Occhi sull’Iran: repressione sistemica, università sotto assedio e una diaspora frammentata
Le proteste che attraversano oggi l’Iran non possono
essere interpretate come un episodio contingente né
come una semplice reazione alla crisi economica.
Sono il risultato di una frattura politica e sociale apertasi
definitivamente nel settembre 2022, quando la morte di
Mahsa Jina Amini nelle mani della polizia morale ha
scardinato il rapporto, già fragile, tra società e potere.
Donna, Vita, Libertà non ha rappresentato uno slogan
transitorio, ma una rottura strutturale.
Da allora l’Iran non è mai tornato alla cosiddetta
normalità. È entrato in una fase di conflitto latente
permanente, in cui la repressione non è più una risposta
emergenziale, ma una modalità ordinaria di governo.
Cambiano le condizioni materiali, ma il bersaglio resta
invariato: un sistema di potere fondato sul controllo, sulla
paura e sulla violenza istituzionalizzata. Nel pieno
dell’inverno, mentre il Paese affronta una crisi profonda, la
risposta del regime alle nuove mobilitazioni segue lo stesso
schema. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto
giovani, studenti universitari, lavoratori e pensionati. Il
carcere e la minaccia costante della pena di morte restano
strumenti centrali di un potere che non tollera il dissenso
perché non è più in grado di assorbirlo.
Negli ultimi giorni almeno quindici manifestanti sono
stati arrestati in diverse città. Tra loro figurano studenti
universitari e attivisti civili. All’Università di Teheran
quattro studenti, tra cui ragazze e ragazzi sotto i
venticinque anni, sono stati prelevati con la forza da aule e
dormitori senza mandato, senza accuse formali, senza
informazioni alle famiglie. È il segnale di una
trasformazione precisa: il sapere non è più solo sorvegliato,
ma criminalizzato. I campus sono oggi presidiati come
zone militari. Le uscite vengono bloccate, le assemblee
destabilizzazione, gli arresti effettuati in modo selettivo
per produrre deterrenza. Nel corso del 2025 migliaia di
arresti arbitrari hanno colpito avvocati, giornalisti,
insegnanti e cittadini comuni. Le esecuzioni capitali,
spesso al termine di processi sommari e opachi, sono state
utilizzate come strumento politico di intimidazione. La
pena di morte non risponde a esigenze di giustizia, ma alla
necessità di disciplinare una società che non obbedisce più.
Le proteste attuali si innestano anche su una crisi
economica devastante. Il rial continua a crollare, i salari
perdono valore, i beni essenziali diventano inaccessibili:
oltre il 70% di aumento per gli alimenti, oltre il 50% per i
medicinali. Quando il lavoro non garantisce più la
sopravvivenza, il conflitto sociale diventa inevitabile.
Tuttavia ridurre queste mobilitazioni a una protesta
economica sarebbe fuorviante. Come nel 2022, la domanda
è politica: dignità, futuro, libertà, e sempre più
esplicitamente la fine del regime degli ayatollah.
Il regime ha iniziato a perdere il proprio capitale
simbolico ben prima delle proteste attuali, ma negli ultimi
anni questa erosione è diventata irreversibile. Il clero al
potere, un tempo presentato come guida morale e
protettore della nazione, è oggi percepito come un
apparato autoreferenziale, incapace di rappresentare la
società. Questa delegittimazione investe direttamente Ali
Khamenei, il cui potere si fonda sempre meno sul
consenso. La frattura si è allargata in modo definitivo dopo
la cosiddetta guerra dei dodici giorni. Durante quel
conflitto il regime ha mostrato con chiarezza le proprie
priorità: proteggere il vertice del potere, non la
popolazione. Mentre i civili vivevano bombardamenti,
paura e isolamento, le misure di sicurezza sono state
concentrate attorno ai centri del comando politico-militare
e alla figura del leader supremo. Nessun piano di
protezione civile credibile, nessuna comunicazione
trasparente, nessuna responsabilità assunta. La retorica
della “resistenza” si è svuotata di fronte all’abbandono
concreto dei cittadini. Fuori dall’Iran, intanto, si consuma
un altro fallimento: quello delle diaspore. Numerose ma
frammentate e divise, spesso più impegnate in conflitti
interni che nella costruzione di una pressione politica
efficace. Senza una voce comune, senza strategie
coordinate, senza un sostegno concreto alle famiglie delle
vittime e agli studenti arrestati.
Il regime degli ayatollah non cadrà per stanchezza.
Cadrà solo sotto il peso di una pressione interna ed esterna
convergente. Dopo Mahsa Jina Amini, il tempo delle
ambiguità è finito. Senza unità, tutto il resto è solo fumo.
