi, una dozzina di attivisti
internazionali, sulle prime abbiamo cercato di bloccare il cammino
dell’unità militare (circa una ventina), poi li abbiamo seguiti
tentando di intralciar loro il percorso, chiedendo il rilascio di
Amid e protestando contro la pratica dei sequestri di palestinesi. Le
Forze di Occupazione Israeliana hanno tentato di disperderci
picchiando con i loro fucili, gettando granate a percussione e bombe
sonore, spruzzando gas chimici in faccia. Siamo riusciti a disturbare
il loro percorso fino a quando altre unità di soldati non sono
arrivate cominciando a darci la caccia con la chiara intenzione di
arrestarci. Haitam al-Khatib, attivista paestinese, nella fuga per
evitare di esser preso, è inciampato e si è ferito ad una gamba.
Come i soldati tornavano verso il villaggio respingendoci indietro,
il padre di Amid, in preda alla rabbia, ha preso il suo figlio più
piccolo in braccio avvicinandosi ai militari e, rivolto a suo figlio
come per dargli una lezione, ha cominciato a gridare, col dito
puntato verso i soldati:
“Guarda
papà, non aver paura! Guardali! Sono soldati, son israeliani! Loro
hanno preso tuo fratello!”
. Poi
la mamma, vedendo il piccoli piangere impaurito, lo ha strappato
dalle braccia del padre e rivolta ai soldati, furibonda, si è
sfogata:
“Basta! Ora basta! Non è
abbastanza tutto questo? Andate via, via! Cosa altro volete da noi!”.

L’unità
di soldati se ne è andata, seguita poco dopo da almeno altre quattro
jeep che provenivano dal paese. Abbiamo stimato che tra 50 e 80
soldati erano coinvolti nell’arresto di un civile palestinese
disarmato.
Nonostante
la recente ondata di arresti e l’inasprimento della repressione
delle proteste, il movimento di resistenza popolare non è stato
sconfitto e le dimostrazioni settimanali contro il Muro e le colonie
israeliani continuano a Bil’in, Ni’lin, Jayyus, al-Ma’sara e
altri paesi della Cisgiordania occupata.

Enrico
Bartolomei, Alternative Information Center

For
further info on the popular resistance in Bil’in see
www.bilin-village.org. See also “Repression allowed, resistance denied: Israel’s
suppression of the popular movement against the Apartheid Wall of
Annexation”, Addameer and Stop the Wall Campaign new Joint Report
on
http://stopthewall.org/activistresources/2019.shtml.