giovedì 30 Aprile 2026
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‘Io, italiano, detenuto in Palestina dagli israeliani’

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Ci sono circostanze
straordinarie in cui il cervello umano, in un tempo infinitesimale,
riesce a coprire con lucidità una quantità di pensieri
inimmaginabile in situazioni normali.

Le conseguenze
dell’arresto di solito sono tre, ordinate per gravità:
l’espulsione dal Paese e il divieto di rientro per almeno 10 anni;
il bando da una determinata area o altri tipi di restrizione del
movimento per un certo periodo di tempo; il rilascio in giornata dopo
una breve detenzione. Nel primo caso, oltre a non rimetter piede in
Palestina, oltre a non rivedere più amici e compagni, si scontano le
conseguenze anche in patria.

Come giustificare
un’espulsione? Probabilmente addio dottorato. Fa niente, messo già
in conto. In tutti e tre i casi si finisce nella “lista nera”
delle persone sgradite, e probabilmente si viene respinti indietro
alle frontiera, la prossima volta. Anche questo preventivato. Ora:
non ho aggredito soldati, non sono stato preso per aver tirato pietre
o commesso altri atti “violenti”. La lucidità fotografa la
realtà, e la speranza si aggrappa alla diapositiva migliore: il
rilascio in giornata.

Il viaggio dura qualche
minuto. Le porte della jeep si aprono. “Seguiteci, forza!”. Due
soldati accompagnano la marcia silenziosa verso il centro di
detenzione, una struttura usata per le esercitazioni dei soldati
della base militare. La forma è quella di un piccolo fabbricato.
Pareti crivellate di fori, pavimenti sporchi, stanze completamente
vuote con una sedia al centro, fili elettrici che penzolano dal
soffitto: l’immaginazione tira un brutto scherzo e per un istante
sembra di entrare in una camera di tortura di qualche film sui
desaparecidos argentini. Un brivido gelido percorre la schiena, prima
di riacquisire la lucidità.

Non è mai successo che un
attivista internazionale venisse torturato o seviziato dai militari
israeliani. Israele tiene più di ogni altra cosa all’immagine di
“unica democrazia del Medio Oriente”, di cui gode presso molti
Stati occidentali. Un passaporto italiano stabilisce la differenza
tra un trattamento al limite della decenza e l’inferno sotto cui
passerebbe un palestinese.

Ci sono tre stanze. Nella
prima un uomo sulla trentina che misura la stanza a passi nervosi,
nella seconda due ragazze sedute l’una accanto all’altra. Gli
sguardi si incrociano per un cenno d’intesa: sono chiaramente
attivisti del gruppo israeliano “Anarchists Against the Wall”, in
prima linea nella lotta congiunta con i palestinesi. “Avanti,
dentro!”. Non ci sono porte, e in ogni stanza c’è una finestra.
Il tempo di scorgere l’immagine di uomo bendato in ginocchio per
terra, nello spiazzo davanti al fabbricato, con le mani legate dietro
alla schiena, e due soldati in piedi accanto: devono aver arrestato
anche un ragazzo del villaggio.

Dalla porta spunta il
volto di una delle ragazze: “Ciao, mi chiamo T. E’ la prima volta
che ti beccano?”. “Piacere, E. Sì, è la prima volta e…”.
Non c’è tempo per altro, vuole comunicare qualcosa di urgente:
“Senti, non hanno il diritto di arrestarti senza accuse. Questa
detenzione diventerà illegale tra tre ore, se non formulano
un’accusa precisa. Non preoccuparti, abbiamo già avvisato il
nostro avvocato, in caso. Non dire niente, qualsiasi cosa possono
usarla contro di te in un eventuale processo. Non firmare niente in
assenza di un avvocato”. Non è raro che degli attivisti siano
stati espulsi: “Senti, la mia unica preoccupazione è non finire
sul primo aereo per l’Italia”. Lei, angelica: “Non penso
succederà, stai tranquillo, siamo cinque, forse non avranno voglia
di cominciare il tran-tran di un processo”.

Ehi, voi due, silenzio!
Tu, rientra nella stanza!”. Meglio non irritare un ragazzotto di
vent’anni con un mitra in mano. Sarà passata almeno un’ora e
mezza, ancora niente. Non si sa perché si è lì, per quanto tempo,
se se ne uscirà e come. Arriva una bottiglia d’acqua. Deve essere
chiaro che tra un detenuto e un militare di un esercito di
occupazione non c’è spazio per il riconoscimento, per lo scambio.
Meglio patire la sete. Il militare sbuffa ed esce, irritato.

Non ci sono solo soldati
in servizio. Un paio di ragazze del campo di addestramento entrano
nel fabbricato incuriosite. Fissano a lungo questi strani personaggi
che avranno sicuramente commesso qualcosa di orribile e che meritano
una punizione. L’oggetto della curiosità, ovviamente, è l’unico
non israeliano. Una entra nella stanza: “Da dove vieni?”. Niente.
“Ehi, dico a te, da dove vieni? Che hai fatto per finire qui?”.
Non una parola, non un movimento. Passa al contatto fisico. Si
affaccia T., la detenuta israeliana, che le urla qualcosa. Ne viene
fuori un battibecco interminabile e i soldati sono costretti ad
intervenire per ristabilire l’ordine e il silenzio. La soldatessa
in licenza esce innervosita. Lezione imparata: con le anarchiche
israeliane non si scherza.

I soldati si annoiano,
allentano la sorveglianza. E’ il momento per ringraziare T., il mio
avvocato improvvisato. “Siete tutti refusnik (chi in Israele
rifiuta di prestare il servizio militare), vero?”. “No, io ho
servito nell’esercito”. Si trattiene prima di aggiungere: “A
Gaza”. “A G-a-z-a?!”. Scorrono nella mente le immagini
dell’operazione Cast Lead, dicembre 2008/gennaio 2009: 1400 persone
uccise, 5000 ferite, tutte le principali infrastrutture civili della
Striscia di Gaza distrutte.

Gaza: il più grande e
affollato campo di concentramento a cielo aperto del mondo
bersagliato da tonnellate di esplosivo via mare, cielo e terra da uno
degli eserciti meglio equipaggiati al mondo. Lei deve aver intuito
questi pensieri e precisa: “Ma non ho mai preso parte ad attacchi
militari. Eravamo in una base di sole donne, al confine nord della
Striscia di Gaza. Gli ufficiali, per terrorizzarci, ci ripetevano di
stare all’erta perche gli arabi avrebbero potuto attaccare la base
da un momento all’altro”.

Si interrompe, guardando
l’orologio: “Son passate tre ore, da adesso questa detenzione è
ufficialmente illegale”. Poi riprende il filo, come se niente
fosse: “Vengo da una tipica famiglia israeliana convinta di esser
sotto costante minaccia di sterminio. Già qualche crepa si era
insinuata nella fortezza della propaganda ufficiale, ma non è facile
uscirne, tutta la società è così militarizzata, sessista,
monolitica, non ci sono spiragli per il dissenso”. La domanda vien
da sé: “E quale è stato il momento di rottura?”. Continua,
fissando dritto negli occhi: “Un giorno ero di guardia e per la
prima volta nella mia vita (sic!) ho visto dei palestinesi: un gruppo
di bambini che si recavano a scuola. Sono rimasta scioccata. Per
giorni fui assillata dal pensiero: sono questi i terroristi da cui ci
dobbiamo difendere? Poi è stato tutto uno scoprire, passo dopo
passo, la vera natura del sionismo, la realtà dell’occupazione…”.

Ehi voi due! Ora mi
avete proprio stufato!”. L’ufficiale di guardia perde la
pazienza. Strattonati negli angoli più lontani delle rispettive
“celle”, le prossime due ore e mezzo saranno un’interminabile
attesa in cui le esigenze del corpo prenderanno il sopravvento: i
crampi della fame, la disidratazione e il caldo causano nausea e
un’insopportabile mal di testa. Non resta che appoggiare la testa
alla parete, chiudere gli occhi e non pensare più a niente. Neanche
alla bottiglia d’acqua in bella vista, al centro della stanza.

Tu, seguimi!”. Il
militare si dirige verso i fabbricati degli ufficiali. Esce quello
che sembra essere l’ufficiale di più alto grado, che tenta un
interrogatorio: “Che ci fai qui? Dove vivi? Quanto tempo rimani?”.
Ostinato silenzio. “Volevo lasciarti andare, ma visto che non vuoi
collaborare, ora siamo costretti a trattenerti”. Intimidazioni. E’
il momento di mettere in pratica la lezione appresa prima: “Non
apro bocca se non in presenza di un avvocato”. “Ah sì?
L’avvocato vuole lui! Allora si vede che hai qualcosa da
nascondere! Allora si vede che hai commesso qualcosa!”. L’ufficiale
porge il passaporto e indica l’uscita: “Puoi andare”. Passo
lento, l’unico pensiero va ai compagni ancora dentro. Chissà se
mai li rivedrò. Ma non c’è spazio per il rammarico, anzi, una
sensazione di sollievo invade il corpo: è la consapevolezza di non
esser soli al mondo, di riconoscersi nelle lotte e nelle speranze di
altri esseri umani, e fare un pezzo di strada insieme.

Dei taxi palestinesi
passano e non si fermano: la base militare è ancora troppo vicina e
i conducenti pensano che un colono israeliano impazzito voglia salire
su un taxi palestinese. Bisogna urlare una frase in dialetto
palestinese per fermare un veicolo e ricevere il largo sorriso del
conducente: “Birzeit? Forza, Sali su!”.