mercoledì 22 Maggio 2024
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La deriva razzista dell’Europa

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Pubblichiamo con molto
piacere un altro articolo di Guido Viale tratto dal quotidiano “Il
Manifesto” del 10 maggio 2011. Guido Viale è stato lo scorso anno
nostro ospite come relatore all’incontro “Smog
on the road
” sul tema del trasporto pubblico.

Volevano liberare il
territorio patrio, e quello delle nazioni conquistate – il loro
Lebensraum – dalla presenza degli ebrei; per impedire che gli
contaminassero razza e costumi; ma non pensavano ancora allo
sterminio. Prima avevano cercato di chiuderli nei ghetti: ma «loro»
erano troppi e ancora troppo visibili. E si erano resi conto che con
i pogrom – famoso è quello della notte dei cristalli – non avrebbero
mai risolto il «loro» problema. Poi avevano pensato di deportarli
in un paese lontano, in Madagascar; ma era troppo difficile,
soprattutto in tempo di guerra. Allora hanno cominciato a ucciderli
dove li avevano appena rastrellati, fucilandoli sull’orlo delle fosse
comuni che gli avevano fatto scavare. Ma lo spettacolo era
sconvolgente e gli schizzi di sangue gli macchiavano le divise. Alla
fine hanno inventato le camere a gas e i campi di sterminio: un
sistema «asettico», dove hanno convogliato per sopprimerli sei
milioni di ebrei. È la storia della Shoah.

Anche noi – sembra –
dobbiamo preservare i nostri territori dall’invasione di popoli
inferiori ed estranei alle nostre radici giudaico-cristiane. Prima
abbiamo usato una legislazione ad hoc e le questure, equiparando la
loro esistenza a un crimine e vessandoli in ogni modo con la speranza
che se ne andassero. Non ha avuto successo. Poi abbiamo cominciato a
internarli in vere e proprie galere, fingendo che fossero luoghi di
transito. Ma le hanno riempite tutte subito; e gli altri sono rimasti
fuori. Poi siamo andati a bruciare i loro campi e le loro
catapecchie, sotto la guida della Lega nelle città del Nord e della
camorra in quelle del Sud; o a radere al suolo con i bulldozer campi
e fabbriche dismesse dove si insediano sotto la guida di molti
sindaci sia del Nord che del Sud; ma ritornano sempre, accampandosi
da qualche altra parte.

Per questo abbiamo pensato
di affidare ai nostri dirimpettai del Mediterraneo, pagandoli,
blandendoli e sottoponendoci a umilianti rituali – senza però mai
trascurare gli affari – il compito di fermarli prima che toccassero
il nostro bagnasciuga. Erano campi di sterminio quelli che
finanziavamo, anche se lo sterminio era affidato alle angherie di
svariate polizie e non a un’organizzazione scientifica come quella
dei Lager. Poi la diga si è rotta e quelli che avevamo addestrato
perché li bloccassero si sono messi ad organizzare le loro partenze
in massa. Così ci siamo ritrovati in guerra contro il tiranno che
avevamo blandito fino al giorno prima.

Abbiamo anche provato a
rimandarli indietro: in aereo, in nave, in treno; o a spedirli oltre
frontiera, sperando che se li prendesse qualcun altro; ma è come
svuotare il mare con un secchiello. Alla fine qualcuno ha proposto di
sparare direttamente sui barconi per affondarli: in un mare che nel
corso degli anni ha già inghiottito trentamila migranti. Niente di
più facile, d’altronde: sfiorano sui loro barconi con i motori in
avaria le navi che bombardano le truppe di Gheddafi (ben armate,
queste, dalla nostra industria bellica); e quelle nemmeno si
accostano per raccoglierli. Quale sarà, allora, il prossimo passo di
questa deriva?

La politica dei
respingimenti è fallita sotto i nostri occhi. Il governo italiano
aveva pensato di poterla perseguire per conto suo, in combutta con
Gheddafi, per non renderne conto ai partner dell’Ue, a suo tempo
definita «Forcolandia» per aver promosso una legislazione
antirazzista sgradita alla Lega (bei tempi! Oggi l’Unione accetta
senza fiatare la nuova costituzione ungherese, che del razzismo è
un’epitome). Adesso il governo italiano piange perché i paesi che
aveva appena finito di insultare non vogliono condividere il
«fardello» caduto addosso al povero ministro Maroni, diventato in
poco tempo il nemico numero uno della sua base più incarognita.

Ma sulle menzogne della
politica dei respingimenti sono stati costruiti per anni successi
politici truffaldini e maggioranze di governo ad personam. E carriere
ancora più facili di quelle delle tante ragazze trasformate in
ministro, parlamentare, consigliere regionale o dirigente politico
per aver fatto sesso con Berlusconi.

Pensate al «Trota», il
figlio di Bossi, diventato consigliere regionale dopo ben tre
bocciature negli esamifici più screditati della Padania, che nel suo
curriculum aveva solo un videogioco intitolato «Rimbalza il
clandestino». Forse che – progressi tecnologici a parte – film e
libri come Süss l’Ebreo, che hanno spianato la strada alla Shoah,
avevano un’ispirazione diversa?

Purtroppo, in questa
deriva l’Italia non è che l’avanguardia di un processo che sta
investendo tutta l’Europa, mettendo alle corde tanto la sua politica
(la capacità di scelte condivise), quanto il suo bagaglio culturale:
esattamente come a suo tempo il razzismo antiebraico (largamente
recepito sia ad est che ad ovest della Germania nazista) aveva
sconfessato secoli di cultura tedesca e sprofondato il suo popolo in
una vergogna che l’oblio non ha ancora sanato. L’Italia e l’Europa,
peraltro, possono ancora incattivire parecchio: la strada verso una
qualche «soluzione finale» è ancora lunga. Ma è già tracciata
fin da quando Oriana Fallaci è assurta al ruolo di profeta della
nuova Europa razzista.

Dunque è chiaro, anche se
tutt’altro che evidente e condiviso, che al di là dei successi
elettorali e delle facili carriere, la politica dei respingimenti non
paga. Con essa l’Italia e l’Europa stanno rapidamente perdendo ogni
posizione di vantaggio nell’arena della democrazia. L’alba di un
rovesciamento delle parti già si intravvede: in Tunisia, in Egitto,
in Siria, in Barhein, in Algeria; forse persino in Yemen; là dove un
popolo di giovani scolarizzati e disoccupati sta riuscendo in quello
che in Italia non riusciamo più a fare e molti di noi nemmeno a
sperare: liberarsi da una tirannia mascherata da democrazia: niente
di molto diverso dai regimi di Ben Alì, Mubarak o Assad.

Ma la storia avrebbe
potuto imboccare, e forse può ancora imboccare, un’altra strada. Se
respingere è irrealizzabile, e le conseguenze sono un danno per
tutti, bisogna attrezzarsi per accogliere. Agire come se vivessimo in
un’unica grande «patria» (non la «nazione», continuamente
invocata a sproposito da Ernesto Galli della Loggia; e nemmeno uno
Stato, nazionale o sovranazionale, che è da tempo un organo senza
più poteri, ma solo con funzioni di copertura e saccheggio); bensì
un’area di relazioni in grado di arricchire tutti: chi è qui e chi
resta là.

Una società dove a tutti
venga offerto un ricovero e un’alimentazione decente (non sarebbe un
grande sforzo: in Italia siamo soffocati dal cemento e buttiamo via
quasi metà degli alimenti che compriamo). Un’integrazione fondata
sull’accesso alla scuola e all’educazione di tutti, fornita dei
supporti necessari per fare di ogni allievo, bimbo, giovane o adulto,
un veicolo di reciproca accettazione. Un’economia aperta a tutti su
un piede di parità: dove venga meno la possibilità di sfruttare il
lavoro irregolare, ma anche il «vantaggio competitivo» di chi
lavora in condizioni e per salari indecenti perché è irregolare
(nella clandestinità c’è sempre posto per tutti; anche ai livelli
di vita più degradati; per questo è una «calamita» di disperati.
Ma quando si aprono le porte agli ingressi è possibile che molti, ai
rischi di una traversata pericolosa preferiscano aspettare un secondo
turno, se turni ci sono; anche se i turni, ovviamente, non sono la
risposta ai problemi più urgenti).

E poi, una produzione
sostenibile e replicabile: per poter fare anche là, senza dipendere
più di tanto da aiuti o capitali stranieri, quello che si potrebbe
imparare a fare qua: con le energie rinnovabili, la piena
utilizzazione delle risorse locali, la sovranità alimentare, la cura
del territorio, la valorizzazione del patrimonio culturale; tante
«cose» che rendono produttivi anche e soprattutto i rapporti
interpersonali. Non ci sono solo profughi alla ricerca di un futuro;
ci sono anche molti migranti che hanno imparato un mestiere,
costruito un’impresa, creato una rete di relazioni; pronti a
riportare nel paese di origine il piccolo o grande «capitale umano»
che hanno acquisito. Certo sono meno di quelli che arrivano; ma
possono essere un vettore di uno «sviluppo più sostenibile», che
nessun programma di cooperazione ministeriale potrà mai realizzare.

Un approccio del genere è
mancato per una nostra debolezza culturale. Eppure avrebbe potuto
accelerare la democratizzazione in corso in molti paesi del
Mediterraneo; rallentare la spinta all’emigrazione (forse non quella
sospinta dalla miseria e dalle guerre; ma certamente quella promossa
dalla curiosità per una vita diversa); promuovere desideri di un
ritorno in patria in migranti portatori di un nuovo corredo di
professionalità, di conoscenze, di esperienze e persino di capitali.
Soprattutto, avrebbe potuto, e ancora potrebbe, fare dell’Europa e
del bacino del Mediterraneo un’unica grande comunità.