giovedì 23 Maggio 2024
ArticoliArticoli 2015

L’altro Osama, non-violento palestinese

assopacepalestina.jpg
Dalla Palestina
all’Italia, per sfuggire alla recrudescenza dell’occupazione
militare israeliana. È la storia di Osamah Tamimi, un ragazzo di
vent’anni del villaggio di Nabi Saleh, vicino Ramallah, in
Cisgiordania, che il 5 settembre arriverà nel nostro Paese, grazie
alla mobilitazione dell’associazione AssoPacePalestina, per
trascorrere due mesi lontano da pericoli, terrore e stress.

Per tutta la durata del
visto, Osamah sarà ospitato prima dalla scuola di Vela di Pescia
Romana, che in passato aveva accolto anche altri ragazzi palestinesi,
dove farà volontariato; poi in altri luoghi, a cominciare dalla sede
di AssoPacePalestina. Una misura, questa dell’allontanamento
temporaneo, che si rende sempre più necessaria per i giovani
palestinesi impegnati nella resistenza non violenta, per fare in modo
che possano sfuggire alle incarcerazioni, ai raid e alle violenze
dell’esercito.

Nel villaggio di Nabi
Saleh, l’accoglienza e la voglia di comunicare sono palpabili ed è
sempre grazie all’associazione AssoPace Palestina di Luisa
Morgantini che gruppi di internazionali hanno potuto, in questi anni,
conoscere i volti della resistenza, vedere i territori occupati e
ascoltare le testimonianze. «La presenza di internazionali qui è
per noi fondamentale, è parte della nostra vittoria – dice Bilal
Tamimi, uno dei protagonisti della lotta non violenta di resistenza e
padre di Osamah — perché una volta tornati alle loro vite potranno
raccontare quello che vedono, far pressione sui loro governi, far
conoscere le nostre storie».

E di storie, nel villaggio
di Nabi Saleh, ne hanno molte da raccontare. Come quelle che filmava,
la settimana scorsa, il volontario italiano Vittorio Fera che, armato
di telecamera, documentava l’arresto e l’aggressione dei soldati
israeliani ai danni di un ragazzo di 12 anni con il braccio
ingessato. Il video del soldato e del ragazzo catturato è diventato
virale su web nel giro di poche ore ed è la testimonianza di quanto
filmare e scattare foto siano diventati strumenti integranti della
resistenza palestinese, mezzi fondamentali e utili non solo ai
processi, per far vedere chi sono gli aggressori, ma anche alla
diffusione all’estero, grazie alla rete, di quanto sta avvenendo
nella Cisgiordania.

Ora ci si chiede se Fera
abbia una qualche responsabilità, ma non ci si chiede perché
l’esercito israeliano si trovasse in un territorio in cui, in base
ai confini del 1967, non dovrebbe mettere piede. Ma queste sono
domande anacronistiche: Israele continua ad espandersi con le sue
colonie e la comunità internazionale guarda in silenzio.

A Nabi Saleh, i
palestinesi, insieme ad internazionali e ad israeliani che si
oppongono alla politica coloniale di Tel Aviv, hanno fatto della non
violenza lo strumento primo e unico della lotta. Questo borgo di
oltre seicento anime, occupato fin dal 1967, minacciato dall’esercito
e dalla colonia Alamish, costruita nel 1976 in un territorio che è
stato dichiarato appartenere al villaggio palestinese, resiste.
Resiste ai lanci di pietre e proiettili da parte dell’esercito che
colpiscono indiscriminatamente e che hanno già fatto morti e feriti.

Resiste alle
incarcerazioni e alle incursioni notturne, alle demolizioni delle
case lungo la strada principale e ai lanci di quell’acqua chimica,
dal colore verde, il cui cattivo odore resta per giorni e giorni
addosso alle pareti delle case e alla pelle delle persone. Resiste
anche al furto di acqua da parte dei coloni. Ogni venerdì, dal 9
dicembre 2009, anniversario della Prima Intifada, in questo
villaggio, donne, uomini, bambini e volontari internazionali e
israeliani protestano pacificamente contro l’occupazione e i suoi
effetti.

Osamah Tamimi ha due
cugini uccisi, una madre arrestata e ferita due volte da un
proiettile che la fa zoppicare, un fratello e un padre feriti e
arrestati più volte. Lui stesso è stato vittima del regime di
apartheid visto che, a 14 anni, gli è stata negata l’entrata a
Gerusalemme dove sarebbe dovuto andare a studiare. E due anni fa, nel
tentativo di aprire una strada chiusa nel suo villaggio così da
permettere a un’ambulanza di evacuare alcuni feriti, è stato
colpito ad un occhio da un proiettile, facendogli perdere la vista
per due mesi. Dallo scorso gennaio, la rappresaglia contro Osamah e
la famiglia si è intensificata: raid notturni, irruzioni in casa,
percosse, interrogatori e minacce.

Ed è per questo che
AssoPacePalestina ha raccolto l’appello del padre e ha fatto in
modo che Osamah potesse venire in Italia per due mesi, fino alla
rotazione dell’attuale comandante israeliano in carica a Nabi
Saleh. Un modo per evitare i pericoli più imminenti e avere alcuni
momenti liberi dallo stress e dal terrore dell’occupazione.