Influenza suina e commercio di malattie

Michele
Altomeni, consigliere della Regione Marche, ha presentato alla V
Commissione del Consiglio Regionale una relazione che riassume “le
incongruenze che stanno dietro a questa ennesima pandemia mediatica”.
Relazione
della V Commissione consiliare permanente
ai
sensi dell’art. 73 del Regolamento Interno del Consiglio Regionale
Proposta
dal Consigliere
Michele
Altomeni
Influenza
suina, commercio di malattie e comparaggio.
La
necessità di una nuova politica farmaceutica
La
medicina, in questo secolo, ha fatto enormi progressi:
pensate
a quante nuove malattie ha saputo inventare.
(Enzo
Jannacci)
L’emergenza
creata attorno alla cosiddetta pandemia di Influenza A/H1N1
rappresenta un paradigma dei meccanismi perversi che guidano l’azione
di alcune grandi case farmaceutiche, a fronte della quale si pongono
la connivenza o la complicità di Istituzioni pubbliche che
dovrebbero essere votate all’interesse generale.
A
partire da questa ultima vicenda il mondo politico e la società
tutta dovrebbero aprire una seria riflessione e a prendere severi
provvedimenti.
Influenza
A/H1N1 (Influenza suina)
La
cosiddetta influenza suina rappresenta l’emergenza sanitaria del
momento. Attorno ad essa si concentra l’attenzione dei mezzi di
informazione e delle strutture sanitarie e, di conseguenza, la
preoccupazione dei cittadini.
Pandemia
Una
delle motivazioni dell’allarme risiede nel fatto che
l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia classificato questa
malattia come “pandemia” di rilevante importanza.
Pandemia
è una parola che spaventa facilmente i cittadini. Infatti siamo
stati abituati a pensare che essa indichi un pericolo sanitario molto
grave e diffuso. E così era fino a pochi mesi fa, quando la
definizione dell’OMS di pandemia richiedeva queste tre
caratteristiche in una malattia:
-
la
comparsa di un nuovo agente patogeno; -
la
capacità di tale agente di colpire gli uomini, creando gravi
patologie; -
la
capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio.
La
cosa come molti non sanno è che, poco dopo la comparsa del virus in
Messico (aprile 2009), nel maggio 2009 l’Organizzazione Mondiale
della Sanità ha deciso di eliminare il criterio della gravità da
quelli necessari a dichiarare la pandemia, e sulla base di questa
nuova definizione ha affermato che l’influenza suina rappresentava
una pandemia del massimo livello.
Si
veda, a questo proposito, un passaggio dell’intervista di
“Euronews” a Margaret Chan, direttore dell’Oms.
Chan:
“Il numero dei decessi causati da questo virus fino ad ora non é
così grande. Ma non dobbiamo misurare l’impatto di un virus solo
in base al numero dei morti”.
Euronews:
“E’ per questo che abbiamo deciso di cambiare la definizione di
pandemia in maggio? Perché é stato deciso che il numero delle
vittime non sarà più determinante per stabilire se si tratta di
pandemia?
Chan:
“La pandemia è l’apparizione di un nuovo virus dell’influenza
e questo virus ha la capacità di viaggiare nel mondo. La dimensione
della gravità è molto importante ma non è davanti a questo
criterio che lanceremo un allarme. Annunceremo una pandemia quando
vedremo un nuovo virus capace di spargersi nel mondo”.
Euronews:
“Mi pare che un livello di pandemia 5 o 6 sia necessario per dare
il via libera alla produzione di un vaccino nelle case farmaceutiche
– L“allarme era massimo in giugno appena dopo aver cambiato la
definizione di pandemia. E’ allora che i vostri detrattori hanno
sollevato dubbi sulla vostra integrità morale. Siete stati accusati
di fare il gioco delle case farmaceutiche. Cosa risponde a questo? “
Chan:
“Naturalmente ascoltiamo le varie voci, ma quando si tratta di
stendere le raccomandazioni dell’Oms restiamo indipendenti e non ci
lasciamo influenzare da alcun settore. Questa é la prima pandemia
nella storia umana che siamo in grado di individuare prima che sia il
caos1.
In
pratica oggi per usare la parola pandemia e creare un emergenza non
occorre che la malattia sia grave, è sufficiente che possa
facilmente diffondersi.
La
realtà dei fatti
A
fronte del panico generato dalla sequenza di azioni dell’OMS
(prendere atto del nuovo virus, modificare la definizione di
pandemia, dichiarare il nuovo virus pandemia del massimo livello, ben
sapendo che non si tratta di una malattia grave e pericolosa),
vediamo qual è la realtà dei fatti.
L’epidemia
è iniziata in Messico, ossia nell’emisfero australe, dove
l’inverno è finito. Oggi siamo quindi nelle condizioni di
verificare l’impatto reale del virus A/H1N1.
Tale
virus si è dimostrato meno aggressivo della comune influenza
stagionale. Si manifesta come qualsiasi forma influenzale: febbre,
mal di testa, dolori muscolari, nausea, diarrea, tosse.
La
mortalità, ossia il numero di persone morte rispetto ai casi
segnalati, registrata finora nei paesi dove l’A/H1N1 è circolato
ampiamente è dello 0,3% in Europa e dello 0,4% negli USA, dato tra
l’altro considerato sovrastimato.
Si
è sempre morti di influenza. Si può morire di una semplice
influenza stagionale se si soffre di una patologia cronica, di una
malformazione organica, di una malattia immunitaria, o se si è
anziani.
Ma
per capire veramente cosa sta succedendo, bisogna guardare i dati
dell’A/H1N1: ad esempio in Gran Bretagna sono stati registrati 30
morti su centomila casi e negli USA solo 302 su un milione di casi.
Nell’emisfero australe, ad inverno concluso, sono morte circa 350
in Argentina, 128 in Cile e 16 in Nuova Zelanda. In totale, nel
mondo, ad inverno australe concluso, si contavano 2500 decessi.
Come
termine di paragone, si pensi che in Italia, durante un inverno, i
decessi per influenza stagionale sono circa 5000. In tutto il mondo
sono circa mezzo milione.
In
generale, la mortalità connessa all’influenza è in costante
diminuzione da anni, come mostrato dal grafico qui sotto. E non
grazie ai vaccini, che anno cominciato a diffondersi solo di recente.
Nonostante
questi dati, i mezzi di informazione, con la complicità di una parte
del mondo scientifico e istituzionale, hanno creato l’emergenza.
Ogni giorno nei pronto soccorso di tutto il mondo si presentano
persone terrorizzate che non stanno correndo nessun rischio reale, ma
che quei pronto soccorso li intasano creando problemi a chi avrebbe
davvero bisogno di cure urgenti.
Rincorrendo
l’emergenza, le istituzioni sanitarie si sono affrettate ad
investire ingenti somme nell’acquisto e nella distribuzione di
vaccini e medicinali.
I
farmaci
Il
sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio ha vissuto sulla sua
pelle la contraddizione del sistema. Da un lato ha affermato in più
occasioni che non si tratta di una malattia grave e pericolosa e che
lui stesso non intende vaccinarsi. Dall’altra, però, si è
accodato al branco dei politici di mezzo mondo riempiendo i magazzini
di vaccini e farmaci antivirali pagati a caro prezzo alle imprese del
settore.
Per
quanto riguarda gli antivirali l’Italia disporrebbe di:
-
10
milioni di dosi diZanamivir(Relenzadella britannica GlaxoSmithKline); -
60
mila dosi diOseltamivir(Tamifludella svizzera Roche) -
30
milioni di dosi sempre di Tamiflu, sotto forma di polvere che
potrebbero essere incapsulate dall’Istituto Militare di Firenze,
oppure in estrema urgenza, rilasciate per essere prese in soluzione
liquida.
Questi
farmaci antivirali non prevengono la malattia e su individui già
ammalati l’azione dimostrata di questi farmaci è di poter accorciare
di mezza giornata la durata dei sintomi dell’influenza.
Per
contro gli antivirali possono causare effetti collaterali importanti.
Il 18% dei bambini in età scolare del Regno Unito, a cui è stato
somministrato l’Oseltamivir contro l’A/H1N1, ha presentato sintomi
neuropsichiatrici e il 40% sintomi gastroenterici.
Ad
agosto, sul sito web della Roche è stato pubblicato un comunicato
scritto su indicazione della Food and Drugs Administration:
“Non
è dimostrato che il Tamiflu abbia un effetto positivo sulle
possibili conseguenze (ospedalizzazione, mortalità o impatto
economico) di un’influenza stagionale, aviaria o pandemica”2
Nonostante
questo i Governi fanno scorta del farmaco e i medici sono
incoraggiati a prescriverli.
Per
quanto riguarda i vaccini si parla di 48 milioni di dosi.
Ma
i vaccini contro il nuovo virus A/H1N1 sono ancora in fase di
sperimentazione. Nessuno è in grado di sapere se e quanto saranno
efficaci e sicuri, ma vengono pubblicizzati e somministrati con gran
clamore.
Il
vaccino contro l’influenza stagionale, sappiamo che ha un’efficacia
del 33% tra bambini e adolescenti e che è assolutamente inutile nei
minori di due anni. Esistono anche dubbi circa la sua efficacia negli
adulti e negli anziani.
La
fretta e i gattini ciechi
Su
vaccini somministrati in fretta senza adeguata sperimentazione
abbiamo tristi precedenti che dovrebbero indurre a maggiore prudenza.
Il
27 aprile 2009 la rivista Time ha pubblicato un articolo3su una vicenda che ci ricorda proprio come la storia tenda a
ripetersi in forma di farsa. Nel 1976 negli USA si diffuse l’allarme
per la possibile diffusione di una influenza. Casualmente anche
allora si trattava di una “influenza suina”.
Sulle
onde del panico anche allora le case farmaceutiche produssero in gran
fretta un vaccino senza testarlo a sufficienza. Il governo di Gerald
Ford decretò la vaccinazione obbligatoria. La storia finì in
maniera tragica, ma non a causa del virus, che non fece nemmeno una
vittima, ma a causa del vaccino che provocò diverse reazioni avverse
gravi, tra cui la sindrome di Guillan-Barrè (una malattia
neurologica che provoca una progressiva paralisi agli arti) che
colpì alcune centinaia di persone. Ci furono oltre 30 morti.Le
vittime chiesero al governo oltre 1,3 miliardi di dollari di danni.La
campagna di vaccinazione fu subito sospesa e probabilmente questo
salvò molte vite.
In
campo farmaceutico la fretta non è mai utile, tanto più per fermare
un’influenza come quella A, la cui pericolosità è così bassa.
Rischi
del vaccino
E
infatti ci sono già diversi casi in cui il vaccino avrebbe prodotto
reazioni avverse, tra cui alcune morti sospette. Diversi i casi di
reazioni allergiche e casi sospetti di sindrome di Guillan-Barrè.
Molti
medici e scienziati denunciano il rischio che si sta correndo a causa
della fretta. Non sono stati effettuati studi indipendenti per
mettere a prova la sicurezza a lungo termine per nessuno dei vari e
nuovi vaccini contro l’influenza suina. A rassicurare i cittadini ci
soni solo i comunicati delle multinazionali, ma i test delle case
produttrici sono durati da pochi giorni a poche settimane, un tempo
assolutamente insufficiente per determinare, a lungo termine,
qualsiasi realistica e potenzialmente pericolosa reazione del sistema
immunitario.
Sarà
per questo che i contratti con cui le case farmaceutiche hanno
venduto ai vari Stati i vaccini fanno ricadere su questi ultimi tutte
le responsabilità per eventuali reazioni avverse. Vedremo, poco più
avanti, l’esempio del nostro Paese.
Proprio
accusando le case farmaceutiche di voler scaricare le responsabilità
del proprio lavoro, il primo ministro polacco Donald Tusk ha
rifiutato di acquistare i vaccini per il proprio paese.
“Sappiamo
che le società farmaceutiche che vendono questi vaccini contro
l’influenza H1N1 non vogliono assumere la responsabilità degli
effetti secondari di questi preparati.
Rifiutano
di lanciare esse stesse sul mercato questi vaccini, perché sanno che
la loro responsabilità giuridica sarebbe più importante. Queste
società ci chiedono delle clausole che non sono conformi alla
legislazione polacca, e che fanno ricadere tutta la responsabilità
sul governo del paese: gli effetti secondari e le indennità
eventuali”.4
Altri
capi di Governo sono stati meno coraggiosi e meno ligi alle
legislazioni nazionali.
Con
i virus il pericolo è rappresentato spesso dalla mutazione. Questo
deve farci pensare due cose:
-
se
il virus muta, i vaccini risultano del tutto inutili; -
in
alcuni casi possono essere proprio le vaccinazioni di massa a
indurre il virus a mutare in una forma più aggressiva.
In
realtà l’influenza A si cura come qualunque altra influenza
stagionale: riposo, una buona idratazione, una alimentazione
adeguata, una igiene corretta.
Anche
Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche
farmacologiche “Mario Negri” di Milano, si è detto perplesso da
questa corsa al vaccino, affermando:
“c’é,
certamente,una
grande pressione da parte delle industrie,
che da tale corsatrarranno molte risorse economiche”5
Invece
di promuovere una campagna di vaccinazione di massa si sarebbe dovuto
affidare ai medici il compito di valutare caso per caso ed
individuare quelli (ad esempio coloro che soffrono di malattie
croniche a carico dell’apparato respiratorio) per i quali il vaccino
potrebbe essere realmente utile, sconsigliandolo invece a chi ha un
sistema immunitario attivo ed adeguatamente rispondente.
Ma
un medico può agire serenamente di fronte ad una campagna
istituzionale e mediatica che ha seminato il panico?
Se
un paziente a cui ha sconsigliato il vaccino dovesse subire dei danni
dalla malattia, la responsabilità sarebbe attribuita personalmente
al medico. Se invece il paziente riceve dei danni dal vaccino non se
la prenderà direttamente con il medico, che non ha fatto altro che
seguire la massa, e allora le responsabilità si perderanno nella
catena dei rimpalli e dello scarica barile in cui, in un paese come
il nostro, nessuno paga.
La
storia si ripete…
Nella
storia sono diversi i casi di allarmi sanitari svaniti in una bolla
di sapone. Bolle di sapone erano i pericoli paventati, mentre ben
solidi e consistenti sono stati i profitti che questi falsi allarmi
hanno procurato ad alcune grandi case farmaceutiche.
Ricordiamo
i più recenti, che chiunque può richiamare alla memoria.
Influenza
aviaria (H5N1)
Dal
1997 si è iniziato a creare il panico attorno all’influenza
aviaria.
Anche
in quel caso diede un significativo contributo l’Organizzazione
Mondiale della Sanità prevedendo fino a sette milioni di morti per
questa malattia. I mezzi di informazione terrorizzarono i cittadini
parlando di epidemia e pandemia e le istituzioni pubbliche subito
corsero al capezzale di alcune case farmaceutiche a rifornirsi di
medicinali.
Roche
ha venduto milioni di dosi del suo Tamiflu, nonostante la dubbia
efficacia. Il governo britannico ne comprò 14 milioni di dosi. Roche
e Glaxo hanno ottenuto dai loro farmaci antivirali grandi ricchezze.
Quale
è stato il reale impatto dell’influenza aviaria? Che in tutto il
mondo sono morte 262 persone.6
Anche
allora il Ministeto alla salute corse ad acquistare i farmaci, che
non furono nemmeno distribuiti e rimasero stoccati nei magazzini
dell’esercito
Sindrome
Acuta Respiratoria Severa (SARS)
Nel
2002 è stata la volta della S.A.R.S. che doveva proseguire l’opera
devastatrice dell’aviaria.
Il
copione si ripeté: i giornali, imbeccati dall’Organizzazione
Mondiale della Sanità, pubblicarono grafici e ricostruzioni da fine
del mondo. Si disse che poteva uccidere miliardi di persone.
Gli
avicoltori entrarono in crisi perché nessuno voleva più mangiare il
pollo.
Alla
fine di tutto questo sono stati classificati come SARS solo ottomila
casi in tutto il mondo emeno
di ottocento morti.
Dopo
un anno non se ne parlava già più. E se andiamo sul sito del
Ministero della Salute possiamo leggere:
“Per
quanto riguarda la Sars si tratta di un virus che non desta
particolare preoccupazione perché la diffusività è modesta, la
gravità limitata e la mortalità contenuta sotto il 5%. Inoltre la
popolazione italiana dispone di un servizio sanitario adeguato e di
strumenti di intervento idonei. Quindi non è il caso di generare un
allarme che possa spaventare la popolazione”.7
Le
vere pandemie
Ogni
morte è tragica e ogni malattia pericolosa va combattuta.
Tuttavia
occorre non perdere il senso delle proporzioni, perché di fronte ai
numeri reali di SARS, aviaria, suina e compagnia bella, cioè qualche
migliaio in tutto, sappiamo che ogni anno nel mondo muoiono:
-
due
milioni di persone a causa della malaria; -
due
milioni di bambini all’anno di diarrea, che si potrebbe curare con
un siero da 25 centesimi; -
morbillo,
polmonite, malattie curabili con medicinali a basso costo uccidono
dieci milioni di persone ogni anno.
Questi
numeri raccapriccianti non sembrano interessare molto i mezzi di
informazione, l’OMS, le istituzioni, i cittadini occidentali, e
nemmeno le case farmaceutiche. Queste sono emergenze reali, ma non
vengono trattate come tali.
Perché
le poche migliaia di vittime dell’influenza A sono un’emergenza
mentre le decine di milioni di vittime di altre malattie facilmente
curabili non lo sono è facile intuirlo: le prime hanno un potere di
acquisto per i medicinali, le seconde no. Le prime vivono in paesi in
cui le istituzioni pubbliche possono pagare campagne di vaccinazione
e cura, le seconde no.
La
politica delle emergenze
Siamo
sempre più abituati alla politica delle emergenze. E sotto i colpi
delle emergenze muoiono la democrazie e l’interesse generale. Con
l’emergenza si può giustificare tutto, comprese la cancellazione o
la deroga alle più elementari regole comuni.
Abbiamo
visto come l’emergenza terrorismo abbia messo in discussione alcuni
aspetti essenziali della libertà ed altri diritti umani
fondamentali. Le emergenze sanitarie funzionano allo stesso modo. E,
se poi abbiamo voglia di frugare tra le carte, scopriamo come le cose
si intreccino e si sostengano tra loro.
Ci
aiuta a capire la situazione una deliberazione della Corte dei Conti,
la n. 16/2009/P del 21 settembre 20098che esamina il contratto di fornitura di dosi di vaccino
antinfluenzale stipulato tra ilMinistero
del lavoro, della salute e delle politiche socialie la multinazionale svizzeraNovartis.
La
Corte dei Conti critica l’assenza di qualsiasi garanzia sull’esito
delle ricerche e sul fatto che il vaccino sia in grado di garantire
realmente ciò che il contratto di fornitura prevede.
Poi
evidenzia come le clausole del contratto siano a tutto vantaggio
della Novartis:
-
si
prevede la possibilità del mancato rispetto delle date di consegna
del Prodotto, senza l’applicazione di alcuna penalità; -
si
accetta il prodotto anche senza l’autorizzazione a commerciarlo in
Italia sulla base di un generico“Quality
Agreement”; -
irischi
se li assume tutti il Ministero sulla base di una clausola capestro
da manuale che dice che se si volessero riscontrare eventuali
difetti di fabbricazione o danni fisici del prodotto la Novartis
dovrebbe dichiararsi d’accordo con il Ministero. Se la Novartis
non concorda sui rilievi a proprio carico sarà il Ministero a dover
rimborsare eventuali danni causati a terzi, risarcendo anche
Novartis -
alla
Novartis verranno pagatipiù
di 24 milioni di eurose non otterrà l’autorizzazione all’immissione in commercio del
vaccino.
La
Corte dei Conti fa anche un rilievo sulle clausole di segretezza fra
cui rientrano anche questioni che non possono essere segrete in
quanto si tratta di forniture che devono avvenire con evidenza
pubblica. Sulla base di questa segretezza la Corte scopre di non
poter approfondire ulteriormente l’esame del contratto.
Come
è possibile tutto questo? Perché su questa fornitura saltano tutte
le regole, ma la stessa Corte dei Conti, nonostante tutti i rilievi
mossi, alla fine conclude la sua delibera approvando il contratto?
Semplicemente
perché questo contratto segreto e a trattativa riservata è stato
autorizzato in base all’ordinanza del Presidente del Consiglio dei
Ministri n. 3275 del 28 marzo 20039.
Questa
ordinanza è stata emanata per fronteggiare le emergenze previste in
caso di eventi calamitosi “di natura terroristica”, ma
evidentemente torna buona per passare sopra alle regole democratiche
anche quando si tratta di laute forniture da parte di grosse imprese
farmaceutiche. Dietro ogni emergenza pare esserci spesso qualche
grosso affare.
L’emergenza
paga10
Che
vicende come questa dell’influenza suina, come quelle precedenti
della SARS, dell’aviaria e tante altre analoghe portino con sé
enormi interessi economici è evidente anche ai più distratti. In
ogni caso ce lo spiega ancora meglio una delle principali banche
d’affari del mondo, la J. P. Morgan che, siccome ha il compito di
valutare quali siano gli affari più redditizi del momento, si è
messa a calcolare l’economia del “panico suino”. Ha rilevato
come i governi di vari paesi abbiano prenotato, presso le 3-4 aziende
in grado di produrre il vaccino su larga scala, almeno 600 milioni di
dosi, per un controvalore di 3 miliardi di euro.
Pochi
giorni dopo i calcoli della banca, altri paesi hanno aggiunto i loro
ordinativi, andando ad incrementare sensibilmente le cifre che
finiranno nelle casse di GlaxoSmithKline, Sanofi Aventis, Novartis,
Astra Zeneca.
Sempre
secondo J. P. Morgan, Tamiflu11e Relenza porteranno, rispettivamente a Roche e Glaxo, vendite per
1,8 miliardi di dollari nei paesi ricchi, più 1,2 miliardi di
dollari nei paesi in via di sviluppo. Complessivamente 3 miliardi di
dollari, cioè oltre 2 miliardi di euro.
Vaccini
e antivirali produrranno guadagni per le case farmaceutiche intorno
ai 10 miliardi di dollari.
Per
quanto riguarda l’Italia, l’acquisto delle 48 milioni di dosi
dovrebbe essere costata attorno ai 400 milioni di euro.
Conflitti
di interesse
Un
campo così delicato e così ricco di profitti meriterebbe un ruolo
di controllo molto attento da parte delle istituzioni pubbliche.
Eppure, anche in questo campo, ci troviamo spesso di fronte a
pericolosi conflitti di interesse. È utile saperlo per capire come
sia possibile che gli interessi delle case farmaceutiche finiscano
per condizionare così pesantemente le politiche delle istituzioni.
Vediamo
qualche esempio.
Il
vaccino obbligatorio dello Stato di New York
Il
conduttore della radio di New York NY WGY Al Roney ha invitato i
radioascoltatori a fare causa sul fatto che oltre 500mila lavoratori
dello stato di New York stavano per essere sottoposti a una
vaccinazione obbligatoria. Quel vaccino è prodotto dalla società
MedImmune. Principale azionista di questa società è la
multinazionale finanziaria Goldman Sachs che ha anche svolto il ruolo
di intermediario nella commercializzazione dei vaccini per un valore
di 15 milioni di dollari. Guarda caso, uno dei manager di punta della
Goldman Sachs, che dalla vaccinazione obbligatoria era pronta a
trarre profitti considerevoli, era la moglie del Commissario alla
Salute dello stato di New York, Richard Daines. Dopo la campagna
lanciata da Roney il commissario Daines ha sospeso il suo
provvedimento. Si tenga presente che lo stato di New York è stato
l’unico in USA a prevedere vaccinazioni obbligatorie.
Il
caso di Donald Rumsfeld
Tra
chi festeggia quando scoppia il panico attorno a influenze come
l’aviaria o la suina c’è Donald Rumsfeld, segretario alla difesa
USA del governo Bush. Rumsfeld è stato il capo della Gilead Science,
la società che brevettò il Tamiflu prima di cederlo alla Roche. Ma
la cessione del brevetto prevede che alla Gilead Science vada il 10%
dei proventi della vendita del farmaco. Nel consiglio di
amministrazione della società siedono anche altri pezzi grossi tra
cui l’ex segretario di Stato George Schulz.
Sarà
un caso, ma lo stesso Rumsfeld, nel 1976 svolgeva il ruolo di Capo di
Gabinetto del presidente Ford, quando questi ordinò la vaccinazione
di massa per l’influenza suina di cui abbiamo parlato sopra.
I
fatti di casa nostra
Un
caso molto grave di conflitto di interesse in materia di politica
sanitaria ce lo abbiamo anche in Italia. Per conoscerlo prendiamo
spunto da una fonte certa: non i giornali di sinistra, non i soliti
critici del governo, ma il giornalista Vittorio Feltri, che il 30
gennaio 2009, quando era ancora direttore di «Libero», titolava
così un suo editoriale: “Caro Berlusconi, chiedi cosa fa la moglie
di Sacconi”.12
Riportiamo
testualmente le parole di Feltri:
“Si
dà infatti il caso che Sacconi sia coniugato con una donna talmente
in gamba da essere assurta alla direzione generale di Farmindustria.
Anche chi non ha dimestichezza con certi affari comprende: siamo di
fronte a un gigantesco conflitto di interessi; il responsabile del
dicastero (sia pure tramite il sottosegretario Fazio) controlla la
Salute pubblica, e sua moglie è al vertice non di un’azienda di
elettrodomestici bensì di un colosso quale Farmindustria che, come
dice la parola stessa, si occupa di farmaci.
Farmindustria
è la lobby dei farmaci, che riunisce le 200 aziende più influenti
del settore.
Disease mongering– il commercio delle malattie
Una
volta compresa a fondo la vicenda dell’influenza suina e delle
precedenti aviaria e SARS, si tratta di fare un passo avanti, anzi,
un passo indietro, come quegli operatori cinematografici che si
allontanano dal soggetto che stanno riprendendo per allargare il
campo visivo ed inquadrare ciò che vi sta attorno.
Ciò
che sta attorno a questi falsi allarmi è la strategia che le grandi
case farmaceutiche hanno adottato ormai da tempo: gli ammalati
rappresentano una minoranza tra le persone che hanno la possibilità
economica di acquistare farmaci. Molte di più sono le persone sane.
Così, anziché spendere in costose e lunghe ricerche di laboratorio
per creare farmaci per curare le vere malattie, le case farmaceutiche
hanno pensato che si può guadagnare molto di più convincendo
persone sane che in realtà hanno bisogno di medicine, magari
proponendo farmaci già esistenti ma con un mercato limitato. Lo
dimostra anche il dato che gli investimenti in ricerca e sviluppo
delle case farmaceutiche rappresentano non oltre il 20% del
fatturato, mentre la promozione assorbe tra il 20 e il 40%.
Del
resto occorre tenere presente che la salute rappresenta ormai uno dei
mercati più floridi e proficui dei paesi occidentali, le cui
dimensioni costituiscono il 10% dei consumi in Europa (il 15% negli
USA).
Dopo
avere vissuto a stretto contatto con questa realtà, nel 2005 Marcia
Angell, un medico che fu a lungo direttore del New England Journal of
Medicine, abbandonò l’incarico dichiarando:
“L’industria
farmaceutica negli ultimi due decenni si è allontanata di molto dal
suo scopo nobile originario di scoprire e produrre nuovi farmaci
utili e si è trasformata in una macchina di marketing per vendere
farmaci di dubbia efficacia”.13
Si
tratta di un fenomeno ormai noto tra gli studiosi del settore, a cui
è stato dato anche un nome: “disease mongering”, che
letteralmente significa “commercio di malattie”. In questa
definizione rientrano tutte quelle strategie che puntano ad aumentare
il numero delle persone ammalate per allargare il mercato della
salute. In realtà non riguarda solo il mercato dei farmaci, ma delle
prestazioni mediche in generale.
Nell’aprile
2002 ilBritish
Medical Journal pubblicava un articolo intitolato “Selling
sickness: the pharmaceutical industry and disease mongering”14che iniziava con queste parole:
“Si
può ricavare molto denaro da gente sana che pensa di essere malata.”
Nell’agosto
successivo usciva il libro di Lynn Payer intitolato “Disease
Mongers:
How Doctors, Drug Companies, and Insurers Are Making You Feel Sick”.15
Questi
testi in realtà riprendevano una delle tesi già formulate da Ivan
Illich in “Nemesi medica” pubblicato nel 1976, e che denunciava
come la società occidentale stesse procedendo verso una progressiva
medicalizzazione della vita umana.
Più
di recente il problema è stato analizzato in maniera sistematica
dalla rivista PLoS Medicine, che nel 2006 gli ha dedicato un numero
speciale, una sezione del sito ed un convegno internazionale.16
Le
tecniche possono essere diverse e per ognuna ci sono già esempi
emblematici:
-
trasformare
uno stato da fisiologico in patologico (menopausa); -
inventare
di sana pianta una malattia definendola in maniera ambigua
(disfunzione sessuale femminile); -
cambiare
la definizione di una malattia esagerandone l’incidenza e sfumando
le differenze tra casi gravi e lievi (ADHD – disordine di
disattenzione per iperattività); -
abbassare
le soglie di riferimento oltre i quali è consigliata una terapia
farmacologica (colesterolo, pressione arteriosa…); -
sponsorizzare
una associazione di pazienti per campagne di sensibilizzazione su
malattie considerate “trascurate”.
Naturalmente
non è facile tracciare un confine netto tra disease mongering e
problemi sanitari reali, ma è necessaria la massima attenzione.
Ma
andiamo per ordine, mettiamo insieme i tasselli: inseriamo il
rilancio del mercato dei vaccini in questa strategia e poi facciamo
qualche altro esempio, solo alcuni, rinviando per gli altri alla
letteratura che li ha analizzati nel dettaglio e di cui offriamo una
breve bibliografia.
L’Eldorado
delle vaccinazioni
Oggi
sentiamo parlare di quantità enormi di dosi di vaccino contro
l’influenza suina diffusi e somministrati in tutto il mondo,
eppure, appena cinque anni fa negli USA non si riuscì a mettere
insieme le dosi previste per l’influenza ordinaria.
Questo
avveniva perché quel vaccino era prodotto da due aziende
relativamente piccole, Aventis Pasteur e Chiron, mentre le grandi
case farmaceutiche consideravano il mercato dei vaccini troppo poco
interessante: nel 2004 le vendite complessive di vaccini in generale
(non solo per l’influenza) raggiungevano appena gli 8 miliardi di
dollari, meno degli incassi di un singolo farmaco fra i più diffusi.
Poi
qualcuno deve avere pensato che, proprio perché i vaccini sono
destinati ai tanti sani, e non ai pochi malati, se promossi nella
maniera giusta, avrebbero potuto produrre profitti enormi.
Nel
giro di poco tempo le grandi multinazionali del farmaco hanno
lanciato l’assalto alle società minori impegnate nel settore dei
vaccini, assorbendole: Novartis ha comprato Chiron, Sanofi ha preso
Aventis Pasteur e Acambis, Astra Zeneca Medimmune, Glaxo ID
Biomedical e Pfizer ha comprato Wyeth.
Nel
frattempo succedeva qualcosa. Da sempre l’influenza rappresentava
un male di stagione lieve. Tanti bambini ai tempi della scuola
l’aspettavano con trepidazione per passare qualche giorno a casa,
dentro letti caldi, sotto le amorevoli cure materne. E per gli adulti
le cose non erano poi così diverse. Si restava al caldo, in riposo,
mangiando leggero, prendendo magari un’aspirina, e nel giro di
qualche giorno si era come nuovi. Un po’ alla volta si è fatta
strada la cultura del vaccino, come se stessimo parlando di vaiolo,
tetano o poliomelite. Le autorità sanitarie si sono rifornite di
farmaci e hanno diffuso le loro campagne di convinzione. Oltre a
qualche soggetto “a rischio”, file di cittadini preoccupati si
sono presentati davanti agli ambulatori medici a chiedere il vaccino
che avrebbe risparmiato loro un raffreddore.
In
pochissimi anni, un prodotto farmaceutico che ha più o meno
l’utilità di un frigorifero al Polo Nord è diventato
indispensabile e ha fruttato bei guadagni alle solite imprese.
Guadagni naturalmente pagati dai cittadini.
Evidentemente
il marketing sanitario per i vaccini contro l’influenza di stagione
producevano risultati troppo lenti rispetto alle aspettative delle
imprese. Aviaria, suina, SARS contribuiscono a potenziare quel
marketing.
Un
altro processo in corso, che si accorda perfettamente alla nuova
strategia dei venditori di farmaci, è il passaggio progressivo da
una medicina basata sull’evidenza scientifica ad una medicina
fondata sulle dichiarazioni dei produttori.
Il
modo in cui le sperimentazioni sono state saltate nella vicenda
dell’H1N1 è solo un esempio emblematico di una tendenza partita
molto prima.
Le
istituzioni pubbliche stanno progressivamente rinunciando ad un ruolo
di supervisione e controllo dei farmaci rilasciati in commercio,
prendendo sempre più per buoni gli studi scientifici realizzati
dagli stessi produttori del farmaco. Per non parlare degli episodi di
corruzione, in cui funzionari pubblici diventano complici di
operazioni senza scrupoli.
Le
medicine per i sani, cioè i vaccini e quelle che curano malattie
inesistenti hanno il vantaggio di non dovere dimostrare di curare
qualcosa.
Vaccino
contro il Papilloma virus
Un
caso interessante riguardo ai vaccini che non hanno a che vedere con
le influenze è quello contro il papilloma virus che è stato oggetto
di una recente campagna di diffusione.
Anche
in questo caso siamo di fronte ad un vaccino scarsamente testato e di
dubbia utilità, prodotto da grandi industrie farmaceutiche e diffuso
da parte delle autorità sanitarie con grandi guadagni per i
produttori.
Alleghiamo
il testo di una interrogazione presentata l’11 aprile 2008 in
Consiglio Regionale che solleva i dubbi del caso (Allegato 1)
Le
mani sui bambini: disordine di disattenzione per iperattività
Un
altro caso esemplare, e drammatico, è quello del cosiddetto
“disordine
di disattenzione per iperattività” (Attention Deficit
Hyperactivity – ADHD).
Si
tratta di una questione di cui si è molto discusso e attorno alla
quale, almeno in Italia, è nato un vasto movimento di opinino a cui
hanno aderito moltissimi soggetti della società civile riunitisi
attorno alla campagna “Giù le mani dai bambini”. Per gli
approfondimenti rinviamo quindi al sito della campagna:
http://www.giulemanidaibambini.org/
In
sintesi, i sintomi della presunta malattiasono
quelli di bambini che un tempo avremmo chiamato vivaci: interrompere
un adulto e rispondergli prima che abbia finito la domanda, non
riuscire a stare seduti a lungo, tamburellare le dita o dondolare i
piedi…
Una
volta riscontrata la sindrome non resta che prescrivere la cura a
base di stimolanti (come il Ritalin) o antidepressivi (Prozac). Negli
Stati Uniti si prescrivono questi farmaci ai bambini iperattivi dalla
metà degli anni Cinquanta, ma il boom dell’Adhd risale agli anni
Novanta: dal 1990 al 1995 l’uso del Ritalin si era sestuplicato. Nel
1995 un organismo dell’Oms denunciò che “negli Usa dal 10 al 12%
dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni sono stati diagnosticati come
ammalati di Adhd e curati con Ritalin”. La tendenza è proseguita
anche dopo il 1995. Negli Usa si smercia circa il 90% del Ritalin
venduto nel mondo dalla Novartis e continuano a crescere i bambini
trattati con queste medicine. Su 40 milioni di alunni iscritti nelle
scuole Usa almeno 4 milioni prendono stimolanti.
Anche
ammesso (e non concesso) che il deficit di attenzione (la sbadatezza
si diceva una volta) sia una malattia e non un’indole, resta da
dimostrare che i benefici del Ritalin bilancino i suoi controeffetti.
In sostanza il Ritalin è un’anfetamina, più o meno la stessa roba
venduta come speed per la strada. Tutti negano che il Ritalin dia
assuefazione, ma si calcola che circa l’80% di chi aveva bisogno
della medicina da bambino, ne ha ancora bisogno da adolescente e la
metà ne avrà bisogno da adulto. In uno studio della DEA (ente
governativo USA) si legge: “All’uso prolungato di metilfenidato
(Ritalin) sono stati associati episodi psicotici, illusioni
paranoiche, allucinazioni e comportamenti anomali, simili alla tipica
tossicità delle anfetamine. Sono state riportate gravi conseguenze
fisiche e la possibilità di morte”. Anche senza abusi gli effetti
collaterali includono: “cambiamenti di pressione sanguigna, angina
pectoris, perdita di peso, psicosi tossica. Durante la fase di
astinenza c’è la possibilità di suicidio”. Uno studio pubblicato
dal Canadian Journal of Psychiatry (ottobre 1999) indagava su 192
bambini diagnosticati Adhd. 98 di loro ricevevano un trattamento di
Ritalin, e tra loro il 9% ha evidenziato sintomi psicotici che sono
poi spariti appena il trattamento è cessato. Nessuno degli altri 94
bambini (che non erano stati medicalizzati) ha mostrato sintomi
psicotici.
Psicobusiness
Il
caso dell’ADHD è particolarmente odioso ed ha sollevato un ampio
dibattito perché riguarda direttamente i bambini, ma quello degli
psicofarmaci è uno dei settori più interessanti per le strategie di
disease mongering, perchè sono sempre labili i confini tra normalità
e patologia.
Per
creare il proprio mercato accade che l’azienda intervenga già dalla
compilazione del manuale diagnostico, ossia il testo ufficiale
dell’OMS che censisce i vari disturbi mentali e a cui gli
psichiatri di tutto il mondo fanno riferimento.
Il
British Medical Journal ha denunciato che il 74% degli esperti, che
sarebbero dovuti essere indipendenti e che hanno compilato l’ultima
edizione del DSM, erano in realtà sul libro paga o comunque avevano
consulenze in corso con le multinazionali che producono gli
psicofarmaci con i quali si curano quelle stesse malattie.
Ecco
così che le malattie indicate nell’ultimo DSM sono quasi
raddoppiate. Cioè sono cresciute a dismisura le malattie che
richiedono una cura farmacologica.
Inoltre
vengono organizzati congressi scientifici, finanziati dalle industrie
farmaceutiche, direttamente o tramite associazioni di medici e
pazienti, per legittimare l’esistenza di una malattia, o per ampliare
i criteri diagnostici a creare più malati.
Gli
uffici marketing delle case farmaceutiche dedicano grandi energie a
questo lavoro, e sono ormai molti i casi eclatanti venuti a galla.
Nel
2001, in USA, si rendeva noto che almeno 10 milioni di americanisoffrono
di una malatti anuova e sconosciuta che lascia chi ne soffre
paralizzato da paure irrazionali”.
Tra i sintomi si elencavano irrequietezza, stanchezza, irritabilità,
tensione muscolare, nausea, diarrea, sudorazione. Questa nuova
malattia fu battezzata “disturbo di ansia generalizzata”.
Guarda
caso il 16 aprile 2001, la Food and Drug Administration aveva
autorizzato l’estensione delle indicazioni di un antidepressivo, la
paroxetina (un antidepressivo), anche al trattamento del disturbo di
ansia generalizzata. Lo stesso giorno, un gruppo di pazienti chiamatoFreedom
From Fear(Libertà
dalla paura) diffondeva un sondaggio telefonico secondo il quale le
persone colpite da questa malattia trascorrono 40 ore alla settimana
a preoccuparsi. Il sondaggio era stato condotto dalla stessa ditta
che curava le pubbliche relazioni della casa farmaceutica produttrice
della paroxetina.
Un’altra
malattia “scoperta” appositamente per vendere la paroxetina è la
timidezza. In realtà pochi pensavano che balbettare, arrossire in
pubblico, un po’ di sudorazione fossero i sintomi di una malattia.
Eppure le si è affidato il nuovo nome di disordine di ansia sociale
e stabilire che andava trattata con paroxetina. In diversi paesi i
mezzi di informazione diedero grande risalto alla notizia di questa
nuova malattia. Pareva fosse scoppiata un’epidemia di timidezza. In
realtàun’agenzia
di pubbliche relazioni aveva orchestrato una campagna di informazione
ad hoc sui giornali, radio e tv. Il responsabile marketing non mancò
di vantare il proprio successo:“Il
sogno di tutti noi è trovare un mercato non ancora identificato e
svilupparlo. È ciò che siamo stati capaci di fare col disturbo di
ansia sociale”(Washington
Post,
1/09/2002).
Volendo
continuare con gli esempi potremmo scrivere pagine e pagine, parlando
di disordine da stress post-traumatico, disordine di shopping
compulsivo, il disordine disforico premestruale, le vampate di calore
della donne in menopausa…
In
pratica ogni azienda farmaceutica produttrice si è ritagliata per il
proprio antidepressivo una sindrome su misura.
Stato
fisiologico come malattia
Il
altri casi si è operato affinché condizioni fisiologiche,
connaturate alla normale evoluzione della vita umana, venissero
considerate malattie.
È
quello che è successo, ad esempio, con l’osteoporosi che
rappresenta un processo fisiologico legato all’età e uno dei tanti
fattori di rischio di fratture. Ad un certo punto si è decisa una
soglia (arbitraria) di densità ossea, si è stabilito che sotto
quella soglia si è di fronte ad una malattia chiamata osteoporosi.
L’osteoporosi
è un pericolo in quanto facilita la frattura delle ossa. Ma non è
l’unico elemento. Eppure è l’unico sul quale si punti realmente
l’attenzione, e la cura farmacologica è l’unica misura che viene
promossa a fronte di altre che potrebbero essere adottate (abitudini
di vita più salutari a partire dall’aumento dell’attività
fisica).
Altro
stato fisiologico che sta rendendo una fortuna alle case
farmaceutiche è la cosiddetta “disfunzione erettile”, ossia
l’impotenza, diventata patologia frequente e diffusa che ha
ricevuto l’onore delle cronache in concomitanza con una campagna di
sensibilizzazione progettata e diffusa in tutto il mondo dalla ditta
produt-trice del sildenafil (Viagra).
Visto
che il mercato si è dimostrato florido, si è ben pensato di
estenderlo anche all’altra metà del cielo, inventando una sindrome
su misura di donna, la disfunzione sessuale femminile, che si cura
con un cerotto al testosterone.
Soglie
mobili
Dove
sta il confine tra salute e malattia? In alcuni casi i sintomi sono
evidenti, ma in altri casi la malattia è definita da valori, cioè
numerini che indicano la soglia tra bene e male. Pensiamo al referto
delle analisi del sangue, con i valori di trigliceridi, colesterolo,
glicemia ecc. Accanto sono indicate le soglie di allarme. Se stiamo
dentro le soglie va tutto bene, se stiamo fuori siamo ammalati e ci
prescrivono una cura.
Ci
si aspetterebbe che quelle soglie siano valori oggettivi e stabili.
Invece non è così. Quelle soglie tendono a spostarsi, e quegli
spostamenti assecondano spesso gli interessi delle case
farmaceutiche.
Il
25 giugno 2005 anche il “British Medical Journal” (il giornale
dei medici britannici) lanciò l’allarme della “eccessiva
medicalizzazione e della continua riduzione dei valori di normalità
della pressione arteriosa e del colesterolo”.
Facciamo
qualche esempio:
Trigliceridi:
–
Valore “normale” a giugno 2003:200mg/dL
(2,3 mmol/L)
–
Nuovo valore “normale” (luglio 2003):150
mg/dL (1,7 mmol/L)
Colesterolo:
–
Trattamento seLDL
<115
mg/dL (3 mmol/L)a giugno 2003
–
Nuovo parametro seLDL
<100
mg/dL (2,6 mmol/L)a luglio 2003
Diabete:
–
Valore “normale” seGlucosio
< 140 mg/dL(fino al 2000)
–
Nuovo parametro seGlucosio
< 126 mg/dL(dopo il 2000)
In
realtà quei valori sono fattori di rischio, e non malattie. Ma ormai
sono percepiti essi stessi come malattie, per cui basta cambiareun
numero perché una gran quantità di persone si trasformi come per
magia da sana in ammalata bisognosa di medicine.
Ad
esempio, solo abbassando il numerino del colesterolo, milioni di
persone sono improvvisamente diventate bisognose di statine, conbuona
pace delle evidenze che non attribuiscono alcun ruolo terapeutico
all’uso generalizzato delle statine in prevenzione primaria.
Genesi
di un affare
Tom
Jefferson, nel libro “Attenti alle bufale” racconta il processo
di invenzione di nuove malattie a beneficio dei produttori di
farmaci.
In
un settore come la medicina occorre una copertura scientifica, cioè
dati provenienti da sperimentazioni cliniche. Tuttavia Jefferson
spiega le principali strategie adottate per “calibrare”a
priorii
risultati di una sperimentazione.
Conclusa
la sperimentazione, il secondo passaggio è la comunicazione dei
risultati per favorire l’adozione del trattamento nella pratica
medica. Un canale sono i simposi satellite all’interno di importanti
convegni scientifici, nel cui ambito sono spesso utilizzati i
cosiddetti KOL(key
opinion leader)persone
cioè in grado, su temi molto specifici, di influenzare l’opinione
della platea.
Un
ruolo cruciale lo giocano anche le riviste scientifiche, anche quelle
serie, i cui editor non possono sempre garantire controlli completi e
oggettivi sui materiali pubblicati.
Anche
i medici specialisti della malattia che si vuole promuovere, magari
attraverso le loro associazioni, diventano a volte strumento di
queste campagne, magari affiancati dalle associazioni dei pazienti.
I
medici possono essere spesso in buona fede, ma in alcuni casi hanno
interesse a reclutare pazienti, moltiplicare le prestazioni e
potenziare le strutture per una maggiore “visibilità” e
reputazione (potere). In altri casi hanno stretti legami economici
con le ditte farmaceutiche.
Le
associazioni dei pazienti, da parte loro, hanno un interesse
personale e di associazione, a ottenereun
maggior impegno verso la malattia di cui sono portatori. Soffrono
però spesso di una subalternità culturale nei confronti degli
specialisti che ne influenzano o determinano le scelte. In altri
casi, a fronte di una cronica difficoltà economica a svolgere le
proprie attività, si trovano ad accettare sponsorizzazioni da parte
di case farmaceutiche tutt’altro che disinteressate.
La
diffusione verso il grande pubblico passa poi attraverso i mezzi di
informazione di massa che tendono a fidarsi, oppure a non
contraddire, le informazioni provenienti dalle fonti di cui sopra.
Tanto più se le imprese interessate possono essere tra gli
inserzionisti pubblicitari.
Tutta
questa operazione, dall’inizio alla fine, viene ormai affidata ad
agenzie di pubbliche relazioni specializzate, come avviene per
qualunque altro prodotto sul mercato. Questa organizza i diversi
tasselli della campagna nascondendo che dietro a tutto stanno gli
interessi di una casa farmaceutica.
Il
comparaggio
A
quanto riportato fino a qui va aggiunta una vecchia conoscenza dei
mezzi di informazione e delle aule del tribunale: il comparaggio.
Con
questo termine si indica la pratica di promuovere la vendita di
determinati medicinali premiando i medici che li prescrivono ai
pazienti. Per promuovere i propri prodotti le industrie farmaceutiche
si avvalgono dei cosiddetti “informatori scientifici”, ossia
rappresentanti specializzati nel settore che fanno periodicamente
visita ai medici per metterli al corrente delle favolose proprietà
della loro merce. Spesso non si limitano a decantarne i benefici, ma
si aiutano con sistemi poco ortodossi, al limite della corruzione. In
pratica il medico viene informato che se prescriverà un certo
quantitativo di un determinato medicinale entro un certo lasso di
tempo, riceverà in premio computer, stampanti, televisori, viaggi o
altro. Siccome imprese farmaceutiche diverse producono spesso farmaci
molto simili tra loro, l’aspettativa del premio induce il medico a
prescrivere in ricetta proprio il prodotto che gli garantirà la
ricompensa. Cosa ben più grave, numerosi studi dimostrano che il
malcostume del comparaggio favorisce spesso la prescrizione di
farmaci di cui il paziente potrebbe fare benissimo a meno. Silvio
Garattini, ha affermato, durante un’intervista televisiva, che la
pressione propagandistica si traduce in una cifra che va dal 30 al
50% di medicine non necessarie.
A
questo si aggiunga la “disinformazione scientifica” effettuata
con altri metodi, ad esempio organizzando convegni medici che in
realtà sono vere e proprie iniziative pubblicitarie affidate a
luminari ed esperti ben felici di incensare i prodotti della casa
farmaceutica che li tiene sul libro paga.
Comparaggio
e disinformazione scientifica sono anche conseguenza del fatto che la
ricerca medica è un settore ormai completamente in mano alle imprese
private, con lo Stato che svolge una funzione del tutto residuale.
Il
potere delle industrie farmaceutiche e la compiacenza di gran parte
della classe medica e di molte farmacie contribuisce anche alla
limitata diffusione dei farmaci generici. Qualche anno fa l’autorità
garante della concorrenza e del mercato ha scoperto e condannato un
accordo strategico tra le multinazionali e le piccole/medie imprese
nazionali volto ad ostacolare la diffusione dei farmaci generici.
Riflessioni
conclusivee impegni
I
problemi di cui abbiamo parlato dipendono dal fatto che man mano che
le società umane si sono fatte più complesse si è proceduto verso
la specializzazione. In questo processo il cittadino ha dovuto
rinunciare a detenere in proprio le conoscenze necessarie alla sua
esistenza, delegando ad altri (persone, istituzioni, organizzazioni
sociali) una parte crescente di saperi.
La
specializzazione ha prodotto l’affermazione del ruolo degli
esperti, in particolare in materia di sapere scientifico. Ma
delegando il sapere, il cittadino ha finito per perdere anche gli
strumenti necessaria a giudicare. Gli esperti hanno assunto in molti
casi la funzione e gli atteggiamenti di vere e proprie caste e
corporazioni auto legittimanti e ai cittadini è stato via via
sottratto anche il diritto di critica, non solo sul merito
scientifico, ma anche sulle implicazioni sociali, ossia su quello che
dovrebbe essere il piano politico e, nell’ambito delle democrazie,
peculiarità proprio dei cittadini.
Questo
è uno dei dilemmi profondi di fronte a cui la nostra società si
trova e che non affronteremo ulteriormente in questa sede.
Ad
un livello più superficiale ci basti considerare che i cittadini non
hanno gli strumenti per valutare le informazioni scientifiche. A
fronte di questo alla scienza si tende ad attribuire un’autorità
intrinseca, una sorta di oggettività. Ma troppo spesso la storia
reale ha evidenziato come invece la scienza, questa indipendenza e
imparzialità non ce l’abbia.
La
ricerca clinica è finanziata prevalentemente dall’industria, viene
programmata con le regole del marketing e persegue l’obiettivo del
massimo profitto col minimo rischio.
Come
per gli altri settori economici, anche l’industria della salute
mira ad una crescita illimitata e a profitti esponenziali. Per
raggiungere questi obiettivi, come ogni altra impresa, tende a
moltiplicare i prodotti cercando di incrementare la domanda, ossia
promuovendo i consumi. E come ogni altra impresa, dentro questa
logica, non può fare altro che puntare considerevolmente sui consumi
superflui, che nel caso del mercato farmaceutico sono facilmente
anche dannosi, perché ogni farmaco ha delle controindicazioni che se
possono essere accettate a fronte di una cura, non lo sono se la cura
non c’è.
Di
fronte a questi problemi serveun
progetto organico di lungo respiro, che sappia cerare una nuova
cultura sanitaria.
In
primo luogo è necessario che a livello politico si comprenda il
fenomeno deldisease
mongering,in
quanto responsabile dell’aumento esponenziale dei consumi e della
spesa per farmaci (oltre che dei loro effetti iatrogeni). Proprio
questa crescita del consumo dei farmaci e degli altri “prodotti
medici”, stanno minacciando la stabilità dei sistemi sanitari
pubblici e, quindi, della solidarietà sociale che essi
rappresentano.
Occorre
invece rovesciare i termini.
-
Le
istituzioni pubbliche devono tornare a svolgere un ruolo centrale,
di programmazione, di supervisione e informazione scientifica. -
Devono
essere capaci di definire le priorità ed indirizzare la spesa
pubblica verso le priorità reali.Un settore così delicato come quello della salute non può essere
semplicemente delegato alle regole del mercato. -
La
stessa ricerca deve tornare in primo luogo una prerogativa delle
istituzioni pubbliche,con
un forte ruolo di controllo e di partecipazione da parte dei
cittadini,
proprio per evitare le distorsioni che stiamo vivendo. -
Le
forme di corruzione e, più in generale, i comportamenti scorrettida parte dei professionisti e delle impresevanno
puniti e denunciati con forza. Ma più in generale occorre apportare
modifiche profonde al sistema, perché certi comportamenti e forme
di corruzione siano scongiurati all’origine.Ad
esempio,non
è accettabile che l’informazione scientifica verso i medici sia
completamente lasciata in mano alle case farmaceuticheche hanno un oggettivo ed evidente conflitto di interesse. -
Tutte
queste tematiche dovranno entrare a far parte a pieno titolo del
prossimo Piano Sanitario Regionale, e ne dovranno costituire una
sezione specifica, con ben definite piste di lavoro da attuare nel
triennio. -
Ma
non può trattarsi del lavoro e dell’impegno di una singola
regione.Attorno
a questo tema andrà proposto e promosso un tavolo comune con altre
Regioni italiane che abbiano la stessa sensibilità al problema e la
stessa determinazione nell’affrontarlo.
In quel contesto interregionale sarà possibile dotarsi di strumenti
diformazione,
informazione, e anche di ricerca scientifica comuni. -
Occorrerà
dotarsi di strumenti efficaci di informazione rivolti ai cittadini,
ai medici e alle varie istituzioni per diffondere quel minimo di
strumenti necessari a scongiurare forme scorrette di marketing
farmaceutico. -
Nell’immediato
si auspica l’avvio di unacampagna
informativa che ripristini la verità dei fatti rispetto al panico
irrazionale che circonda l’influenza A/H1N1. -
Si
auspica altresì l’organizzazione di una serie di iniziative che
porti alla conoscenza del pubblico il fenomeno del disease
mongering.
Bibliografia
Nemesi medica. L’espropriazione della salute
Illich Ivan
Boroli Editore
Farmacopoli
Giancarlo
Giojelli – Gianpiero Beltotto
Piemme
Overdose. Come una
regolamentazione eccessiva mette a rischio le medicine del futuro
Richard A. Epstein
Rubettino
Global Pharma.
Confessioni di un insider dell’industria farmaceutica
Peter Rost
Rizzoli
Cacciatori di corpi. Il
mercato della sperimentazione di nuovi farmaci
Sonia Shah
Nuovi
Mondi
Attenti
alle bufale
Tom
Jefferson
Il
pensiero scientifico editore
Attenti
alle bufale… e ai mandriani
Tom
Jefferson
Il
pensiero scientifico editore
Gli inventori delle
malattie. Come ci hanno convinto di essere malati
Jorg Blech
Lindau
Farmakiller
Stefano
Apuzzo – Marcello Barenghi
I
libri di Gaia
Big Pharma. Come il
mercato minaccia la nostra salute
Jacky Law
Einaudi
Farmaci che ammalano. E
case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti
Ray Moynihan, Alan
Cassels
Nuovi
Mondi
Il mercato della salute.
Diritto alla vita tra interessi, speculazioni, piraterie
Castagnola Alberto, Rossi
Maurizio
EMI
Trasmissione
di Rai Tre “C’era una volta”
Puntata
del 5/08/2009 – Inventori di malattie
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2d46eae7-7cab-4a04-a354-be9b1e43ef3f.html
ALLEGATO
1
Al
Presidente di
Consiglio
Regionale
S
e d e
Oggetto:
Interrogazione sulla campagna di diffusione del vaccino anti
papilloma virus
CONSIDERATO
CHE
-
Da
qualche tempo il Ministero della Salute ha dato avvio ad una
spregiudicata campagna di promozione del vaccino contro il papilloma
virus umano (Hpv) quale strumento di prevenzione del tumore del
collo dell’utero, completa di costosi spot e trasmissioni ad hoc; -
Il
cancro alla cervice uterina è un tumore non frequente e
infrequentemente mortale. In Italia rischia di contrarlo, nel corso
della vita, una donna ogni 13 e di morirne una ogni 1250. Non si
tratta di trascurare questi numeri, ma di verificare se con la
stessa spesa non sia possibile adottare soluzioni che diano risposte
ad emergenze reali e con dati ben più pesanti; -
I
dati riferiti al periodo 1998-2002, relativi a 175.314 casi di nuovi
tumori diagnosticati tra le donne italiane, collocano il tumore
della cervice (2% dei tumori totali) all’ottavo posto. E’ quindi
più raro del tumore al seno (27%), di quello della cute diverso dal
melanoma (14%), del colon-retto (11%), del polmone (4,5%), dello
stomaco (4%), del corpo dell’utero (4%), dell’ovaio (3%), del
pancreas (2,5%) -
Rispetto
ai dati del quinquennio 1988-1992 sia l’incidenza sia la mortalità
per tumore della cervice uterina appaiono in diminuzione. Questa
riduzione è dovuta soprattutto all’efficacia del pap test; -
L’infezione
da Hpv è causa necessaria, ma non sufficiente a sviluppare il
tumore. Infatti moltissime donne, il 75% di quelle sessualmente
attive, si infettano nel corso della vita e nella gran parte dei
casi eliminano spontaneamente il virus, senza accorgersene e senza
riportare conseguenze; -
Non
è ancora nota la capacità di prevenire la neoplasia cervicale,
dato che il timore ha il suo picco di incidenza attorno ai 45 anni
mente gli studi sull’efficacia del vaccino sono stati condotti su
donne di età inferiore ai 26 anni ed il tempo massimo di
osservazione è stato di 5 anni, quando normalmente il tempo che
intercorre tra l’infezione da Hpv e lo sviluppo delle lesioni
cancerose è mediamente di 20-30 anni; -
Ancora
oggi non sono compresi i meccanismi che portano all’eliminazione
spontanea del virus, o al contrario, alla sua persistenza
nell’organismo e alla progressione in malattia. Pertanto non si
conoscono i meccanismo per cui può insorgere il tumore; -
Date
le ancora scarse conoscenze scientifiche in materia, l’unico
sistema di provata efficacia per ridurre l’incidenza e la
mortalità correlata alla neoplasia cervicale è lo screening con
test di Papanicolau (Pap test); -
E’
pertanto ingannevole dichiarare che i vaccini disponibili prevengono
il tumore e le autorità competenti hanno il dovere di effettuare
una corretta informazione; -
Dagli
stessi studi emerge che l’efficacia si riduce nelle donne con
precedente infezione da uno dei genotipi contenuti nel vaccino e
l’effetto protettivo sembra valido solo per le lesioni
displastiche associate ad un solo tipo di Papilloma virus dei 15
definiti “ad alto rischio”. Inoltre, esperienze scientifiche
verificate in altri casi (vaccinazione eptavalente
antipneumococchica), lasciano ipotizzare un possibile fenomeno di
“rimpiazzo dei tipi”: all’eliminazione dei tipi virali contro
cui il vaccino è attivo corrisponde l’aumento di tipi virali non
inclusi nel vaccino e oggi scarsamente circolanti. -
I
test clinici hanno mostrato che su 8.817 donne cui è stato
somministrato il Gardasil, hanno sviluppato lesioni precancerose in
361, ovvero appena il 14% in meno del gruppo di controllo a cui è
stata data solo acqua fresca. -
Gli
studi effettuati, basandosi su soli 5 anni, non sanno dire se dopo
questo periodo sarà necessaria una dose di richiamo del vaccino; -
Dato
che il vaccino non copre tutti i casi in cui si può sviluppare il
cancro, il rischio è che le donne vaccinate, sentendosi
erroneamente sicure, non effettuino più il Pap test aumentando i
lori richi; -
Dato
che le imprese farmaceutiche hanno ottenuto la commercializzazione
del vaccino prima di avere conclusioni definitive, non è ancora
noto il profilo di sicurezza del farmaco sul lungo periodo. Gli
effetti indesiderati locali sono molto frequenti e quelli gravi non
sono affatto trascurabili. Il sistema Vaers, che raccoglie le
segnalazioni di eventi avversi durante e dopo una vaccinazione, ha
finora raccolto più di 4000 reazioni avverse dopo vaccinazioni con
il Gardasil, tra questi paralisi di Bell (paralisi facciale),
sindrome di Guillain-Barre, convulsioni, trombosi. L’Emea
(European Medicines Agency) ha comunicato che due giovani donne sono
morte improvvisamente dopo aver ricevuto il vaccino Gardasil. La
Food and Drugs Administration degli Stati Uniti ha ricevuto anche 28
segnalazioni di aborto dopo somministrazione del vaccino Gardasil a
donne in stato di gravidanza;
PRESO
ATTO CHE
-
Tutti
gli studi fino ad ora pubblicati sull’efficacia dei vaccini sono
sponsorizzati dalle stesse ditte produttrici, i cui esperti sono
responsabili anche per il disegno, l’analisi dei risultati e la
stesura delle pubblicazioni; -
Se
è corretto che la ditta produttrice testi il farmaco prima della
commercializzazione, non è però eticamente accettabile e
scientificamente opportuno che, sulla base di questi risultati, si
stabiliscano delle campagne che intervengono direttamente sulla
salute delle adolescenti; -
In
sostanza, quello che sta avvenendo, è che con i soldi dei
contribuenti si è avviata non una iniziativa di salute pubblica, ma
una ampia sperimentazione sul campo, cosa finora mai avvenuta per
alcune farmaco. Si stabilisce così un pericoloso precedente, in
quanto la fase III di sperimentazione (quella che dovrebbe
dimostrare l’efficacia reale e la non nocività del nuovo farmaco
attraverso una sperimentazione mirata e controllata) viene affidata
al servizio sanitario, scaricando su questo i costi ed i rischi che
dovrebbero essere a carico delle industrie farmaceutiche e del
settore della ricerca. -
Il
costo del vaccino è di circa 600 euro per l’intero ciclo, a
carico dei fondi pubblici. Pertanto, questo vaccino immesso sul
mercato con una velocità senza precedenti distoglie risorse ingenti
e preziose dai servizi di prevenzione della sanità pubblica. Quegli
stessi fondi potrebbero essere utilizzati in maniera molto più
efficiente ed efficace attraverso una campagna massiccia di Pap test
rivolta a tutte le donne tra i 25 e i 64 anni, risolvendo il
problema globalmente e non solo quello legato ai pochi ceppi di
virus presenti nel vaccino.
RILEVATO
CHE
-
Sia
in Italia che in altri paesi europei il mondo accademico e
scientifico ha espresso un forte dissenso. Epidemiologi, medici e
pediatri in Spagna ed in Italia hanno inviato una lettera aperta al
Ministero competente in cui chiedono di modificare e ripensare
l’introduzione di questa vaccinazione; -
Ancora
una volta una campagna di vaccinazione sembra essere finalizzata più
a soddisfare gli interessi economici di qualche multinazionale
farmaceutica piuttosto che a garantire il diritto ad una giusta ed
equa salute a tutti i cittadini; -
in
Finalndia la questione è stata affrontata con maggiore serietà,
dato che si è deciso di valutare l’impatto della vaccinazione su
un campione di 20.000 adolescenti, correttamente informate ed
invitate a partecipare allo studio. Di queste 20.000 solo 2800 sono
state vaccinate, e le altre, non vaccinate, rappresentano il gruppo
di controllo; -
Anche
la Regione Marche sta effettuando le gare per l’acquisto del
vaccino su indicazione della campagna promossa dal Ministero della
Salute.
Il
sottoscritto consigliere regionale
interroga
il
Presidente della Giunta Regionale
per
sapere
-
Se
sia informato sulle numerose e gravi anomalie che stanno
caratterizzando questa campagna di vaccinazione promossa dal
Ministero; -
Se
condivida le perplessità e le considerazioni espresse in premessa; -
Se
si sia fatto una propria opinione sul fatto che un sistema sanitario
pubblico che sembra in costante carenza di risorse economiche per
soddisfare i più elementari bisogni di salute dei cittadini, trovi
invece poi le risorse per dare avvio ad azioni discutibili e
certamente non prioritarie come questa anomala campagna di
vaccinazione, o come avvenuto nel recente passato conFALSE
EPIDEMIEcome
Sars, Aviaria e similari; -
Se
non ritenga opportuno attivarsi presso il Ministero della Salute,
magari di concerto con altre Regioni italiane, al fine di
riconsiderare profondamente l’azione intrapresa così come
suggerito anche da autorevoli esponenti del mondo scientifico; -
Se
non ritenga utile, sul territorio della Regione Marche, attraverso
le strutture pubbliche, attivare una efficace campagna di
controinformazione al fine di garantire alle cittadine una corretta
e completa informazione al fine di effettuare una scelta più
consapevole e meditata.
Michele
Altomeni
Consigliere
Regionale
Gruppo
Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
1http://it.euronews.net/2009/10/24/margaret-chan-direttore-dell-oms/
2Rivista “Internazionale” n. 820 del 6/12 novembre 2009
3http://www.time.com/time/health/article/0,8599,1894129,00.html
4http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2009/11/06/01011-20091106FILWWW00529-la-pologne-refuse-les-vaccins-h1n1.php
5http://www.corrieredelsud.it/site/modules/article/transfer.php?c31/10009/pdf
6http://www.epicentro.iss.it/focus/flu_aviaria/influenza_aviaria_new.asp
7http://www.ministerosalute.it/dettaglio/pdATuPerTu.jsp?id=28
8http://www.corteconti.it/Ricerca-e-1/Gli-Atti-d/Controllo-/Documenti/Sezione-ce/Anno-2009/Delibera-n.-16-adunanza-del-10-settembre-2009—Giuseppone.doc_cvt.htm
9http://www.protezionecivile.it/cms/attach/ordinanza3285del30.pdf
10I dati di questo paragrafo provengono da un articolo di Maurizio
Ricci pubblicato su “La Repubblica” –
http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/nuova-influenza/affare-vaccino/affare-vaccino.html
11Costo di una confezione 36,80 Euro
12http://www.libero-news.it/articles/view/494283
13http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001029490
14http://www.bmj.com/cgi/content/extract/324/7342/886
15Commercianti di malattie: come i medici, le aziende
farmaceutiche, e gli assicuratori ti stanno facendo sentire ammalato
16http://collections.plos.org/plosmedicine/diseasemongering-2006.php
