Strumenti di tortura

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Nel
corso della riunione del sottocomitato per i Diritti umani del
Parlamento europeo, è stato presentato a Bruxelles il rapporto di
Amnesty International dal titolo “Dalle parole ai fatti”, in cui
viene approfondito il problema della vendita di strumenti di tortura.

Il
rapporto evidenzia come tra i produttori figurino aziende europee,
tra cui le principali provenienti da Belgio, Finlandia, Germania,
Repubblica Ceca e Spagna: naturalmente non poteva mancare l’Italia.
Come
si legge a pagina 33 del rapporto, sarebbero infatti cinque le
aziende italiane coinvolte in questo commercio internazionale:
Defence System Srl, Access Group Srl, Joseph Stifter s.a.s/KG,
Armeria Frinchillucci Srl e PSA Srl.

Nella
denuncia di Amnesty si parla di “congegni da fissare alle pareti
delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e
manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000
volt
”.

Il
rapporto sottolinea come queste attività siano proseguite nonostante
l’introduzione a livello europeo, a partire dal 2006, di una serie di
controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di
polizia e di sicurezza «atto a causare maltrattamenti e torture» e
per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su
scala mondiale per torturare. Ma scappatoie legali consentono ancora
di farla franca.

Il
Governo italiano ufficialmente sostiene di non essere a conoscenza di
questo traffico. Tuttavia questo “non so” stona con il fatto che,
sempre secondo Amnesty International, alcune di queste società hanno
dichiarato apertamente in interviste sui media o attraverso i propri
siti web di fornire articoli messi al bando, ma spesso prodotti in
altri paesi.
Il
nostro Paese, secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty per
l’Italia, “è tra i venti paesi dell’Ue a non aver fornito, come
invece prevede l’art. 13 del Regolamento europeo, informazioni sulle
licenze all’esportazione di materiali di sicurezza e di polizia”.