giovedì 23 Maggio 2024
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Prima stagione del “Teatro dell’oppresso” in Palestina

L’inizio del mese di giugno è stato contrassegnato dal 40° anniversario dell’occupazione del popolo palestinese in Cisgiordania, a Gerusalemme Est, nella Striscia di Gaza così come nelle Alture del Golan. Dal 1967, questo popolo conosce la peggiore e la più estrema delle forme d’oppressione che ci siano, l’occupazione militare da parte dello stato di Israele che, con l’insediamento delle sue colonie, ha espropriato gli individui della propria terra e della loro libertà, privando il popolo palestinese dei suoi diritti inalienabili.

La società palestinese che ha conosciuto anni di costrizioni e di oppressioni politiche, sociali ed economiche è impigliata in situazioni prestabilite che le sono state imposte. Questo quadro ostacola la corretta visione della società sulle sue possibilità per un’altra presa di coscienza di sé stessa e di altri mezzi di libertà di pensiero, di lavoro e d’azione, che potrebbero aiutarla ad apprendere il rispetto delle differenze e a rallegrarsi della diversità delle opinioni. L’assenza di questa pratica provoca la mancanza di tolleranza, imprigiona la società nei suoi dogmi e restringe le sue aspirazioni.

Vista l’occupazione che i Palestinesi sopportano, questo paese era del tutto autorizzato ad affermarsi come il luogo propizio alla stagione del Teatro dell’Oppresso che si è aperta nello scorso aprile e che termina il 28 giugno.

In un momento così critico della storia palestinese, il Teatro dell’Oppresso, con tutti i suoi mezzi e le sue tecniche differenti, incarna l’arte del dialogo e del confronto e la resistenza all’occupazione.

Esso conduce il pubblico a fronteggiare e a confrontarsi con i suoi problemi – personali, sociali, ideologici, politici –, stimola la coscienza culturale e si serve di questa forma d’arte come di un mezzo per l’impegno politico.

Il Teatro dell’Oppresso spinge gli spettatori, chiamati gli“spett-attori”, ad occuparsi dei loro problemi e delle questioni delicate, ad analizzarle e a risolverle per superare questo stato di crisi, che ha ostacolato, in tutti questi ultimi anni, la realizzazione di nuove prospettive creatrici, culturali, sociali e politiche.

Esso da loro l’occasione di guardare queste questioni con un occhio critico. Il Teatro dell’Oppresso in Palestina è un mezzo potente di cambiamento e di sviluppo che permette alla società palestinese di affermare la sua umanità di fronte ai tentativi di deumanizzazione, tanto di un’occupazione israeliana di 40 anni che di tradizioni e costumi repressivi in corso nella società palestinese.

La cerimonia d’apertura di questa prima stagione del Teatro dell’Oppresso in Palestina si è tenuta a Ramallah il 12 aprile, al Palazzo della cultura, teatro moderno accolto nello stesso immobile del comune, la sola municipalità di tutta la Cisgiordania ad avere per sindaco una donna. Più di quattrocento persone vi hanno partecipato.

«Costruire dei ponti… rompere le barriere»: tale era il titolo del festival che, durante quasi tre mesi, è stato assunto dalla compagnia del teatro professionale locale Ashtar e da diversi gruppi stranieri provenienti da Spagna, Belgio, Brasile e Germania che hanno presentato più di 45 spettacoli in tutta la Cisgiordania, a Betlemme, Jenin, Hebron, Arta, Gerico, Nablus e Tulkarem…

Utilizzando i metodi del Teatro dell’Oppresso, specialmente quelli del teatro-forum e del teatro legislativo, il ricco cartellone della stagione ha cercato di focalizzare su questioni e problemi sociali particolari in seno alla società palestinese, quali la violenza contro le donne, i “crimini d’onore” e i matrimoni precoci (con la pièce“La Storia di Mona”), le punizioni violente e corporali contro i bambini e i giovani nelle scuole (con “Abu Shaker, il Professore”), le controversie religiose e culturali (con “IlQuartiere nero di un’Ora”), la disoccupazione e la mancanza di possibilità economiche a causa dei check-points e dell’occupazione (con “La Storiadel Villaggio diSeeh Shishaba”), e molti altri.

«La stagione del Teatro dell’Oppresso sarà, a partire da quest’anno, un appuntamento regolare, biennale in Palestina», dice Iman Aoun, attore e direttore artistico del Teatro Ashtar – una ONG locale con base a Ramallah e Gerusalemme – che ha molto operato perché fosse resa possibile la stagione del Teatro dell’Oppresso, qui e per la prima volta, in Palestina.

E’ ancora più importante se si considera che«essa rappresenta l’apogeo di una lunga e progressiva preparazione e arrivo a un momento in cui il Teatro Ashtar è designato primo Centro del Teatro dell’Oppresso del Medio Oriente», e che essa va ad essere l’inizio del lancio delle tecniche del Teatro dell’Oppresso in tutto il mondo arabo. Oltre a questo, il gruppoProduzione e Formazione del Teatro Ashtarè il solo gruppo professionale che lavora alla formazione di tali tecniche nella regione. Esso ha partecipato a delle conferenze e pubblicato dei libri teorici e funzionali che, probabilmente, sono state le prime e uniche pubblicazioni di questo genere in tutto il mondo arabo sino ad oggi.

Questo tipo di teatro, in Palestina come in tutto il mondo, è conosciuto come un atto di resistenza. Il suo fondatore, il militante brasiliano Augusto Boal*, ha concepito questa forma teatrale politicizzata nel 1971 per resistere all’oppressione contro il suo paese, specialmente durante la dittatura militare. Egli ha consacrato la sua carriera alla realizzazione di un cambiamento sociale tramite il teatro. Attraverso il suo desiderio di contribuire al cambiamento sotto un regime oppressivo, Boal ha creato delle tecniche teatrali senza dubbio tra le più radicali, e pertanto accessibili, di questi ultimi cento anni.

L’insegnamento di Boal ha suscitato molte controversie, ha fatto entrare e conoscere il linguaggio teatrale nelle fabbriche e nelle vie al fine di farne il supporto di tutte le inquietudini umane, è stato catalogato come militante culturale – lui che, per i militari brasiliani negli anni sessanta, era considerato come una minaccia

Nel 1971 è stato arrestato, torturato e in seguito esiliato in Argentina dove ha sviluppato la sua idea del Teatro dell’Oppresso e pubblicato il suo primo libro “Il Teatro dell’Oppresso” nel 1971. Il clima politico lo obbliga a partire per l’Europa, a Parigi, dove vive insegnando il suo approccio rivoluzionario del teatro per dodici anni, creando diversi centri per il Teatro dell’Oppresso in tutto il mondo. Dopo l’uscita di scena della giunta militare del Brasile, nel 1986, Boal torna a Rio de Janeiro, dove vive a tutt’oggi. In seguito ha creato un centro importante per il Teatro dell’Oppresso a Rio e ha lanciato più di una decina di compagnie teatrali che operano per sviluppare dei progetti basati sulla comunità.

La maggior parte delle tecniche di Augusto Boal è stata creata dopo che egli ha preso coscienza dei limiti del teatro didattico a motivazione politica che praticava nei quartieri poveri. Egli ha constatato che i suoi tentativi di motivare la gente che viveva nei settori poveri o “bidonville” perché si levassero contro le ineguaglianze razziali e di classe erano ostacolati dal proprio contesto razziale e di classe (lui stesso essendo bianco e in una situazione finanziaria al confronto confortevole). Dal punto di vista di Boal, gli Stati oppressori, come il governo brasiliano dell’epoca, si servono del teatro per estendere il loro sistema oppressivo. Egli ha dunque creato delle tecniche che conducevano all’idea di rivolta e spingevano il cambiamento all’interno del gruppo. Molti dei suoi primi lavori e insegnamenti si ispiravano alla filosofia marxista, benché per la sua carriera questo non lo abbia limitato, una gran parte del suo attuale lavoro si situa in una ideologia di centro sinistra.

Il Teatro dell’Oppresso è stato utilizzato nei movimenti radicali di educazione popolare dei contadini e degli operai, più tardi da insegnanti e studenti, ora ugualmente da artisti, lavoratori sociali, psicoterapeuti, ONG… inizialmente in luoghi ristretti, pressoché clandestini. Adesso si trova nelle vie, le scuole, le chiese, i sindacati, i teatri ordinari, le prigioni. Il Teatro dell’Oppresso – come stabilisce la sua Dichiarazione dei Principi –«non è né un’ideologia, né un partito politico, non è né dogmatico né coercitivo ed è rispettoso di tutte le culture. Esso è un metodo di analisi e un mezzo per rendere le società più felici.»

Oggi il Teatro dell’Oppresso è anche un movimento non-violento internazionale, mondiale, con centri in decine di paesi che permettono a tutti coloro che non hanno altrimenti la parola di avere un’espressione artistica e sociale. E’ una rete di centinaia di gruppi teatrali, convinti che il Teatro dell’Oppresso è«un mezzo per la realizzazione della giustizia economica e sociale che è il fondamento di ogni vera democrazia».

Il Teatro Ashtar, che fa parte della rete del Teatro dell’Oppresso, ha fatto suo questo ideale e dal 1991 lavora ad educare la comunità sulle tecniche teatrali coinvolgendo centinaia di persona con interpretazioni incitanti alla riflessione. Esse mirano a incoraggiare il dialogo in seno alla comunità in quanto mezzo per esprimere e comprendere le frustrazioni e le collere personali, che penetrano nelle persone a causa dell’oppressione.

All’epoca del quarantesimo anniversario dell’occupazione, e grazie al Teatro Ashtar locale, il pubblico palestinese in generale ha trovato nella stagione teatrale e in questa forma di teatro un mezzo ragionevole per resistere all’oppressione che subisce tutti i giorni della propria vita, con aspirazioni per un avvenire diverso, senza occupazione né alcun tipo di oppressione, un futuro fondato sull’uguaglianza e la giustizia sociale e tutto quello che giova agli esseri umani.

* Vedi :Augusto Boal en quelques dates

 

Le foto sono dell’autrice Federica Battistelli

Traduzione di Elena Monti