domenica 26 Maggio 2024
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Nuove bugie nucleari

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Esiste
un accordo chiamato WHA 12-40, concluso tra AIEA (Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica ) e l’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità), che non è altro che un accordo truffa che
ha sancito, all’interno dell’ONU, il primo matrimonio di comodo
(28 maggio 1959) fra le due importanti organizzazioni.

L’accordo
prevede che non possano essere divulgati dall’OMS le indagini e i
dati sanitari conseguenti a incidenti nucleari senza il consenso
della stessa AIEA, che funge pertanto da controllore e da controllato
allo stesso tempo. E così è stato per tutti gli incidenti nucleari,
Chernobyl compreso. Una censura preventiva che continua tuttora. Si
tratta non solo di un accordo in palese contrasto con i fini
statutari dell’OMS, ma che lede, oltre al diritto alla salute, uno
dei diritti più importanti della persona: il diritto
all’informazione.

Ecco
perché l’OMS continua a sostenere che a morire a causa
dell’incidente di Chernobyl siano state al massimo seimila persone
mentre altre ricerche, soprattutto di associazioni ambientaliste,
sostengono che il numero delle vittime sia superiore a centomila.

D’altronde
non sono bastati 25 anni per far diminuire il rischio di tumore nelle
persone che abitavano vicino alla centrale di Chernobyl al momento
dell’incidente. Bambini e teenager che hanno bevuto latte o mangiato
formaggio contaminato nei giorni che seguirono l’esplosione hanno un
rischio maggiore di ammalarsi di tumore alla tiroide. Secondo uno
studio pubblicato dalla rivista Environmental Health Perspectives, la
probabilità che si contragga il cancro è ancora uguale ai giorni
successivi al disastro. Lo studio, condotto dal National Institute of
Health americano, ha esaminato 12.500 persone che avevano meno di 18
anni al momento dell’incidente, misurando due mesi dopo i livelli di
Iodio-131 nella loro tiroide.
Non
abbiamo trovato nessuna evidenza nel corso dello studio che indicasse
una decrescita nel tempo del rischio di tumore, quello che abbiamo
osservato è che l’assorbimento delle radiazioni da Iodio-131 è
proporzionale al rischio del cancro, che non sembra abbassarsi con il
tempo
“, scrivono nella loro relazione gli studiosi del
National Institute of Health.

La
contaminazione del cibo è una delle maggiori preoccupazioni dopo
l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima in Giappone, segno
evidente che l’incidente è ben maggiore rispetto a quello che si
cerca di far credere.
Nei
giorni scorsi sono state rilevate tracce di sostanze radioattive su
spinaci, altre verdure e latte provenienti dalle aree vicine alla
centrale nucleare danneggiata. Rilevata radioattività anche
nell’acqua corrente di Tokyo. Il governo nipponico, pur ripetendo a
più riprese che le quantità rinvenute sono ben lontane dal
rappresentare un pericolo per la salute, ha bloccato la distribuzione
di latte e di due tipi di verdure prodotte in 4 prefetture limitrofe
all’impianto, come «misura precauzionale».

La
stessa OMS fatica a “mantenere” l’accordo del 1959 con l’AIEA e
difatti l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito «grave»
la contaminazione radioattiva del cibo nel Paese colpito dal sisma.
In un’intervista telefonica da Manila, il portavoce regionale
dell’OMS Peter Cordingley ha spiegato che la situazione è «molto
più seria di quanto tutti avevano pensato in un primo momento,
quando si credeva che questo tipo di problema fosse limitato entro
20-30 km» (dalla centrale).
D’altronde
è un dato certo che nei giorni di maggiore crisi intorno
all’edificio dell’impianto il livello di radioattività è salito a
3mila microsievert per ora (la soglia massima di esposizione in un
anno è mille microsievert).

Ora
emerge anche che la Tepco (l’azienda che gestisce le centrali di
Fukushima), in un rapporto all’agenzia per la sicurezza nucleare
dello scorso 28 febbraio, spiegò di aver omesso alcune verifiche
alla centrale nucleare.

Attualmente,
per tranquillizzare l’opinione pubblica italiana, il ministro dello
Sviluppo Economico Paolo Romani informa che sulle centrali nucleari
previste in Italia occorrono “più riflessione, più verifiche e
più informazioni”.
Parole
che più che altro servono a lasciare aperta la strada del ritorno al
nucleare, dato che lo stesso Romani ha subito dichiarato: “Una
volta che saremo sicuri che tutto questo è stato risolto nella
direzione auspicata, a quel punto la scelta nucleare del governo
potrà proseguire”.

La
vera domanda da porre al ministro è: “Se davvero il governo avesse
voluto una pausa di riflessione, perché lo scorso 16 marzo è stato
dato il via libera al decreto sulla localizzazione delle centrali che
prevede il parere obbligatorio ma non vincolante delle Regioni sulla
scelta dei siti atomici?”.
La
finta frenata sull’atomo nasconde da un lato il tentativo di sabotare
il referendum e dall’altro uno scontro interno all’esecutivo per
scaricare i reattori francesi Epr e per favorire quelli americani
della Westinghouse, società con cui ha stretti rapporti Ansaldo
Nucleare (vedere ildossier
su L’Espresso
a firma di Stefania Maurizi).

Ma
la vera chicca della settimana è l’articolo diUmberto Veronesi
apparso sul quotidiano “La Repubblica”
di questi giorni. Un
articolo sulla stessa linea del ministro Romani, nel quale si chiede
una “moratoria” per riflettere ma allo stesso tempo si sostiene
la necessità di andare avanti con il progetto nucleare in Italia.
A
questo punto vorrei fare due brevi considerazioni.
La
prima riguarda la dichiarazione “stramba” del noto medico e
presidente dell’Agenzia italiana per la sicurezza del nucleare:
Abbiamo per anni sostenuto che gli impianti di ultima
generazione sono sicuri e con un rischio di incidente vicino allo
zero. Oggi il Giappone ci impone di riconsiderare criticamente questa
convinzione.

Affermazione
che dimostra che questa “convinzione” sul nucleare è
un’illusione, se lo stesso Veronesi ammette che si è trattato di un
errore.

La
seconda considerazione riguarda un’altra affermazione di Veronesi:
Dobbiamo pensare al futuro tenendo conto che petrolio, carbone
e gas hanno i decenni contati e che sono nelle mani di pochissimi
Paesi
”.
Con
queste parole Veronesi vorrebbe indurci a pensare che l’uranio
costituisca il futuro.
Purtroppo
il noto medico non dice che le riserve di uranio saranno sufficienti
per cinquanta anni (al massimo sessanta) e che i paesi che
possiedono uranio sono (in ordine di importanza): Canada, Kazakistan,
Australia, Namibia, Russia, Niger, Uzbekistan, Usa, Ucraina, Cina,
Sudafrica, Brasile, India e Repubblica Ceca.
Tra
questi paesi non sembra risultare l’Italia.

Vogliamo
veramente continuare ancora con questa pagliacciata?