giovedì 30 Maggio 2024
Libri

Fogli di via – Storie di immigrazione

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Il 5 febbraio il gruppo Fuoritempo ha organizzato a Monte Porzio un incontro con il vicequestore di Verona Gianpaolo Trevisi sul problema dell’immigrazione. Un’ottima sintesi della serata può essere rappresentata dell’articolo di Nicoletta Pasqualini tratto dalla rivista “Sempre” di gennaio 2010.

Tutto partì da quel racconto, “L’Africa in un cassonetto”. Il racconto vinse il primo premio: una stretta di mano con Giorgio Faletti e un orologio della polizia che dopo una settimana non funzionava già più. E’ così che Gianpaolo Trevisi, vice questore della squadra mobile di Verona, racconta il suo esordio da scrittore. Sette anni passati all’Ufficio Immigrazione, dalla parte di chi decide il destino di tanti stranieri. Il vice questore sfodera l’arma della simpatia, mille incontri di persone in attesa di permessi ricongiungimenti o rimpatri. Dopo quel primo racconto scritto ne da vita ad altri che raccoglie nel suo libro FOGLI DI VIA. Nella sua attività di scrittore parte sempre da un finale pieno di fantasia, a cui attacca storie vere molto tristi. Lo faccio per avere alla mattina la forza di andare nel mio piccolo ufficio, dove ho incontrato famiglie non unite, oppure ragazzini che non potevano andare a giocare nella squadra di calcio di periferia perché il padre aveva il permesso di soggiorno scaduto, mentre c’è chi percepisce più di un milione di euro al mese giocando in seria A o B con permessi e passaporti falsi. Ho scritto questi racconti per scappare da questa realtà e i finali surreali aggiunti mi danno entusiasmo per tornare la mattina a lavorare. Alla fine sono storie che sono solo in un libro, mentre i veri protagonisti non le hanno vissute così come le ho inventate io. Questa sensibilità è merito dei miei genitori, come il rispetto per il prossimo e per chi è dall’altra parte di qualunque posto. Noi poliziotti abbiamo dei pregiudizi, ma è anche vero che ci sono dei pregiudizi nei nostri confronti. Nei diversi incontri che faccio in giro per l’Italia emerge una realtà di polizia diversa, tanti poliziotti vivono la loro professione con profonda sensibilità, un aspetto che nel nostro lavoro serve. Da una parte le regole da applicare come funzionario dello Stato; dall’altra l’incontro con l’umanità di ogni persona anche se immigrata. Il mio compito è di osservare le regole e far rispettare le leggi. Sviluppare sensibilità e umanità ti permette di farlo meglio.

Come fa ad entrare nel cuore della gente, e a far capire questa nuova umanità che si affaccia alle nostre porte?
I racconti mi hanno aiutato molto a far conoscere il fenomeno dell’immigrazione; è importante far capire che esistono queste realtà, senza la presunzione di far cambiare idea, ma offrendo almeno la possibilità di guardare a queste persone con occhi diversi.

Lei è molto richiesto negli incontri organizzati nel mondo cattolico come si pone?
A me fa molto piacere che i miei racconti sono stati apprezzati in quel mondo. Ho conosciuto tanti sacerdoti, suore e frati che nel loro piccolo fanno delle rivoluzioni quotidiane, e questa è la Chiesa in cui io credo. Nell’ultimo racconto parlo di quella ragazza nigeriana costretta a prostituirsi e di quanta sofferenza c’è dietro.

Come vede il problema della prostituzione e l’applicazione dell’art. 18 che prevede la protezione sociale per le vittime dello sfruttamento?
La storia ha dell’incredibile, sembra scritta nel medioevo, invece è una storia del 2007. Per molti versi è riuscito a dare risultati significativi, anche se adesso per certi tipi di etnie è meno efficace, considerando che le ragazze rumene che si prostituiscono non hanno più bisogno del permesso di soggiorno.

Nella realtà non sempre c’è un lieto fine spera ancora che qualcosa possa cambiare?
Lo spero. Un racconto parla di un ragazzino cinese che fa da interprete al padre mentre si trova allo sportello per concludere la sua pratica. Questa immagine rappresenta la speranza che bisogna riporre su questi ragazzi; sono loro il futuro. Non possiamo pensare ad una Italia circondata da muri altissimi, in cui non entra ed esce nessuno. Bisogna pensare ad un mondo multiculturale e multicolore dove anche questi bambini sono cittadini del futuro.