martedì 25 Giugno 2024
Mafia

Auto di lusso, Rolex, pioggia di soldi Scattano due arresti in viale Trieste Maxi frode da Catania: il capo era qui

Due Porsche parcheggiate sotto casa, una 911 e una Macan, e una Lamborghini Urus con gli interni firmati Luis Vuitton (valore complessivo circa 800mila euro). Novantamila euro in contanti nascosti in casa. E poi Rolex, gioielli e borse e zainetti firmati delle marche più costose. Un sequestro milionario a pochi passi dalla spiaggia. E’ quello condotto dalla Guardia di Finanza di Catania con il supporto dei finanzieri di Pesaro ieri all’alba. I militari hanno suonato il campanello dell’ultimo condominio di viale Trieste, lato levante. Qui, al primo piano, vivono da circa un mese Carmelo Salvatore Di Salvo, 52 anni e di Mariuccia Copia, 35 anni, entrambi siciliani e per loro sono scattate le manette con l’accusa di associazione a delinquere per reati fiscali e tributari. La perquisizione si è estesa anche nello studio aperto da pochissimo che si trova lungo la Statale, poco dopo Largo Tre Martiri, e dove i militari si sono soffermati a lungo. Non c’è ancora un’insegna nel locale che ha aperto i battenti da circa un mese e che sarebbe stato ancora in una fase embrionale di attività, in procinto di diffondersi nel tessuto economico locale, dai trasporti al turismo, dalla logistica all’edilizia. Sulla cassetta della posta dello studio al piano terra si legge soltanto «Revolution. La rivoluzione inizia con noi» e «Copia & Partners. Società tra avvocati». Carmelo Salvatore Di Salvo è accusato di essere il vertice di una complessa organizzazione criminale che, grazie ad un utilizzo fraudolento della normativa sulla rete di imprese e sul distacco del personale, si sarebbe arricchito sottraendo all’erario in 5 anni oltre 25 milioni di euro a fronte di 61 milioni di profitto. L’operazione chiamata «Alto Impatto» ha portato a 16 misure cautelari eseguite un po’ in tutto il territorio nazionale. L’articolato sistema di frode sarebbe stato alimentato dalla creazione di ben 14 reti di impresa, di cui avrebbero fatto parte 37 società con funzione di «distaccanti», operanti su tutto il territorio nazionale, e 439 imprese «distaccatarie» dislocate in tutto il Paese tra cui anche nelle Marche, utilizzatrici di personale in posizione di distacco.Le società capofila sarebbero state una sorta di «serbatoi di manodopera» e sarebbero state organizzate secondo le esigenze del «sistema», il cui core business si sarebbe limitato solo a consentire il distacco dei lavoratori a scopo di lucro nei confronti di 439 società. I dipendenti, formalmente licenziati dalle «distaccatarie» per essere assunti dalle aziende a capo della rete, avrebbero continuato a svolgere le proprie mansioni presso il proprio datore di lavoro sotto la veste di lavoratori distaccati. Non solo: dopo avere accumulato un debito tributario e contributivo significativo, queste società sarebbero state poste in liquidazione e sostituite da altre che avrebbero assorbito i medesimi lavoratori, posti nuovamente in distacco a favore della stessa impresa beneficiaria. L’erogazione di lavoratori distaccati avrebbe creato le condizioni per emettere fatture riferite ad operazioni inesistenti e per beneficiare di detrazione dell’Iva.