domenica 1 Ottobre 2023
Politica italiana

Non dubito

Non dubito della

buona fede con

cui il presidente

Mattarella ha

compiuto la scelta

d’imperio del

governo Draghi (“d em o c raz i a

dall ’alto”, l’ha chiamata Gustavo

Zagrebelsky), considerandolo

un male minore rispetto a elezioni

anticipate da svolgersi in piena

emergenza.

Suppongo anzi che il capo dello

Stato abbia sgradito il moto di

sollievo in cui si sono accomunati

i tanti parlamentari a rischio di

doversi cercare un altro mestiere

e i portavoce del padronato che

ormai da tempo vedono nel suffragio

universale un fastidioso ostacolo

ai loro auspici. Sintomatico

è l’uso smodato e mistificatorio

che si sta facendo della parola

“populismo”, in questi giorni,

per celebrarne la sconfitta.

Perfino il Pd si è beccato l’accusa

di populismo per il solo fatto di

aver riconfermato l’in te nz io ne

di prolungare l’alleanza

con il M5S. Se ne deduce

che si macchierebbe

di populismo chiunque

denunci il ripristino

del primato della tecnocrazia;

intesa, quest

’ultima (mai nominata

come tale) quale unico

efficace agente regolatore

del conflitto fra

blocchi d’interessi diversi,

che la politica si è

dimostrata incapace di

rappresentare.

Mi chiedo però se

Mattarella abbia valutato,

soppesando i pro e

i contro della soluzione

Draghi, anche l’effe tto

nefasto prodotto fra i cittadini

comuni dai clamorosi voltafaccia

in cui si sono esibiti troppi

protagonisti della nostra politica.

Lo si presenta come senso di

responsabilità, addirittura felice

resipiscenza, ma appare fin troppo

evidente che si tratta di faccia

tosta. Nessuno crede all’europei –

smo di facciata di un Salvini così

come all’improvvisa folgorazione

moderata, liberale e atlantista

di un Di Maio. Quanto al Pd, l’unica

cosa che si capisce è la sua

impossibilità a concepirsi altro

che partito ministeriale. Al pari

delle forze minori di centro, Berlusconi

in testa, fortunosamente

rientrate nel gioco.

I partiti ne sono usciti a pezzi,

chi più e chi meno afflitti da ulteriori

lacerazioni. Sottovalutare

gli effetti futuri di questa dissoluzione,

ben visibile nei rancori

che si manifestano all’in te rn o

dei loro gruppi dirigenti, a me

sembra pericoloso. Si potrebbe

obiettare che il trasformismo è

da sempre una caratteristica della

politica italiana. E che anche

di recente abbiamo assistito a

trasformazioni virtuose di personalità,

come Giuseppe Conte,

rivelatosi capace di assumere una

fisionomia diversa da quella

meramente subalterna assegnatagli

nel 2018 da M5S e Lega. Ma

resta il fatto che l’incoerenza al

potere è diventata la cifra prevalente

della nostra democrazia

malata, acuita al massimo grado

nel governo dell’emergenza.

Davvero improponibile è il

paragone con i governi di unità

nazionale del dopoguerra, nei

quali coabitavano partiti politici

protesi alla ricostruzione del

Paese dopo aver combattuto insieme,

nel Cln, il regime fascista:

un profilo comune, sociale e culturale,

pur nelle grandi

diversità che presto

si manifesteranno,

oggi del tutto assente.

Non a caso nella storia

d’Italia, i governi di unità

nazionale hanno

sempre avuto vita breve

(a differenza della

grosse koalition tede –

sca) e sono stati caratterizzati

da scarsa capacità

riformatrice, in

quanto paralizzati dai

veti reciproci. Perfino

la scelta dei sottosegretari,

che ha messo

in imbarazzo anche i

più devoti cultori dei

superpoteri di Draghi,

lascia intendere che questo governo

non farà eccezione. Sicché

riesce davvero temerario illudersi

che il banchiere trasformatosi

in politico possa diventare il riordinatore

di un sistema fondato

sull ’alternanza democratica fra

una destra e una sinistra di matrice

europeista.

Gli stessi moti di esultanza

che hanno accompagnato la nascita

di questo governo segnalano

che non si tratta di un’innova –

zione bensì di una restaurazione.

Esso non prefigura, cioè, la formazione

di una nuova classe dirigente

democratica, bensì il ritrovato

protagonismo di funzionari

e notabili che nel passato recente

pretesero e ottennero, solo

per fare un esempio, l’ins erimento

dell’obbligo di pareggio

di bilancio nella nostra Costituzione.

Sia detto per inciso: il relatore

di quella riforma votata a

larga maggioranza nel 2012 si

chiamava Giancarlo Giorgetti,

che poi non ebbe niente da ridire

quando la Lega due anni dopo si

scatenò in una campagna elettorale

al grido “Basta euro”. Analoghe

contraddizioni hanno costellato

il passaggio del M5S dal

fautore della Brexit, Nigel Farage,

al voto per Ursula von der Leyen;

e da Salvini a Zingaretti. Il

rifiuto di riconoscere validità alla

distinzione fra destra e sinistra

è la causa principale della sua deflagrazione.

Resta il fatto, però,

che pur con tutte le accuse di dilettantismo

che il governo Conte

bis si è tirato addosso, i suoi ministri

hanno svolto un ruolo determinante

nella svolta impressa

all’Unione europea nel luglio

del 2020. Un merito che in futuro

nessuno potrà togliergli.