sabato 24 Febbraio 2024
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Violenza TAV e NO-TAV

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Il Movimento Nonviolento
ha inviato una lettera-appello al Presidente della Repubblica, al
Presidente del Consiglio, al Capo della Polizia, al Procuratore di
Torino, al Commissario di governo, sulla violenza del TAV e dei
no-TAV. Con una proposta.

Al Presidente della Repubblica, On.
Giorgio Napolitano
Al Capo della Polizia, Dott. Antonio
Manganelli
Al Presidente del Consiglio dei
Ministri, Sen. Mario Monti
Al
Commissario
straordinario del governo per l’Alta velocità, Prof. Mario Virano
Al
Procuratore Capo di Torino, Dott. Gian Carlo Caselli

Al Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco

Egregi
Signori,

Vi
scrivo a nome e per conto del Movimento Nonviolento, che ho l’onore
di presiedere.

Il
lavoro per “l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in
ogni settore della vita sociale”, è lo scopo costitutivo del
nostro Movimento, fondato da Aldo Capitini 50 anni or sono.

Quindi
non possiamo che condividere i vostri appelli rivolti ad escludere
ogni forma di violenza dal confronto in atto nella Val di Susa e nel
paese sulla necessità o meno di realizzare la grande opera pubblica
denominata TAV (treno ad alta velocità).

La
violenza può assumere molteplici aspetti, anche nascosti, per questo
deve essere riconosciuta per poter essere condannata. Esiste la
violenza diretta e quella indiretta, e bisogna saper distinguere il
singolo atto di violenza da quella strutturale.

Certamente
tirare pietre o altri oggetti contro la polizia è inaccettabile
violenza. Così come non è ammissibile lanciare candelotti
lacrimogeni ad altezza d’uomo, o manganellare un manifestante quando
è già a terra inerme. E’ violenza l’offesa personale, rivolta a chi
indossa una divisa, ma anche inseguire indiscriminatamente i
manifestanti in fuga, dentro le case private o i locali pubblici.

Se
sia violenza mettere in atto un blocco stradale o sdraiarsi davanti
ad una ruspa, arrampicarsi su un albero o un traliccio, è tutto da
discutere. Così come è da discutere se imporre un cantiere con la
militarizzazione del territorio sia legittimo o violento. Il confine
è sottile, ma qui è in gioco il senso profondo della disobbedienza
civile. E’ già capitato nella storia che ciò che prima sembrava
illegale, poi si è rivelato giusto. Lo sciopero, ad esempio, è
stata una conquista a lungo contrastata. Noi stessi per evitare al
paese i costi e il pericolo delle centrali nucleari giungemmo a
mettere in atto blocchi ferroviari. La magistratura ci assolse e poi
i disastri di Cernobyl e di Fukushima e due referendum nazionali ci
hanno dato ragione.

In
determinati casi, secondo noi, forme anche estreme di protesta,
noncollaborazione, boicottaggio, disobbedienza civile, digiuno, sono
compatibili con il metodo nonviolento “che implica il rifiuto
dell’uccisione e della lesione fisica, dell’odio e della menzogna,
dell’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di
critica”.

La
nonviolenza richiede lealtà, assunzione di responsabilità,
disponibilità al sacrificio, limpidezza dell’azione, volontà di
farsi capire e convincere. La nonviolenza è una forza che non può
essere confusa con la debolezza, mentre la violenza è oggettivamente
controproducente per un movimento che cerca innanzitutto di far
emergere la verità.

Il
livello della contestazione dipende dalla posta in gioco. Qui è
molto alta: ingenti somme di denaro pubblico, il destino di una
valle, il piano dei trasporti del paese, le infrastrutture del
futuro.Vale davvero la pena, dunque, bandire ogni forma di violenza
(anche quella della menzogna, nascosta nelle pieghe di
un’informazione faziosa) e tenere aperto il dialogo per un confronto
leale.

Non
si può però dialogare alla pari mettendo una delle parti davanti al
fatto compiuto. Ci pare contraddittorio esorcizzare la violenza e poi
bandire dalla Valle chi ha compiuto gesti nonviolenti.

Per
questo, egregi Signori, ci uniamo a voi nella fermezza contro la
violenza (e, aggiungiamo, nell’impegno a valorizzare e sostenere il
metodo della nonviolenza).

La
discussione sul TAV dura da vent’anni. Il cantiere durerà altri
dieci anni. Mettere attorno ad un tavolo i vari soggetti interessati,
per un dibattito pubblico e un confronto reale, porterebbe beneficio
a tutti, e porrebbe fuori gioco gli attori della violenza.

Ci
aspettiamo un passo in questa direzione da parte di chi può
compierlo.

Grazie
della vostra attenzione. Con ossequio,

Movimento Nonviolento

Mao Valpiana, presidente

Verona, 8 marzo 2012