giovedì 30 Maggio 2024
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La ‘ndrangheta uccide anche a Natale

Marcello Bruzzese, 51 anni, è stato ammazzato a Pesaro la sera del giorno di Natale. Viveva sotto protezione, ma il suo nome di battesimo compariva pure sulla cassetta delle lettere della casa in cui abitava, in via Bovio, in pieno centro. Aveva appena parcheggiato la macchina in garage quando due uomini, cappello in testa e bavero della giacca rialzato, si sono avvicinati e gli hanno scaricato addosso una ventina di colpi di pistola, quindici dei quali sono andati a segno, uccidendolo.
Sembra la sceneggiatura di un classico film di mafia ambientato in Sicilia, invece è accaduto in un tranquillo capoluogo marchigiano.

La vittima era di origine calabrese ed era il fratello di Girolamo Bruzzese, pentito di ‘ndrangheta e collaboratore di giustizia dal 2003, dopo aver tentato di uccidere il capo della cosca a cui apparteneva. La vendetta trasversale è arrivata a Natale, forse lo Stato aveva sottovalutato la situazione, sicuramente qualcosa nel sistema di protezione non ha funzionato.
È anche probabile che i killer avessero un basista in zona, che pure aveva studiato la vita del 51enne per preparare l’agguato mortale.

Matteo Salvini, dal canto suo, sembra aver dormito sonni piuttosto tranquilli, tant’è vero che la mattina del 26 dicembre il Ministro dell’Interno ha salutato i suoi seguaci su Facebook con un selfie mentre faceva colazione con pane e Nutella.
Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, sempre su Facebook, ha chiesto sarcasticamente a Salvini se «quando avrà finito pane e Nutella la città di Pesaro potrà avere qualche informazione e rassicurazione».
Ad ogni modo, il titolare del Viminale nella giornata del 27 dicembre si è recato a Pesaro per presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza in Prefettura.

Alla perdita di una vita umana, si sovrappone il duro colpo inferto alla credibilità dello Stato nell’offrire protezione. Un punto centrale della lotta alle mafie, che sembra invece aver perso priorità nella nuova gestione del Ministero dell’Interno. Così si minaccia la riduzione di scorte, si attenuano le precauzioni, fino a scoprire che tutta la protezione di cui godeva la vittima di Pesaro era un sussidio e la speranza che nessuno dei suoi nemici lo trovasse, benché il suo cognome fosse sul citofono.
L’Associazione Libera evidenzia che il sistema di protezione ha fatto flop. In una nota scrive: “È chiaro che qualcosa non ha funzionato e che c’è stata qualche falla nel sistema. Interrogativi che necessitano di risposte immediate, ferme e decise da parte dei rappresentanti del governo e dello Stato”.

Ma qual è la storia di Marcello Bruzzese?
Il giornalista Mario Di Vito scrive: “Le indagini sull’omicidio, intanto, hanno già preso una direzione ben precisa: si è trattato di un’esecuzione in stile mafioso, una vendetta venuta dal passato, e d’altra parte non era la prima volta che Marcello Bruzzese subiva un attentato. Era il 1995 e i sicari uccisero suo padre Domenico, braccio destro del boss della Piana di Gioia Tauro Teodoro Crea. In quella circostanza morì anche Antonio Maddaferri, marito di una sorella di Marcello Bruzzese, che dal canto suo rimase ferito allo stomaco. Nel 2003 l’alleanza tra i Bruzzese e i Crea finì: il 23 ottobre, Girolamo Bruzzese sparò tre colpi di pistola al boss Crea e poi, credendolo morto, andò a consegnarsi ai carabinieri. Era latitante da sette anni dopo una condanna per omicidio. Nel 2004 fu assassinato il suocero di Bruzzese, Giuseppe Femia, per il primo atto di una vendetta trasversale di cui l’omicidio di Natale è l’ennesimo capitolo. Marcello Bruzzese, negli anni, è stato prima alloggiato in Francia, poi una prima volta a Pesaro per un breve periodo nel 2008, poi ancora nascosto in giro per l’Italia e infine nuovamente nella città marchigiana da tre anni a questa parte”.

Come spiega Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia: “La cosca Crea è radicata e antica, e vanta anche esponenti sanguinari. Girolamo Bruzzese è collaboratore di giustizia da 15 anni, ma ha reso dichiarazioni anche di recente. Per esempio nel processo che si è chiuso con una sentenza di condanna in appello, ora all’esame della Cassazione, con pene dure nei confronti di Teodoro e Giuseppe Crea. Quindi anche il fratello di Girolamo era soggetto all’attenzione del servizio di protezione”.

Ma allora perché si è permesso che la vittima tenesse il suo nome e cognome addirittura sul citofono?
Mi sembra interessante il commento di Roberto Saviano[1]: «Bruzzese aveva il nome sulla buca delle lettere e si rendeva riconoscibile da tutti, come mai tanta imprudenza? Qui bisogna fare approfondimenti, perché capita che i parenti dei pentiti, anche se aiutati dallo Stato, vogliano comunicare la loro presa di distanza dal familiare collaboratore. Spesso non si rinuncia alla propria identità appunto per evitare eventuali vendette o l’isolamento: nel 1995 la figlia di Carmine Schiavone, Giuseppina, inviò una lettera ai giornali in cui scrisse: “Mio padre è un megalomane infame”; più recentemente, nel 2017, Salvatore Ridosso, camorrista di Scafati e figlio di un collaboratore di giustizia, ha rifiutato la protezione dicendo: “Non voglio essere figlio di un collaboratore e mi astengo dalle dichiarazioni che ha fatto papà”.»

Aggiungo le interessanti parole di Manfredi Palumbo, ex procuratore della Repubblica di Pesaro, sul quotidiano Il Resto del Carlino di oggi: “Bisogna andare a scavare nella vita della vittima. Se è stato ucciso per motivi che riguardano vicende esterne al nostro territorio è un conto. Se invece è per una situazione che è maturata nella nostra provincia, allora sarebbe molto grave. Significherebbe che aveva cominciato a muoversi e a mettere in piedi i propri affari anche nella provincia pesarese. Un nucleo calabrese era già attivo qui a Pesaro. Se fosse vera la seconda ipotesi, in questo caso, i nuclei sarebbero due“.

Certamente occorrerà attendere le indagini per capire con esattezza la natura di questo omicidio ma, nel frattempo, credo che sia importante mantenere alta l’attenzione su questo fatto.
Da tre anni nella provincia di Pesaro e Urbino abbiamo dato vita al progetto “La primavera della legalità”: diverse associazioni, realtà e scuole si sono messe insieme per unire le loro forze sul tema della criminalità e della legalità del nostro territorio.
Continuiamo a sostenere che sebbene le Marche non siano una regione tipicamente mafiosa e il numero dei beni confiscati sia attualmente limitato, il territorio marchigiano si è mostrato però non impermeabile a questo tipo di “infiltrazioni”. In tutti questi anni abbiamo ripetuto, ai cittadini e alle istituzioni, che sul tema criminalità organizzata nel nostro territorio dobbiamo avere tutti più attenzione.
È per questo che riteniamo che il bene confiscato di Isola del Piano, gestito dal 2011 da Libera e successivamente dalla Fattoria della Legalità, debba perseguire un alto valore simbolico sul tema della legalità.

Come ci hanno ricordato Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel 2017, in un incontro promosso dalla Primavera della legalità proprio a Pesaro: “In Emilia, Piemonte, Veneto, Toscana, Lazio, Abruzzo e nelle Marche c’è un negazionismo strisciante, come se la ‘ndrangheta fosse un marchio a distribuzione limitata e non piuttosto un modello esportabile strettamente integrabile con il potere politico ed economico del territorio”.

Auspichiamo quindi che questo drammatico fatto dia maggior consapevolezza a istituzioni e ai cittadini sulla necessità di dedicare più attenzione al tema della criminalità organizzata.
Purtroppo la maggioranza delle persone crede che il problema riguardi sempre e solo il proprio vicino. In realtà, al di là di quest’ultimo fatto, nella stessa provincia di Pesaro e Urbino sono stati confiscati dei beni alla mafia: segno che qualcosa sta scricchiolando nonostante il nostro tessuto sociale sia ancora forte.
Episodi inquietanti si sono verificati in questi anni, dalla scoperta di una rete criminale che commetteva reati legati alla contraffazione, al traffico di rifiuti pericolosi, alle estorsioni, ai sequestri di droga, all’usura, alla prostituzione, ai reati ai danni del patrimonio, ai traffici illeciti internazionali. Si tratta di episodi che non bastano a definire le Marche una regione ad alta esposizione mafiosa ma che sono sufficienti a suggerire la necessità di monitorare seriamente il fenomeno.

A tale proposito sarebbe importante creare un “Osservatorio regionale antimafia” nelle Marche, il terzo nel Centro Nord, dopo quelli già istituiti in Lombardia ed Emilia Romagna. Potrebbero farne parte rappresentanti istituzionali, delle associazioni antimafia, delle forze sociali, sindacali ed imprenditoriali. Uno strumento concreto per “misurare” e tenere sotto controllo le “infiltrazioni” criminali.

 

[1]                     L’articolo completo di Roberto Saviano lo potete leggere qui.