Il “settimo continente” è di … plastica!

plastic-oceans-photo09191.jpg
Ha
da poco compiuto i cento anni di vita e di recente si è conclusa
nelle sale del Science Museum di Londra una mostra a lei intitolata
“Plasticity, 100 years of making plastic”.

Nel
tempo ha cambiato nome, aspetto e ruolo in seno al costante processo
d’antropizzazione: la bachelite, la prima resina interamente
sintetica inventata dallo scienziato belga-americano Leo Hendrick
Baekeland nel 1907, era solo il primo anello di una lunga ed
affascinante catena di esperimenti ed invenzioni che avrebbero
generato la moderna ed onnipresente plastica.
Dal
grecoplastikê, la cui radiceplasmoindica “dare
forma”, la plastica si è imposta nel mercato, soprattutto a
partire dagli anni Cinquanta, proprio per la sua straordinaria
capacità di essere plasmata in qualsiasi forma rispetto ad altre
sostanze ed ha sostituito materiali naturali che cominciavano a
scarseggiare. Rigida, flessibile, impermeabile, resistente agli urti
e alle muffe, di prezzo appetibile, è ovunque, in casa, nel luogo di
lavoro, per strada, nei mezzi di trasporto, nell’edilizia,
nell’ambito della stessa medicina. Fin qui nulla da eccepire se non
fosse che un’altra realtà dai risvolti tutt’altro che positivi
si è lentamente consolidata, assumendo le dimensioni di una
problematica sociale a dir poco inquietante.
Panta
rei
, ovverotutto scorre, sosteneva l’ “oscuro”
Eraclito per il quale ogni cosa, indistintamente, era soggetta a
trasformazione. Ma questa filosofia non è possibile applicarla anche
alla plastica che si è rivelata, nella maggioranza dei casi, un
materiale non biodegradabile il cui incauto abbandono è il primo
passo verso il disastro ecologico. Grazie alle molteplici campagne
verdi che si sono attivate a livello mondiale non è una novità per
nessuno, per esempio, che un sacchetto per la spesa impiega almeno
due secoli a decomporsi e che quindi deve essere recuperato con
l’adeguato riciclo. Ma forse non è ancora di pubblico dominio
un’agghiacciante verità che da anni “galleggia” nell’Oceano
Pacifico, al largo delle Hawaii. Per gentile concessione di
Greenpeace, una delle più famose associazioni ecologiste
internazionali, non violente, e che è stata la prima a dare
l’allarme, ho potuto visionare un preciso rapporto,“Plastic
pollution a growing threat to the health of our oceans
”,
riguardante le effettive dimensioni assunte dalla catastrofe che si
sta consumando paradossalmente accanto alla più grande riserva
marina istituita Monumento Nazionale dall’ex Presidente degli Stati
Uniti George Bush.
La
foto, scattata da Susan Middleton, di un pulcino di albatross
trovato nel territorio delle Hawaii e morto per aver ingerito
centinaia di pezzi di plastica, è diventata il simbolo
dell’inquinamento marino in questo luogo del mondo che si presenta
come un’immensa discarica galleggiante per la cui estensione,
stimata due volte lo stato del Texas, è stata battezzata “il
settimo continente” della Terra. Milioni di tonnellate di rifiuti,
principalmente di materiale plastico, sarebbero approdati dall’Asia
e dal Nord America per un fortuito gioco di correnti marine e di
venti che ne avrebbero favorito la graduale ed inesorabile
concentrazione, destinata ovviamente ad aumentare se gli scarichi in
mare non cessano nell’immediato. La non biodegradazione della
spazzatura plastica fa sì che questa sia soggetta solo ad una
frantumazione e non a una sua totale distruzione. Pesci ed uccelli la
scambiano per plancton e chiaramente non è difficile trarne le
scontate deduzioni. Non solo la fauna marina ne viene danneggiata e
spesso uccisa ma le conseguenze si ripercuotono sull’intera catena
alimentare fino a noi come un beffardo boomerang che si serve a
tavola.

Our
oceans remain one of the final frontiers…we rely on them for food,
for recreation, and the very life we all too often take for granted.
In return, we are choking them with pollution and destroying the
marine environments……

Mi
sembrava doveroso citare, a conclusione, questo breve ma
significativo passo del documento di Greenpeace in cui si
sottolineano il fondamentale legame che l’uomo ha con il mare,
vitale fonte di sostentamento, e l’ingrata risposta che il mare
stesso ne riceve in cambio.

Un
sincero ringraziamento a Maria Carla Giugliano di Greenpeace Italia
per la preziosa collaborazione.