martedì 25 Giugno 2024
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Fuori dal ghetto: incontro con Papa Latyr Faye

Penso che abbiamo visto tutti in tv in quali condizioni vivono i braccianti agricoli stagionali provenienti dall’Africa per la raccolta dei pomodori. Baracche fatiscenti, orari impossibili, paghe irrisorie, assenza di servizi igienici…Tutto per sfuggire a miserie ancora più grandi. Dal 2012 Papa Latyr Faye, un migrante senegalese giunto in Italia dal Belgio, e là pervenuto anni prima con volo aereo e non su un barcone, con altri migranti decide di tentare di cambiare quella situazione di estremo sfruttamento e maltrattamento. Fonda un’associazione di volontariato alla quale partecipano anche Italiani e sostenuta dalla regione Puglia e dalla Prefettura, grazie alla quale le condizioni di vita di 430 immigrati da 13 nazioni africane possono finalmente definirsi sufficientemente dignitose, almeno rispetto a prima. Moduli prefabbricati prima destinati ad altro e mai usati vengono dotati di servizi igienici , bagni chimici e generatori di corrente, con locali adeguati sia a risiedere individualmente, sia ad accogliere uffici, incontri pubblici, cerimonie religiose…Superando ostacoli burocratici, lentezza nell’approvazione di progetti, minacce della criminalità e tentativi di sabotaggio da parte dei vecchi caporali, comincia un percorso di automantenimento attraverso la coltivazione dei campi intorno a San Severo. La cooperativa da essi fondata produce e distribuisce pomodori e confezioni di pelati sia attraverso spedizioni sia sui banchi della Coop. Sui barattoli la scritta Ri-ACCOLTO evoca il senso di quella iniziativa con la quale emigranti africani accolgono i loro fratelli nel villaggio della solidarietà, fratelli considerati clandestini perché privi di permesso di soggiorno, che perdono appena si trovano senza lavoro. Negli anni, in aggiunta al loro intento iniziale, si sono caricati di nuovi impegni, come quello di accogliere ex detenuti e persone con gravi problemi di salute, che non possono essere assistiti diversamente, offrendo certamente un servizio utile alla pubblica sicurezza, in quanto “eliminano” dalla circolazione soggetti problematici, disturbanti, che potrebbero finire nelle mani della mafia diventando spacciatori o papponi o violenti. Sono una realtà unica, e Papa si chiede perché, pur essendo quella realtà così funzionante, non se ne voglia replicare il modello, visto che non costa nulla allo Stato, diversamente dai centri d’accoglienza che percepiscono 34 euro al giorno per immigrato. Essi si autofinanziano con il loro lavoro, non vogliono dipendere da alcuna forma di assistenzialismo, anche se accettano l’aiuto e la collaborazione della popolazione locale che è presente con corsi di lingua italiana, corsi di guida, di sartoria ecc.…
Nel villaggio vivono solo uomini e ragazzi, mentre le famiglie con minori sono alloggiate nel centro abitato per favorirne l’integrazione. Papa rivendica con forza il diritto dell’africano di potersi spostare con la stessa facilità con la quale un ragazzo di un paese occidentale decide di avventurarsi per il mondo. All’africano infatti ciò non è concesso. Le ambasciate italiane in terra d’Africa sono raggiungibili solo attraverso mediatori che danno appuntamenti dietro lauti versamenti di denaro. Il visto “turistico”, per il quale si deve attendere molto tempo, viene concesso anch’esso dopo verifiche relative alla quantità di denaro posseduto dalla persona che intende lasciare il paese, il che è generalmente irrisorio. È per questo che tutti scelgono la via apparentemente più economica ma pericolosa del deserto. Papa non ha omesso di ricordare che l’Africa è un continente ricchissimo, che potrebbe avere benessere e sviluppo, ma i processi di democratizzazione sono lenti, le potenze coloniali occidentali non mollano la presa sui governi locali che continuano a corrompere ed a condizionare, e spesso ogni nuovo tentativo di giungere alla piena libertà ha breve durata perché i leader democratici vengono uccisi o abbattuti con colpi di stato., come è accaduto a Sankara, con il cui nome hanno voluto chiamare la loro associazione. Lavoro, autosufficienza, diritti e non violenza sono i punti di condotta etica che devono sottoscrivere gli abitanti del villaggio, in cui convivono pacificamente cristiani, in minoranza, e musulmani, entrambe le comunità rispettose della religione e dello stile di vita dell’altra, ed ognuna con la libertà di esprimere la propria fede nella propria chiesa. Recenti contatti con il paese d’origine di Papa e con le sue figure istituzionali sono volti ad esportare anche in Senegal il modello San Severo, con buone possibilità di realizzazione. Per molti migranti l’ Italia è solo un momento di passaggio nelle proprie vite, la cui finalità ultima è ricongiungersi con la patria d’origine portando là risorse e competenze maturate durante il soggiorno all’estero, cosa questa che anche gli Italiani hanno fatto nel loro vagabondaggio migratorio in cerca di lavoro e condizioni di vita migliori. Incontrare Papa è stato per me fonte di grande arricchimento umano e spirituale. Spesso ho desiderato conoscere meglio il cuore di queste persone che sempre più popolano i nostri centri abitati. Le molte domande del pubblico, me compresa, hanno contribuito a chiarire molte cose e a dissipare pregiudizi basati proprio sulla non conoscenza e la non comprensione dei fenomeni. Il mondo, anche il nostro, ha bisogno di persone dotate di così grande umanità e capaci di immaginare un futuro diverso per i disperati della terra, persone che sanno guardare oltre il proprio egoico orticello, anche a costo di sacrifici, di cui Papa non nega l’onere e la stanchezza. Ma non è solo. Sono diverse le associazioni che sostengono tali iniziative, tra cui L’AFRICA CHIAMA, anch’essa presente all’incontro di ieri sera.
Grazie Francesco, grazie Associazione Fuoritempo, grazie padre Luciano

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Thomas Sankara, un eroe africano ucciso e dimenticato. Il suo viso compare nelle magliette dell’associazione omonima che dal 2012 sta lottando contro il caporalato a San Severo in Puglia e con il cui presidente abbiamo parlato ieri sera presso la parrocchia di San Michele al Fiume. Dei loro progetti, sostenuti dalla Regione e dalla Prefettura, nel tentativo di sanare un fenomeno così vergognoso legato alla criminalità mafiosa.

Storia di un rivoluzionario dimenticato
La storia di Thomas Sankara, un eroe africano che cercò di compiere nel Burkina Fas