lunedì 11 Dicembre 2023
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Festa Democratica Nazionale 2011 a Pesaro: l’Italia di domani, le feste di oggi.

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Per
la serie “non ci facciamo mancare nulla”, altrimenti detta
“continuiamo così, facciamoci del male”, dopo il Meeting di
Rimini tocca ad un altro grande evento di questa fine estate 2011: la
Festa Democratica Nazionale in programma a Pesaro dal 27 agosto
all’11 settembre.

Ed
è proprio alla giornata inaugurale che partecipo, stavolta con tutta
la famiglia al gran completo al mio seguito. E’ dal 2006 che manco ad
una manifestazione del genere: cinque anni fa però si parlava ancora
di Festa de L’Unità e non esisteva il Partito Democratico, ma anche
allora la città designata per accogliere la festa nazionale fu
Pesaro. Si trattò di un’edizione particolarmente riuscita, sulla
scia dei successi dei primi mesi di quell’anno: la vittoria di Prodi
alle politiche di aprile, il buon risultato dei “No” al
referendum costituzionale di giugno e persino il trionfo dell’Italia
ai Mondiali di calcio in Germania. Come dimenticare le magliette blu
di “Campioni di Pace – Pesaro 06” che sulla schiena ricalcavano
quelle degli azzurri a Berlino? Ma torniamo alla Festa 2011,
dall’evocativo titolo “L’Italia di domani”.

L’allegra
famigliola parte alla volta di Pesaro nel pomeriggio di sabato 27 per
partecipare all’incontro con Pier Luigi Bersani, segretario del
Partito Democratico, che presenta il suo libro “Per una buona
ragione”. Paradossalmente impieghiamo più tempo per raggiungere la
Festa di Pesaro di quello che mi è servito per arrivare al Meeting
di Rimini. Lasciamo l’auto in un parcheggio di quelli consigliati e
saliamo sulla navetta “Rossa”: tranquilli, non son tornati (i)
comunisti, è solo per distinguerla da quella “Verde” che segue
un altro percorso. La navetta è a pagamento (ma mi dicono dalla
regia che è stato così solo per il primo giorno, che fortuna) e ci
scarica di fronte alla stazione ferroviaria. Eh sì, perché questa
edizione della Festa Democratica si svolge nel centro della città,
fatto che ha scatenato non poche polemiche: non è difficile infatti
incontrare i manifesti del Pdl che denunciano che “una festa
imposta non è democratica”. Ci dirigiamo a piedi verso il centro
storico, seguendo le numerose insegne che ci indicano la giusta
direzione. E se anche, da bravi elettori di centro-sinistra, teneste
gli occhi bassi, non rischiereste comunque di perdervi: i manifesti
che indicano le varie postazioni della Festa si sprecano, li hanno
incollati persino a terra, direttamente su marciapiedi e pavé. Tutti
riportano il logo scelto per la manifestazione, una rielaborazione
“in verde” della famosa sfera bronzea (la “Palla”) dello
scultore Pomodoro costituita da quelle che si presume saranno le
parole chiave delle discussioni dei prossimi giorni: giustizia,
lavoro, scuola, ecc… Percorriamo via Branca e superiamo Piazza del
Popolo, dove è stato allestito un mega-palco per gli eventi musicali
e non (alle 21 è previsto il concerto gratuito di De Gregori); la
gente in giro è già parecchia, ma non è semplice distinguere chi è
lì per i primi eventi della Festa e chi invece sta tranquillamente
facendo shopping e “vasche” nel centro. Forze dell’ordine
assortite e discretamente numerose completano il quadro. Dopo un
veloce passaggio in libreria arriviamo in piazzale Collenuccio, dove
si svolgerà la presentazione: una piazzetta non grande, più lunga
che larga, a mio parere inadeguata a raccogliere la numerosa folla
che parteciperà all’incontro con Bersani, ma tant’è, la sede
designata per gli eventi con gli autori è quella. Nell’attesa le
nostre bambine si siedono tranquillamente a terra a leggere i libri
appena comprati, mentre noi ci “godiamo” la musica che arriva
dagli altoparlanti. La piazzetta si riempie velocemente e Bersani
arriva puntualissimo alle 19.30, accompagnato dalle note de “Il più
grande spettacolo dopo il Big Bang” di Jovanotti, che speriamo gli
portino più fortuna della scelta di usare per le fallimentari
politiche del 2008 il singolo dello stesso cantante “Mi fido di te”
(“…cosa sei disposto a perdere?” mah, non saprei, forse le
elezioni…). Il leader del PD si presenta in maniche di camicia
arrotolate: sottile metafora per intendere “ora diamoci da fare”
o semplice afa agostana?

Il
personaggio che introduce l’incontro è visibilmente emozionato,
mentre ad intervistare amabilmente Bersani sul suo libro provvederà
Luigi Luminati de Il Resto del Carlino. Il giornalista chiede subito
al segretario quale sia la buona ragione del titolo del libro e si
sente rispondere che la ragione è l’Italia: l’obiettivo è il
nostro paese, il partito è uno strumento che per essere utile deve
funzionare dando concretezza ai valori perché si possa realizzare
un’Italia migliore per tutti. Nel suo libro Bersani illustra come
questo possa avvenire e come si possa vedere nella prospettiva questo
compito. E quando afferma che il fatto di aver messo insieme nel
partito tante radici differenti avrebbe potuto portare al fallimento,
ma che ora il PD è il primo partito ed è troppo “vecchio” per
rappresentare un esperimento fallito, dalla platea partono gli
applausi.

Quanto
ai motivi che hanno convinto a scrivere un libro un Bersani prima
sempre reticente (“un politico fondamentalmente deve leggere”),
sono essenzialmente due: la stima nutrita nei confronti dei due
intervistatori ma soprattutto la necessità, per superare il punto
cruciale al quale siamo arrivati, di fare non solo un governo nuovo
ma di riprendere i principi di fondo ed eliminare quelle “tossine”
che si sono infiltrate nelle vene del nostro Paese. Quando il
segretario ammette che il suo è un libro “abbastanza palloso” la
platea si mette a ridacchiare.

Luminati
prosegue e gli ricorda la critica sulla mancanza di narrazione
invitandolo a fare “un po’ sognare” l’uditorio, Bersani risponde
che essendo emiliano-romagnolo gli è sempre stato dato del
pragmatico, ma in realtà i suoi concittadini gli hanno insegnato che
prima dei fatti ci sono le idee: i fatti sono sacchi vuoti, non
stanno in piedi da soli, bisogna metterci dentro un’idea. Quanto alla
“benedetta leadership”, il segretario afferma che chi dice di
essere un carismatico (il carisma è letteralmente un “dono di
Dio”) è un presuntuoso: il leader è pro-tempore, è qualcuno
capace di istituire qualcosa che vada oltre e dopo dilui. E conclude chiedendosi quale democrazia nel mondo mette il
carisma prima delle regole e il padrone prima delle norme: applausi.

Un’altra
critica che gli viene mossa, a detta di Luminati, è che il suo
linguaggio è considerato troppo colloquiale, Bersani si giustifica
affermando che la politica ha il dovere morale di farsi capire da
tutti: lui in particolare non ama fare né citazioni né esempi.
Scherzando sulle proprie metafore che sono diventate famose (come il
“pettinare le bambole” e simili) il segretario afferma che dietro
a queste c’è il concetto che il partito sta facendo sul serio, sta
lavorando, e conclude chiedendosi “come fai a farti piacere alla
gente se non ti piace la gente?”: ancora applausi.

Quando
si passa a parlare di manovra, Bersani afferma che non deve pagare
chi ha pagato finora e che l’articolo 8 va riconsiderato. Le
principali proposte del partito riguardano il dimezzamento del numero
dei parlamentari, la necessità che a dare stavolta tocchi a chi ha
di più, sia tramite la tracciabilità di tutte le transazioni sia
con la deducibilità di tutte le spese per la casa, mentre bisogna
fare basta con i condoni. Da ultimo, occorre “mettere un po’ di
crescita”.

Quando
Luminati gli chiede di parlare un po’ delle pensioni, il segret
ario
ricorda che dal 1996 ad oggi l’età pensionabile è aumentata di 12
anni e sono state fatte riforme, anche da loro. A proposito di
baby-pensionati, bisognerebbe verificare la reale situazione di quei
500.000 che hanno goduto di questo meccanismo di privilegio. Quanto
alle pensioni, loro sono stati chiari: se si tratta di discutere una
riorganizzazione del welfare dove, tra le altre cose, si va a favore
della nuova generazione a trovare nuovi punti di equilibrio in
uscita, loro sono disponibili. Bersani afferma anche che loro hanno
una propria idea al riguardo, sostanzialmente un meccanismo stabile
di uscita flessibile e volontaria fra i 62 e i 70, purché questo
serva a riequilibrare il sistema di welfare. A suo dire, il sistema
delle pensioni lo si discute nella prospettiva del welfare e
guardando in faccia alle esigenze dei giovani e alla condizione
femminile del nostro paese: se invece si tratta di tappare un buco
della manovra prendendo dalle pensioni, loro hanno già detto dal
primo giorno che si metteranno di traverso. Applausi.

Luminati
passa alla “pena” di Penati: perché non è stato sospeso, invece
di farlo auto-sospendere? Bersani afferma che il suo è un partito
che ha uno statuto, un codice etico e delle regole. La vicenda di
Penati è stato inaspettata e dolorosa, il segretario ha denunciato
chi ha collegato questo caso con il PD perché il suo è l’unico
partito del paese ad avere un bilancio certificato. La differenza che
Bersani rivendica è che la sua gente è più sensibile a questi temi
rispetto all’elettorato di centro-destra e quindi loro devono
applicare delle regole, che sono le seguenti: da parte loro non si
sentirà mai parlare di complotto (la magistratura va rispettata e
deve fare il suo dovere fino in fondo), tutti i cittadini sono uguali
di fronte alla legge (non vengono invocate prescrizioni), chiunque
del PD è indagato per reati delicati e ha una carica pubblica deve
fare un passo indietro. Un grande partito può sempre incorrere in
qualche problema, però deve attrezzarsi per essere “pulito” e
deve anche chiedere che ci sia una legge sui partiti in virtù della
quale debbano essere esigibili i meccanismi di trasparenza: se si
vuole fare la democrazia dopo Berlusconi non si può tornare ai
partiti di prima.

Quando
il giornalista gli chiede se non c’è troppo giustizialismo da parte
dei suoi compagni di partito, Bersani risponde che ciò che come
partito viene chiesto ad un amministratore è di essere un po’ più
cittadino degli altri: non si tratta di giustizialismo, ma un
doveroso inchinarsi dell’amministratore pubblico alla dignità del
proprio ruolo.

Interrogato
sulla “vocazione maggioritaria” del PD, Bersani risponde che per
lui questa significa sentirsi fratello maggiore di uno schieramento,
che si ha la prima responsabilità di costruire l’alternativa, dando
l’idea di essere una forza che organizza il campo e allarga le
convergenze in nome del progetto che serve: pensiamo che dopo
Berlusconi (che intanto va “mandato a casa”) ci sarà solo un
cambio di governo e basta o sarà necessario ricostruire democrazia e
patto sociale? E per democrazia il segretario intende cose precise
come una legge di riforma istituzionale, il federalismo “fatto sul
serio”, la riforma della Rai Tv, una legge sul conflitto di
interessi, la riforma della giustizia per i cittadini e non per uno
solo (applausi), una riforma fiscale che scarichi il lavoro e le
imprese e dia più addosso a rendite ed evasione, e così via. Il
partito è utile al Paese se fa un progetto e ne è capofila mettendo
insieme le forze, e la “prova provata” di quello che sta dicendo
sono i risultati delle ultime elezioni amministrative. Bersani
riferisce di aver concluso la campagna elettorale non su di un palco,
ma sotto quello di Pisapia a Milano, a segnalare un partito che ha
l’umiltà di mettersi al servizio di una cosa più grande:
ri-applausi.

Quando
Luminati gli fa notare che hanno sforato con i tempi, Bersani replica
con un divertito “ma è stato bello”; il giornalista chiude
allora con una battuta, chiedendo al segretario cosa ne dice dei
quarantenni del partito e della questione dello sciopero. Bersani
risponde affermando di essere “innamorato” dei quarantenni: ci
sono un sacco di giovani che stanno già facendo gli amministratori e
si stanno facendo le ossa in un momento molto difficile. Bersani
inoltre fa notare che il suo partito si è messo al servizio, ad
esempio sostenendo il movimento delle donne o la campagna
referendaria di giugno. Per il segretario immaginare i partiti del
futuro vuol dire immaginare partiti che rivendicano il loro ruolo e
non accettano l’anti-politica e basta, ma riconoscono il ruolo della
società che a sua volta pretende politicità. Contro la manovra sono
tutti contrari, chi con uno sciopero, chi con una raccolta di firme,
chi con un’assemblea, ma in autonomia: il PD sarà presente ovunque
per dire che questa manovra va cambiata (applausi). Per Bersani ci
vuole unità nel mondo del lavoro e dispiace che di fronte a questa
manovra non ci sia una risposta unitaria; il PD è un partito del
lavoro che non è tifoso di questo o di quello, deve fare il suo
mestiere e condannare un governo che irresponsabilmente lavora per
dividere: il segretario ha governato un po’ e dalla sua esperienza
può garantire al cento per cento che se un governo si mette in testa
di operare per ricomporre il mondo del lavoro ci riesce. Concludendo
Bersani ribadisce che saranno presenti ovunque si chiederà una
manovra più giusta e per la crescita.

Sono
le 20.40 e l’intervistatore taglia corto salutando la platea con uno
stringatissimo “Buonasera a tutti”, gli applausi finali salutano
il segretario e gli spettatori si disperdono velocemente, chi per
andare a cena, chi per conquistare gli ultimi posti per il concerto.
A me rimane la sensazione che, pur non trattandosi di un comizio
elettorale, le parole di Bersani rimangano sospese in quel limbo
sinistrorso che non incide più di tanto, convince ma non coinvolge,
come se non racchiudessero completamente l’anima della sinistra. E
chi assisteva alla presentazione sembrava involontariamente
confermarlo: applausi prevedibili al punto giusto, approvazione
sottintesa (ma quanto consapevole?) e poi via, che sennò non
troviamo più posto per vedere De Gregori.

Alla
fine anche noi ci avviamo insieme alle pazientissime figlie, che non
hanno battuto ciglio durante l’incontro ma che ora rivendicano
legittimamente la cena: superiamo i ristoranti allestiti per la Festa
(che hanno prezzi non particolarmente economici) e ci avviamo in
direzione di piazza Matteotti verso gli stands del “cibo x strada”,
passando tra la folla sempre più numerosa. Il posizionamento dei
numerosi stands (con specialità regionali e internazionali) non mi
sembra però particolarmente azzeccato: sono troppo appiccicati tra
loro, alcuni hanno file molto lunghe e la gente passa con difficoltà,
ci sono pochi posti per fermarsi a mangiare con un minimo di calma.
Riusciremo comunque a venire in sofferto possesso di quattro piade,
mentre per l’acqua basterà la fontanella pubblica.

Più
tardi ripercorriamo con maggiore calma il percorso inverso per
tornare in Piazza del Popolo, superando gli assortiti espositori
presenti alla Festa: dalla ditta che ricicla i rifiuti alle pentole
antiaderenti, dall’onnipresente Folletto Vorwerk al depuratore
d’acqua. Le postazioni più importanti sono ovviamente quella del PD,
che offre materiale informativo sulla propria attività e sulla
Festa, e quella della CGIL con la doppia proposta di palloncini per i
bambini e petizione da firmare per gli adulti. Ormai mi sono fatta
un’idea di come è strutturata la “distribuzione” della festa nel
centro di Pesaro, tuttavia la scelta di localizzare un evento di
portata nazionale nel cuore della città di Rossini non riesce ancora
a convincermi e continua a sembrarmi troppo dispersiva: sarà che non
riesco a non fare un confronto con l’edizione del 2006 (svoltasi
nell’area dell’allora BPA Palas), sarà che c’è troppa calca per i
miei gusti.

Ci
soffermiamo per un po’ al concerto, anche se in alcuni punti la folla
è talmente tanta che non si riesce ad avanzare, per avviarci poi
verso la stessa piazzetta che ha ospitato Bersani nel pomeriggio.
Alle 23.00 è previsto l’incontro con Stefano Andreoli e Alessandro
Bonino, che presenteranno il secondo libro tratto da Spinoza.it, il
fortunato blog satirico collettivo nato nel 2005. In realtà
l’incontro comincia con un buon quarto d’ora di ritardo e all’inizio
i due (noti su Spinoza.it rispettivamente come “Stark” e
“eiochemipensavo”) sembrano un po’ impacciati. Parlano del
crescente successo del blog che ha avuto una decisa impennata dopo le
elezioni del 2008, citano alcune battute tratte dal libro e prendono
anche un po’ in giro il tizio che li “intervista”, tale Paolo
Angeletti de Il Resto del Carlino. Purtroppo, quando il duo di autori
comincia a sciogliersi e l’atmosfera sembra scaldarsi un po’ ce ne
dobbiamo andare per raggiungere in tempo la navetta, la cui ultima
corsa è prevista a mezzanotte (poi ritorna zucca, credo). Saliamo su
di un pullman a due piani dove regna un gelo da stroncare un pinguino
(maledetta aria condizionata), ri-paghiamo e in dieci minuti siamo al
parcheggio del campus. Ma la Festa continua.

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