Concessioni balneari e concessioni petrolifere

notriv.jpg
Su come applicare la Bolkenstein in Europa coesistono due linee di pensiero: quella del bastone e della “tolleranza zero” per le oltre 30.000 piccole imprese balneari e quella morbida, tutta zucchero e miele, per le multinazionali del gas e del petrolio.


Il Governo ne è a conoscenza da tempo ma oscura la notizia per non precipitare nei sondaggi d’opinione e per non rendere ancor più tesa una situazione portata all’esasperazione dalla recente decisione della Corte di Giustizia di vietare la proroga delle concessioni balneari fino al 2020.

Tre anni appena rispetto alle concessioni perpetue ad estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine!

“La posizione assunta dalla Commissione UE è assolutamente contraddittoria e illogica”, dichiara il Prof. Enzo Di Salvatore, padre del referendum No Triv del 17 aprile. “Il 14 giugno scorso, per il tramite del Commissario per l’ambiente Karmenu Vella, la Commissione ha risposto ad una interrogazione presentata nel mese di aprile dall’europarlamentare Barbara Spinelli, con la quale si chiedeva se l’Italia, stabilendo che le compagnie petrolifere possano estrarre senza limiti di tempo, non violasse le regole europee sulla libera concorrenza.

Ebbene, nella sua risposta la Commissione, dopo aver precisato che in questa fase non vi sia “una potenziale violazione del diritto ambientale dell’Unione” (ma non è questo che si chiedeva nell’interrogazione), né una violazione della Convenzione di Aarhus, ha affermato che la legge italiana non viola la normativa europea in materia di concorrenza, in considerazione della modesta produzione di idrocarburi in Italia, che “non dovrebbe peraltro avere un impatto considerevole sulla concorrenza nei mercati internazionali degli idrocarburi”.

Al tempo stesso, però, essa ha sostenuto che l’Italia “deve garantire che la durata delle autorizzazioni” per la prospezione, ricerca ed estrazione di gas e petrolio “non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali esse sono state concesse” e che “tuttavia le autorità competenti possono prorogare la durata delle autorizzazioni se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”.

Il che equivale esattamente a dire che:
1) non possano esserci estrazioni in eterno;
2) il rilascio di una proroga sia solo eventuale (e che dunque non costituisca un diritto);
3) la proroga debba essere disposta di volta in volta e sempre previo controllo della pubblica amministrazione, che deve verificare che l’attività di ricerca o di estrazione sia stata condotta nel rispetto degli obblighi derivanti dal permesso o dalla concessione.

Ma non è tutto. Il 23 maggio scorso, per il tramite del Commissario per il clima e l’energia Miguel Arias Cañete, la Commissione ha risposto anche ad un’altra interrogazione presentata dall’europarlamentare della Lega Nord Lorenzo Fontana.

Nella risposta si dice chiaramente che le compagnie petrolifere non godono “di diritti esclusivi nell’area geografica per la quale hanno ottenuto un’autorizzazione per un periodo più lungo di quanto sia necessario per il corretto esercizio delle attività autorizzate”, ribadendosi che “la legislazione e le norme nazionali italiane devono essere conformi alle disposizioni della direttiva 94/22/CE”.

“Insomma” – chiosa Di Salvatore – “la legge italiana viola palesemente il diritto europeo e la Commissione UE – che non è neppure d’accordo con se stessa – non ne trae le dovute conseguenze!”.

“Due pesi e due misure” – aggiunge Enrico Gagliano del Coordinamento Nazionale No Triv. “Da un lato, vi sono i balneatori italiani, vittime sacrificali delle ferree regole europee sul mercato; dall’altro, le multinazionali del petrolio, beneficiarie delle flessibili regole europee sul mercato.

Con le risposte che rende, la Commissione dimostra di continuare ad essere la longa manus della lobby delle energie fossili e la sostenitrice più convinta di una “politica” che trova la sua massima espressione nel TTIP e la sua massima negazione nel perseguimento degli obiettivi della COP 21 sui cambiamenti climatici.

Il Governo italiano è corresponsabile di questa situazione: ancora una volta mostra di essere solo lo strumento docile nelle mani dei tecnocrati dell’Unione”. Insomma, Bruxelles dispone e Roma provvede, come testimonia la riforma costituzionale in itinere, la cui approvazione risulta assolutamente “caldeggiata” dall’Unione europea.

“La devoluzione verso l’alto delle funzioni e il contestuale svuotamento dei poteri degli enti territoriali” – conclude Gagliano – “appaiono strumentali ad una più efficiente e veloce realizzazione del modello oligopolista europeo”.