Il deposito nucleare

È partito il conto alla
rovescia per la messa in sicurezza delle scorie radioattive prodotte
dalla breve stagione del nucleare italiano. La Sogin, la società
pubblica incaricata del decommissioning, ha consegnato all’Ispra
l’elenco dei siti potenzialmente idonei per la realizzazione del
deposito nazionale.
L’Istituto superiore per
la protezione e la ricerca ambientale avrà due mesi di tempo per
verificare la correttezza dell’analisi, poi passerà i nomi al
governo che si prenderà un altro mese per i controlli. Ad aprile la
carta sarà resa pubblica.
Dove
sorgerà il deposito? Al momento è difficile dirlo, si sa solo che
dall’elenco sono escluse lagune, zone protette, miniere, dighe,
zone militari, aree sismiche, aree soggette a frane,
sopra i 700 metri di quota, sotto i 20 metri, a meno di 5
chilometri dal mare, a meno di un chilometro
da ferrovie o strade di grande importanza, vicino alle
aree urbane, accanto ai fiumi.
Si
“vocifera” che le zone più probabili potrebbero essere in
Puglia, Lazio, Toscana, Veneto, Basilicata e Marche.
Parliamo di un
investimento da un miliardo e mezzo di euro che, dopo quattro anni di
lavoro, dovrà servire a mettere in sicurezza 90 mila metri cubi di
materiali radioattivi: il 60% verrà dallo smantellamento delle
centrali nucleari, il 40% da attività diagnostiche e terapeutiche di
medicina nucleare, da laboratori di ricerca e da alcuni settori
industriali (questi rifiuti crescono di 500 metri cubi all’anno). In
Italia il deposito sarà limitato alle scorie a media e bassa
attività: il luogo potrà essere recuperato nell’arco di 300 anni.
Attualmente
in Italia ci sono più di 20 piccoli depositi
provvisori. Alcuni sono costruiti con i moderni standard,
altri decisamente no. Come quelli nei sotterranei
degli ospedali o in alcuni capannoni. Una delle situazioni
più rischiose si trova a Taranto, vicino all’Ilva: nel deposito
Cemerad in disuso da anni sono stoccati tremila bidoni
pieni di scorie radioattive.
Sulla
necessità di dare protezione a materiali pericolosi sotto vari
profili (da quello sanitario a quello della security) concordano
tutti. Tuttavia la vera incognita resta l’affidabilità della
gestione. E il governo non è partito con il piede giusto. Il
senatore a 5 stelle Gianni Girotto ha definito la decisione di
nominare Antonio Agostini a capo dell’Ispettorato nazionale per la
sicurezza nucleare e la radioprotezione “un
atto da vecchia politica: si è scelto un personaggio che non ha le
competenze richieste dalla legge“.
Per far “digerire la
pillola” insieme al Deposito Nazionale sarà realizzato il Parco
Tecnologico: un centro di ricerca, aperto a collaborazioni
internazionali, dove svolgere attività nel campo del
decommissioning, della gestione dei rifiuti radioattivi e dello
sviluppo sostenibile. Le sue attività avranno il duplice obiettivo
di stimolare l’innovazione scientifica e tecnologica da destinare al
miglioramento delle performance complessive dell’industria nazionale
e moltiplicare le occasioni di crescita economica. E’ la leva che la
Sogin spera di poter utilizzare per “convincere” gli
amministratori locali ad autocandidarsi: “potrebbe essere lo
strumento per portare tecnologia e offerta lavorativa in aree che
magari attualmente sono economicamente depresse”.
Com’è l’attuale
situazione in Europa?
Il caso più eclatante di
tutti è quello della Norvegia: il Paese possiede un deposito di
scorie nucleari di superficie (come quello che dovrà realizzare
l’Italia) senza aver avuto una centrale (pur avendo due reattori per
la ricerca). Le scorie nucleari provengono anche da attività di
medicina, quindi indipendenti dalle centrali.
Attualmente sono cinque i
depositi in fase di realizzazione in Europa: a Konrad (Germania) si
sta costruendo un deposito profondo, cioè geologico, mentre gli
altri quattro previsti in superficie sono a Vrbina (Slovenia),
Saligny (Romania), Maisiagala (Lituania) e Dessel (Belgio).
Invece Ungheria,
Repubblica Ceca, Finlandia hanno depositi in profondità attualmente
in esercizio.
Sei sono i depositi
europei chiusi e fuori esercizio.
L’Italia è uno dei pochi
Paesi europei (come Portogallo e Grecia) che non possiede ancora un
deposito nazionale.
