Grillo: benvenuto in politica!

Venerdì 8 marzo
l’Espresso ha pubblicato un’inchiesta dal titolo «L’autista, la
cognata e il Costa Rica», nel quale si ricostruiscono le mosse
dell’autista-factotum di Beppe Grillo, Walter Vezzoli, a Papagayo,
famosa località turistica del Costa Rica.
L’inchiesta de
L’Espresso è firmata da Vittorio Malagutti, Nello Trocchia e
Andrea Palladino (il primo fino a poco tempo fa cronista finanziario
di punta de Il Fatto Quotidiano, gli altri due collaboratori sia del
Fatto che dell’Espresso).
L’inchiesta racconta di
tredici società per un investimento immobiliare e altri affari: tra
i soci figura anche la sorella della moglie del leader del Movimento
5 Stelle (all’epoca compagna di Vezzoli). Secondo L’Espresso quattro
delle tredici società «risultano immatricolate con la formulasociedad anonima, uno schermo giuridico che consente di
proteggere l’identità degli azionisti». Non solo, secondo il
settimanale il Costa Rica «è inserito nella black list dei paradisi
fiscali dal Tesoro italiano».
Nell’inchiesta de
L’Espresso si legge anche che “Nella Armonia Parvin SA, guarda
caso stesso nome della signora Grillo, sede a Santa Cruz, provincia
di Guanacaste, nell’appartamento numero dieci di Villa Mariposa, la
presidente Nadereh Tadijk e il segretario Vezzoli sono affiancati da
un terzo amministratore, un italiano residente in Costa Rica che si
chiama Enrico Cungi. Le cronache del 1996 raccontano che Cungi,
origini toscane, classe 1953, è stato coinvolto in un’indagine per
narcotraffico. Arrestato in Costa Rica e poi estradato in Italia ha
passato tre mesi nel carcere romano di Rebibbia, ma non risultano
condanne a suo carico. Cungi è poi tornato a vivere nel Paese del
Centroamerica dove gestisce alcune attività commerciali, tra cui
anche la società Armonia Parvin insieme alla cognata e all’autista
di Grillo”.
Grillo ha replicato
pubblicando sul suo sito l’autodifesa di Vezzoli (l’«angelo custode»
che dal palco di San Giovanni aveva presentato come «un ragazzo
formidabile che sta con me, fa la logistica, mi protegge») affidata
a un colloquio con Il Fatto Quotidiano. Era solo un sogno, spiega
Vezzoli, «non ho mai trovato gli investitori e quindi il villaggio è
rimasto sulle scartoffie di società aperte e chiuse». «Il resort
non esiste», aggiunge Vezzoli, «Io vivevo in Costa Rica e la
fantomatica società riconducibile a Grillo era un negozio di
prodotti biologici di 20 metri quadri la cui titolare era la sorella
della moglie di Grillo». A questi argomenti, Grillo ha aggiunto due
polemici «consigli» per i cronisti de L’Espresso: primo «consultare
Wikipedia e scoprire che persociedad anonimanei paesi in cui
si parla spagnolo si intende quella che in italiano viene comunemente
denominata società per azioni»; secondo «verificare che nella
lista Ocse il Costa Rica non è più un paradiso fiscale dal 2011».
L’Espresso ha replicato
che «fino al 2009, quando vennero create le 13 società di Vezzoli,
il Costa Rica era inserito nella lista nera dell’Ocse» e che «in
Costa Rica per le “sociedad anonima”, così come per tutte
le altre società, non c’è trasparenza su azionisti e bilanci».
Effettivamente se si
proseguisse nella ricerca su Google, come suggerisce Grillo, ci si
imbatterebbe nel sito costaricano di consulenza Cvfirm.com. In esso
si dice che con il terminesocietad anonimain Costarica si
intende una struttura societaria che ha tra le proprie
caratteristiche la possibilità di «nascondere molto facilmente i
nomi dei veri soci».
Per questo sono paradisi
fiscali: perché quando una società non è riconducibile a nessuno,
è libera di fare quello che vuole. Tutti i grossi scandali italiani,
tipo quello del Banco Ambrosiano, sono passati per società di questo
tipo.
La risposta di Grillo
effettivamente non è proprio delle migliori.
In un articolo apparso su
“Il Fatto Quotidiano” il giornalista Stefano Feltri pone alcune
domande:
– Perché l’autista
di Grillo apre 13 società in Costa Rica? Accettiamo la sua
spiegazione: abitava lì e quindi ha seguito il diritto locale. Ma
perché 13? A cosa servivano? Non ne bastava una? Chissà.
– Non so voi, ma se io
pensassi di costruire un resort in un paradiso turistico, prima mi
porrei il problema della fattibilità del progetto, poi cercherei i
finanziatori e alla fine aprirei delle società. Perché Vezzoli fa
il contrario? Una spiegazione ci sarà, ma lui, che al Fatto dice
“non avevo un centesimo”, non la fornisce. E se “non aveva un
centesimo”, chi ha versato il capitale sociale? Per 13 società ci
vogliono alcune decine di migliaia di dollari.
– Grillo sapeva che il
socio del suo autista era un tizio, Enrico Cungi, accusato di
traffico internazionale di droga? Non è stato condannato, ma è
stato estradato in Italia e condannato in primo grado per aver
venduto due grammi di cocaina (non risultano condanne successive,
quindi si immagina poi assolto). Nel link postato da Grillo si legge
che il Costa Rica è uno degli snodi chiave del traffico
internazionale di coca. Grillo si è mai informato sui rapporti tra
il suo autista-factotum e Cungi? Non ce lo spiega.
– Quelle società sono
poi state chiuse? In caso contrario, che senso hanno e che funzione
hanno svolto? L’Espresso nota che la società Ecofeudo, per il
progetto del mai realizzato resort, è ancora attiva. A che scopo,
visto che Vezzoli dice che quel progetto è abbandonato? Tenere
società opache in un (ex) paradiso fiscale ancora molto apprezzato
dagli imprenditori per la riservatezza che garantisce non è un bel
biglietto da visita per chi predica trasparenza in politica e vuole
abolire le scatole cinesi in Borsa (Vezzoli era sul palco di piazza
San Giovanni da cui Grillo urlava queste cose).
Credo siano domande
legittime visto e considerato che Grillo è il leader del partito più
votato in Italia.
A Grillo comunque è
arrivata subito la solidarietà di Antonio Di Pietro: «Caro Beppe,
quel che è successo a me, ora sta succedendo a te, il tuo essere
libero fa paura».
Chissà che non arrivi
anche la solidarietà di Gianfranco Fini, magari legandola alla
vicenda dell’appartamento del cognato sul caso di Santa Lucia!
Concludo
invitando il lettore a leggere l’articolo“Chi
mette i soldi nei paradisi fiscali” di Jacopo Fo.
