venerdì 24 Maggio 2024
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L’apocalisse è già qui

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Apocalisse significa
rivelazione. Che cosa ci rivela l’apocalisse scatenata dal maremoto
che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?

Non o non solo – come
sostengono più o meno tutti i media ufficiali – che la sicurezza
(totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia,
l’infrastruttura e l’organizzazione di un paese moderno ed efficiente
non bastano a contenere i danni provocati dall’infinita potenza di
una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia,
infrastrutture e organizzazione a volte – e per lo più –
moltiplicano quei danni, com’è successo in Giappone, dove la cattiva
gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad
aggiungere ai danni dello tsunami.

Non è stato lo tsunami a
frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager,
amministratori e comunicatori: l’apocalisse li ha trovati intenti a
mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di
nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà
si incarica di svelare. È un’intera classe dirigente, non solo del
nostro paese, ma dell’Europa, del Giappone, del mondo, che
l’apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci
mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più
“leggero”: Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi
sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa
aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent’anni. Ma non
erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque:
c’era da fidarsi allora? E c’è da fidarsi adesso?

Per chi non ha la
possibilità o la voglia di sviluppare un pensiero critico e si
lascia educare dai media, sono gli scienziati e i tecnici a poterci e
doverci guidare lungo la frontiera dello sviluppo. I risultati di
quella guida sono ora lì davanti ai nostri occhi. L’apocalisse ci
rivela invece che sono gli artisti, con la loro sensibilità e il
loro disinteresse, a instradarci verso la scoperta del futuro.
Leggete Terra bruciata di James Ballard o, meglio ancora, La strada
di Cormac McCarthy; o andate a vedere il film tratto da questo
romanzo. Vi ritroverete immediatamente immersi in panorami che oggi
le riprese televisive della costa nordorientale del Giappone ci
mettono davanti agli occhi. E con McCarthy potrete rivivere anche il
senso di abbandono, di terrore, di sconforto, di inanità che solo
una irriducibile voglia di sopravvivere a qualunque costo e il fuoco
di un legame affettivo indissolubile riesce a sconfiggere.

L’apocalisse ci rivela che
la normalità – quella che ha contraddistinto la vita di molti di noi
per molti degli anni passati, ma che non è stata certo vissuta dai
miliardi di esseri umani che hanno fatto le spese del nostro
“sviluppo” e del nostro finto “benessere” – è
finita o sta per finire per sempre. È finita per il Giappone – e non
solo per le popolazioni sommerse dallo tsunami – che ora deve fermare
le sue fabbriche, sospendere le sue esportazioni, far viaggiare a
singhiozzo i suoi treni, chiudere le pompe di benzina, spegnere le
luci, bloccare tutti o quasi i suoi reattori nucleari; senza sapere
con che cosa sostituirli e senza sapere se e quando potrà
riprendersi da un colpo del genere (un destino simile a quello che
potrebbe far piombare di colpo la Francia nelle condizioni di un
paese “sottosviluppato” se solo le accadesse un incidente
analogo). I tanti programmi di «rinascita del nucleare» varati
negli ultimi anni – che sono la risposta più irresponsabile e
criminale alla crisi economica mondiale – si rivelano una truffa: il
tentativo di far credere che con l’atomo consumi, sviluppo ed
“emersione” di paesi che annoverano miliardi di abitanti
possano riprendere e continuare a crescere come prima. Tant’è che
quei programmi stavano andando avanti – e forse verranno mantenuti
ancora per un po’ – soltanto nei paesi senza nemmeno la parvenza
della democrazia (tra cui l’Italia). Ma adesso tutti, o quasi, si
dovranno fermare.

Ma non saranno rose e
fiori neanche per i paesi che viaggiano a petrolio, metano e carbone,
come il nostro. Il Medio Oriente è in fiamme e se – o meglio, quando
– crollerà il regno saudita, anche il petrolio arriverà con il
contagocce. Soprattutto in Italia; ma anche in Europa. E allora addio
sogni di gloria per l’industria automobilistica: non solo quelli di
Marchionne (che sono un mero imbroglio), ma anche per quelli di tutta
l’Europa. Per non parlare degli Stati Uniti: a giugno dovranno
rinnovare una parte del loro debito, che è ben più serio e in
bilico di quelli di tutti i paesi dell’Unione europea messi insieme;
ma forse nessuno lo vorrà più comprare. Il che significa che un
nuovo crack planetario è alle porte.

Insomma, niente sarà più
come prima. Era già stato detto all’indomani dell’11 settembre; ma
poi ciascuno ha continuato a fare quello che faceva prima. Comprese
le guerre; compresa le speculazioni finanziarie e la reiterazione
della crisi che essa si porta dietro; e che è stata invece trattata
come «un incidente di percorso», da cui riprendere al più presto
la strada di prima, discettando sui decimali di Pil che da un momento
all’altro potrebbero invece precipitare di un quinto o di un terzo.

Quello che l’apocalisse
dello tsunami in Giappone ci rivela è la “normalità” di
domani. L’apocalisse è già tra noi, in quello che facciamo tutti i
giorni e soprattutto in quello che non facciamo. Dobbiamo imparare ad
attraversare e a vivere dentro un panorama devastato, dove niente o
quasi funziona più: non solo per il crollo o il degrado delle sue
strutture fisiche; o per l’intasamento della loro “capacità di
carico”; ma anche e soprattutto per la manomissione delle linee
di comando, per la paralisi delle strutture organizzate, per la
dissoluzione dello spirito pubblico calpestato dalle menzogne e
dall’ipocrisia di chi comanda.

Volenti o nolenti saremo
obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare
come riorganizzare le nostre vite in termini di una maggiore
sobrietà; e in modo che non dipendano più dai grandi impianti,
dalle grandi strutture, dalle grandi reti, dai grandi capitali, dalle
grandi corporation che li controllano e dalle organizzazioni statali
e sovrastatali che ne sono controllate: tutte cose che possono venir
meno, o cambiare improvvisamente aspetto dall’oggi al domani.

Dobbiamo adoperarci per
mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in
un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da
avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e
queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero:
perché solo di lì si può partire per costruire delle reti
sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte
a una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi
ambientale, a una nuova crisi finanziaria che è alle porte, al
disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si
aggrava di giorno in giorno; e persino a una crisi alimentare che
potrebbe farsi improvvisamente sentire anche in un paese del
“prospero” Occidente. Le fonti rinnovabili, l’efficienza e
il risparmio energetici, il riciclo totale dei nostri scarti,
un’agricoltura a chilometri zero, la salvaguardia e il riassetto del
nostro territorio, ma soprattutto uno stile di vita più sobrio e
restituito alla socievolezza sono i cardini e la base materiale di
una svolta del genere.

Va bene tutto ciò che va
in questa direzione; anche le piccole cose. Va male tutto ciò che vi
si oppone: soprattutto la rinuncia a un pensiero radicale.