martedì 25 Giugno 2024
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La dittatura dei mercati

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Pubblichiamo
con molto piacere un altro articolo di Guido Viale tratto dal
quotidiano “Il Manifesto” del 6 dicembre 2011. Guido Viale è
stato nostro ospite quest’anno e nel 2010 come relatore
rispettivamente negli incontri “Il
prezzo della crisi
” e “Smog
on the road
”.

L’Europa, intesa come
Unione europea, è divisa in due: non tanto tra nazioni deboli e
stabili, popoli viziosi e virtuosi, porci e porcari (Pigs). La linea
di demarcazione è la Bce che governa e custodisce la valuta in cui
sono espressi i debiti pubblici e privati. Ai piani alti ci sono «i
mercati»: una massa sterminata di denaro e “simildenaro”
(valute, bond, certificati di credito, derivati, futures) la cui
consistenza è stimata da 10 a 20 volte il Pil mondiale; che può
spostare (esentasse) in poche ore tanto denaro quanto tutte le banche
centrali del mondo non ne riescono a creare in un anno.

Ai piani bassi ci sono i
cittadini dell’Unione, sempre più simili, nella loro condizione di
impotenza e di dipendenza dai diktat della finanza, agli altri 6
miliardi e mezzo di esseri umani che popolano il pianeta. Niente di
quello che accade o accadrà loro dipende più da una loro scelta: né
«individuale» (esercitando la cosiddetta «sovranità del
consumatore»), né espressa a maggioranza (esercitando la loro
asserita «sovranità» di cittadini). Persino le differenze tra un
cittadino greco, italiano e tedesco si attenuano di giorno in giorno:
tutti vivono ormai sotto la cappa di una catastrofe economica su cui
non hanno alcuna possibilità di influire. Perché a decidere non
sono loro, ma «i mercati».

Se questa è la vera
ripartizione dell’Europa, la linea di demarcazione tra i due piani è
invece meno chiara. Innanzitutto perché da questa parte del confine
ci sono molti infiltrati: partiti e sindacati che si occupano più di
predicare rinunce e sacrifici che di progettare un futuro dignitoso
per le persone che rappresentano; economisti e giornalisti che
imbrogliano i conti; imprese che vivono del peggioramento delle
condizioni di coloro che lavorano per loro; e banche che, anche se
ora si trovano a mal partito, hanno trascurato da tempo, con
l’incoraggiamento dei governi, il loro mestiere per impegnare invece
le loro risorse nel mercato assai più redditizio degli investimenti
speculativi in titoli e derivati di ogni genere, o in progetti
immobiliari senza futuro. Ma il guaio maggiore è che non si sa, o si
sa troppo poco, chi c’è veramente dall’altra parte di quel confine:
chi sono quei fatidici «mercati». Per molti sono una forza
impersonale, una legge di natura, un fenomeno incontrollabile come un
terremoto o la caduta di un asteroide; per altri non sono che «la
democratizzazione del capitalismo»: perché in Europa, come negli
Usa o in Giappone, sono ormai in milioni a dipendere, in tutto o in
parte, da «risparmi» investiti in bond o altri titoli di credito:
direttamente o attraverso una banca, un’assicurazione, un fondo di
investimento; tutti organismi che per fare profitti sono in grado di
mandare in malora da un giorno all’altro sia imprese che interi
paesi. È vero: in Italia meno che altrove, perché la previdenza è
ancora in gran parte amministrata (male) come un «bene pubblico» –
ma non certo «comune» – dall’Inps; e non da assicurazioni private
(il «secondo pilastro») a cui si cerca, finora con scarso successo,
di trasferire una quota crescente delle pensioni.

Sono loro «i mercati», i
sostenitori di una stessa cultura, i sacerdoti, in diverse salse, del
liberismo. Finché di loro si sa poco o niente, sembrano dèi
dell’Olimpo, pozzi di sapienza. Ma appena li vedi all’opera, si
scopre che sono dei pirla come tutti noi. O anche un po’ di più.
Monti e Marchionne sono esempi lampanti di banalità, ferocia contro
i deboli, complicità con i forti, e inconcludenza. E ora che al
posto dei clown abbiamo sfoderato i nostri «campioni» possiamo
vedere che all’estero non stanno poi tanto meglio. Perché a chiudere
loro l’orizzonte e impedirgli di fare i conti con la realtà è la
miseria del pensiero unico, la cultura della crescita per la
crescita.

Ma se un processo di
trickle-down (di discesa e contaminazione dall’alto al basso) c’è
stato, questo non ha mai riguardato la ricchezza, come sostiene
l’apologetica liberista; ma solo il «pensiero unico»: non tanto, e
sempre meno, con l’idea che il «libero mercato» porti crescita e
benessere a tutti, in una visione positiva dello «sviluppo» e del
futuro. Bensì, sempre più, con l’idea che «non c’è alternativa»;
che così è e così si deve fare. Che questo mondo è una gabbia – o
una galera – da cui non si può fuggire. Per questo il destino
dell’Europa sembra indissolubilmente legato alle sorti, e alla
bancarotta, del pensiero unico; che non è una teoria misteriosa,
perché si riassume nella formula vecchia come il mondo di rubare ai
poveri per dare ai ricchi.

Ma è proprio vero che non
c’è alternativa? Ricordiamoci che apparteniamo a quella comunità
che otto anni fa – in occasione delle marce contro l’intervento in
Iraq – il New York Times aveva definito «la seconda potenze del
mondo» (e che ha perso un’importante battaglia, ma non la guerra); a
quella maggioranza assoluta che in Italia ha stravinto i referendum
contro la privatizzazione dei servizi pubblici, issando l’acqua come
propria bandiera; all’universo di Occupy the world, che è
l’interprete di sentimenti e progetti che coinvolgono il 99 per cento
della popolazione mondiale. E che oggi abbiamo il compito di capire e
dire come andare avanti. La crisi dei mercati finanziari ha reso
evidente che l’idea stessa di democrazia e di rappresentanza si è
dissolta, e che la decisione ultima sulle nostre vite, i nostri
redditi, il nostro lavoro, è stata consegnata alla potenza
extraterritoriale dei «mercati». Che non hanno un piano strategico
di riassetto del mondo, né tanto meno sono promotori di un
«complotto» internazionale; ma, a conferma delle analisi di Marx,
sono i soggetti di una gestione anarchica e turbolenta dell’economia
e della società, la cui unica risorsa è quella di mantenere in mano
le leve del potere anche quando una crisi mette alle corde non solo
intere popolazioni, ma anche una parte di loro: Sansone non muore
insieme ai «filistei». Anche se esce malconcio.

Forse nei prossimi giorni
i governi europei troveranno il modo di allontanare per un po’ il
disastro; ma solo perché si ripresenti, di qui a un anno o qualche
mese, in forma ancora più grave. Finché incomberà sulla nostra
testa una bolla finanziaria come quella che ci sovrasta, non ci potrà
essere «uscita dalla crisi». Per questo dobbiamo imparare a
conviverci, apprestando i mezzi della nostra sopravvivenza e di una
esistenza il più possibile indipendente da loro. Mettendo al primo
posto la riterritorializzazione – per quanto è possibile – dei
circuiti economici e una radicale ristrutturazione di tutti i debiti
pubblici e privati insostenibili: un grande giubileo.

Di fronte al fallimento
del modo in cui è stato governato il pianeta – soprattutto negli
ultimi trent’anni – che ci fa rivivere i rischi di 80 anni fa,
compresa la reviviscenza del nazionalismo e del razzismo, occorre
trovare la capacità di progettare e cominciare a praticare un
diverso modo di vivere, di produrre, di consumare, di amministrare. A
partire dai nostri punti di maggior crisi, come quelli della
produzione di auto, di navi e, a maggior ragione, di armi e tangenti
(esemplificata da Finmeccanica). Occorre recuperare l’idea che la
democrazia non può non coinvolgere la sfera economica, cioè il
governo o gli indirizzi dell’impresa, pena la sua dissoluzione a
qualsiasi altro livello. E che l’unica strada per affermare la
democrazia economica è la conversione ecologica del consumo e della
produzione. Che questa conversione deve coinvolgere l’intera comunità
che vive del lavoro di un’impresa e che ne subisce l’impatto
ambientale e sociale. Quanto più produzione e consumo, impianti e
loro utilizzo, saranno vicini o in rapporto diretto, grazie a un
libero accordo tra comunità consenzienti, tanto più sarà possibile
sottrarsi, senza bisogno di ricorrere a impraticabili protezionismi,
ai vincoli di quella concorrenza spietata che spinge ineluttabilmente
verso il basso i salari e verso il disastro le condizioni di vita di
tutti.

Per questo occorre un
cambiamento radicale della classe dirigente: quella attuale è
irrecuperabile, anche se imbellettata da titoli accademici invece che
da fard e parrucche; ma soltanto la pratica sociale può produrne una
veramente diversa. Non è il disegno utopico di una società futura,
ma un progetto di organizzazione del conflitto sociale e ambientale
per offrire un’alternativa, sia programmatica che operativa, al
disastro che sta investendo l’Europa e il mondo. Il nostro futuro è
nell’Europa dei movimenti, di cui si discuterà venerdì prossimo a
Firenze, al teatro Puccini.