lunedì 26 Febbraio 2024
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Gaza, racconto di un giorno sotto le bombe

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I drammi dei civili, le
morti di piccoli innocenti. La cronaca di una giornata trascorsa dai
palestinesi tra i boati delle esplosioni dei missili sganciati dagli
aerei israeliani.



Piange Sami Ajrami, per la
sua bimba. La scheggia di una bomba esplosa a pochi metri dalla sua
casa ha reciso di netto due dita della piccola. Sami non si dà pace,
lo sfogo del pianto non basta a tenere a freno quel misto di rabbia e
disperazione che gli stringe lo stomaco da quando uno dei raid aerei
israeliani ha rischiato di sterminare la sua famiglia. Un dramma
umano ma anche professionale, perché lui con gli israeliani lavora
da anni, come giornalista. Il suo ebraico perfetto lo ha portato
qualche anno fa all’incarico di collaboratore fisso di un canale tv.
Lavoro che però non lo ha reso immune dall’offensiva aerea
cominciata giovedì con l’assassinio del comandante militare di
Hamas, Ahmed Jaabari.

Anche Sami è sotto le
bombe, come tutti i palestinesi. E nemmeno il potente nome della Bbc
ha potuto proteggere Jihad Misharawi, cameraman dell’emittente
britannica. I medici e gli infermieri dell’ospedale Shifa raccontano
di quando giovedì sera Mishrawi è entrato di corsa nella sala del
pronto soccorso con in braccio il figlio più piccolo, Omar, ormai
senza vita. E non dimenticano neanche la giovane donna incinta
arrivata morta all’ospedale.

Si piange anche dall’altra
parte del confine. Un palazzo a Kiryat Malachi, nel sud di Israele,
ieri è stato centrato in pieno da uno dei razzi sparati dai
palestinesi dopo l’assassinio di Ahmed Jaabari. Forse un Grad, più
potente degli artigianali Qassam. Gli uccisi sono stati tre, una
coppia di trentenni e una giovane di 20 anni. Morti che potrebbero
innescare quell’offensiva di terra, parallela a quella
dell’aviazione, tante volte minacciata dal premier Netanyahu e dal
ministro della difesa Barak. I razzi ieri hanno raggiunto anche
Holon, Rishon Letzion ed uno di essi è caduto nelle acque davanti
Giaffa, alle porte di Tel Aviv dove hanno suonato le sirene di
allarme.

La guerra, evidentemente,
non serve a bloccare i lanci di razzi, come aveva già dimostrato
“Piombo fuso” nel 2008. Il problema era e rimane l’assedio
di Gaza, è un problema politico, non militare.

Eppure Netanyahu e Barak
vanno avanti. Ripetono di voler garantire la piena sicurezza della
popolazione israeliana e di voler ristabilire il «potere di
deterrenza» di Israele. I riservisti sono stati richiamati, i carri
armati sono pronti in qualsiasi momento ad entrare a Gaza.
L’aviazione attende l’ordine di intensificare le incursioni che hanno
fatto 15 morti fino a ieri sera, tra i quali anche bambini, come
Hanin e Walid, rispettivamente di nove mesi e due anni e mezzo. I
feriti sono oltre 150.

L’israeliana Michal Vasser
però dice «no» alla guerra. Vive nel kibbutz Kfar Aza dove non
poche volte cadono i razzi lanciati da Gaza. Ma rifiuta un conflitto,
gli attacchi alla popolazione palestinese. «Per piacere non
difendetemi, non in questo modo», ha scritto sul quotidiano Haaretz
rivolgendosi a Netanyahu e Barak. Un altro israeliano, Gerhson
Baskin, un pacifista che è stato mediatore nella difficile
trattativa per lo scambio un anno fa tra il soldato Ghilad Shalit,
rimasto prigioniero a Gaza per cinque anni, e un migliaio di detenuti
palestinesi, ha rivelato che nei giorni scorsi aveva avviato i passi
necessari per la tregua, resi vani dall’assassinio di Ahmad Jaabari,
sepolto ieri al termine di un funerale seguito da migliaia di
palestinesi. Una pioggia di critiche ed attacchi lo ha sommerso
quando lo ha rivelato ai mezzi d’informazione.

Oggi arriva a Gaza il
premier egiziano Hisham Qandil, assieme ad alcuni ministri. È una
evidente manifestazione di appoggio del governo dei Fratelli
musulmani all’esecutivo di Hamas dopo il gelo sceso sulle già
difficili relazioni con Israele, segnato dal richiamo reciproco degli
ambasciatori. La popolazione spera che il primo ministro egiziano si
dimostrerà in grado di avviare una mediazione per mettere fine
all’escalation. La notizia arriva anche allo Shifa ma nessuno ci fa
caso. Medici e infermieri del principale ospedale di Gaza sono
impegnati da due giorni a prestare soccorso ai feriti che arrivano in
continuazione.

«Presto presto,
allontanatevi, fate passare», urla un poliziotto cercando di aprire
tra la folla di parenti, curiosi e giornalisti un varco per far
passare la barella spinta da due infermieri. Il ferito si copre il
volto con il gomito. «Arriva da Sudaniyeh, è un uomo di 52 anni»,
spiega Maher, un giovane pescatore da tempo impegnato ad aiutare gli
attivisti stranieri che vivono a Gaza. Passa qualche minuto e
un’ambulanza entra velocemente nel cortile dello Shifa. Altra corsa
di fotografi e giornalisti. Stavolta è un agente della forze di
sicurezza colpito a Tual, a nord di Gaza.

Accanto a Maher, prendono
appunti Rosa Schiano di Napoli e Alessandro Romano di Matera. Sono
qui a Gaza in solidarietà con la popolazione palestinese e riversano
tutte le informazioni che raccolgono nei social network. «La scorsa
notte ero a Jabaliya, ospite di una famiglia e non abbiamo chiuso
occhio – racconta Romano – i bombardamenti aerei sono stati continui
e la casa tremava quando i missili cadevano a breve distanza».

Per il portavoce militare
israeliano tutti gli obiettivi colpiti erano basi dell’ala militare
di Hamas e dei servizi di sicurezza. A Gaza invece sottolineano gli
effetti dei raid sulla popolazione civile. Un gruppo di una decina di
cooperanti di Ong italiane con progetti nella Striscia di Gaza, ha
diffuso un comunicato per rimarcare che i civili palestinesi stanno
«subendo i continui attacchi di droni, bombardamenti, fuoco navale
di questa offensiva militare indiscriminata e sproporzionata». «Ci
rivolgiamo alle persone di coscienza in tutto il mondo – hanno
aggiunto i cooperanti – perché si oppongano a questa aggressione
illecita contro i civili palestinesi. La comunità internazionale
deve intervenire con urgenza per fermare questi violenti attacchi».
Su Gaza è calata ieri una notte di paura e tensione. E di timore per
l’offensiva di terra preparata da Israele. Mentre scriviamo arriva la
dura presa di posizione del ministro della difesa israeliana Barak,
infuriato per il lancio di un razzo palestinese che, per la prima
volta, è caduto alle porte di Tel Aviv. Annuncia di avere mobilitato
30 mila riservisti e ha dichiarato: «I palestinesi pagheranno un
prezzo altissimo».