Non esiste più la mezza stagione

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Nello spettacolo “In
principio era il Trio” dei mitici Marchesini, Lopez e Solenghi, i
tre comici prendevano di mira i tanti luoghi comuni che si sentono
“recitare” dalle persone in occasioni di ritrovo.Uno
di questi è la classica frase “Non esiste più la mezza stagione”
.

Un luogo comune spesso
ripetuto tanto per dire qualcosa o magari rompere il silenzio che
talvolta imbarazza le persone. Purtroppo però questa affermazione
appare sempre più vera. Basta parlare con qualche persona più
anziana che testimoni come il clima di oggi sia cambiato rispetto a
trenta anni fa.

Fame, povertà,
alluvioni, ondate di caldo, siccità, malattie e guerre per le
risorse. Questi saranno gli effetti che il riscaldamento globale
causato dall’uomo produrrà sul pianeta Terra.

Non si tratta della trama
di un nuovo film di Roland Emmerich1ma di una bozza delle conclusioni del quinto rapporto dell’IPCC2che sarà rilasciato a marzo, ma del quale già circolano su internet
ampi stralci.

Chris Field, climatologo
della Carnegie Institution e primo autore dello studio ha commentato:
Già abbiamo visto grandi impatti e grandi conseguenze del
riscaldamento globale. E ne vedremo altre in futuro
“.

Le città saranno gli
ambienti più vulnerabili e le persone povere quelle più colpite. Le
metropoli sommerse dall’acqua sembrano uno scenario da film
apocalittico ma purtroppo rappresentano un rischio molto reale (basta
vedere cosa è accaduto nel 2005 a New Orleans).

Uno studio pubblicato
sulla rivista Nature ha valutato il rischio di inondazioni delle
maggiori città costiere del mondo:
il costo annuale per i danni da inondazioni ammontava, nel 2005
(l’anno di Katrina), a circa sei miliardi di dollari. Una cifra che è
destinata a salire fino a toccare, potenzialmente, mille miliardi di
dollari nel 2050 senza sufficienti investimenti per la prevenzione.

Ecco le venti città a
rischio inondazione:

  1. Canton (CINA), 10
    milioni di abitanti

  2. Bombay (INDIA), 13
    milioni di abitanti

  3. Calcutta (INDIA), 4,5
    milioni di abitanti

  4. Guayaquil (ECUADOR),
    3,5 milioni di abitanti

  5. Shenzhen (CINA), 13
    milioni di abitanti

  6. Miami (USA), 0,5
    milioni di abitanti

  7. Tianjin (CINA), 13
    milioni di abitanti

  8. New York (USA), 8
    milioni di abitanti

  9. Ho Chi Minh City
    (VIETNAM), 7 milioni di abitanti

  10. New Orleans (USA),
    0,5 milioni di abitanti

  11. Giacarta (INDONESIA),
    9,5 milioni di abitanti

  12. Abidjan (COSTA
    D’AVORIO), 4 milioni di abitanti

  13. Chennai (INDIA), 4
    milioni di abitanti

  14. Surat (INDIA), 3
    milioni di abitanti

  15. Zhanjiang (CINA), 7
    milioni di abitanti

  16. Tampa (USA), 0,5
    milioni di abitanti

  17. Boston (USA), 0,5
    milioni di abitanti

  18. Bangkok (THAILANDIA),
    8 milioni di abitanti

  19. Xiamen (TAIWAN), 2,5
    milioni di abitanti

  20. Nagoya (GIAPPONE), 2
    milioni di abitanti

Il racconto precisa: “Nel
21esimo secolo l’impatto del riscaldamento globale rallenterà la
crescita economica e la riduzione della povertà, eroderà la
sicurezza alimentare e darà vita a nuove trappole della povertà. Il
cambiamento climatico esacerberà la povertà nei paesi a basso e
medio reddito, creando sacche di disuguaglianza nei Paesi più
ricchi
“.

Sono sei i ‘rischi-chiave’
che l’Ipcc prospetta:

  1. vittime per il caldo
    e per le alluvioni causate dall’innalzamento dei mari;

  2. carestie per
    l’aumento delle temperature e il cambiamento delle precipitazioni,
    soprattutto nei Paesi poveri;

  3. fallimento
    dell’agricoltura e dei contadini per la mancanza di acqua;

  4. danni alle
    infrastrutture per il clima estremo;

  5. ondate di calore
    pericolose e mortali;

  6. collasso di alcuni
    ecosistemi terrestri e marini.

Questi punti non sono
conseguenza esclusiva del riscaldamento globale, ma i cambiamenti
climatici causati dall’uomo li peggioreranno tutti.

Sembra che il punto chiave
del quinto rapporto sarà il legame tra riscaldamento globale e
guerre: “Il global warming aumenta indirettamente i rischi di
conflitti violenti sotto forma di guerre civili, violenza tra gruppi
e proteste”.

Due grafici spiegano, più
di qualunque altro discorso, il problema del riscaldamento globale.

Il primo rappresenta
l’andamento reale delle emissioni:

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In nero la linea della
serie storica delle emissioni di CO2. In rosso lo scenario
catastrofico che porta a un aumento di oltre 4 gradi rispetto all’era
preindustriale. In blu lo scenario virtuoso della riconversione
green. In mezzo alcune ipotesi intermedie.

Il secondo grafico
rappresenta l’andamento dell’estensione dei ghiacci artici:

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Il quinto rapporto
dell’Ipcc analizza i cambiamenti climatici anche per continente. Il
rapporto indica il rischio maggiore per il Nord America nei roghi
incontrollati, le ondate di calore e le inondazioni. Diversi i rischi
per Europa, Sud America e Asia con danni causati da alluvioni,
siccità e caldo. I cambiamenti climatici avranno effetti ancor più
gravi in Africa, un continente già in difficoltà, per il quale si
prevede un’intensificazione delle morti di fame, di sete e per gravi
epidemie.

Chris Field conclude però
con una nota positiva: “Non sono disperato perché vedo la
differenza tra un mondo in cui non facciamo nulla e uno in cui ci
rimbocchiamo le maniche e facciamo qualcosa”.

Le conseguenze descritte
qui sopra sono infatti gli effetti che si verificheranno se l’Uomo
non interverrà affatto, se lascerà che le cose vadano avanti
rimanendo a guardare come uno spettatore disinteressato.

Purtroppo quello che si fa
al momento non è sufficiente e quindi occorre uno scatto più deciso
da parte della comunità internazionale nell’affrontare le
conseguenze dei cambiamenti climatici.

Come scrive Alessio
Sgherza sul quotidiano La Repubblica: “Secondo il rapporto
dell’Agenzia internazionale per l’energia, pubblicato a giugno,
l’aumento dell’inquinamento per i gas fossili rallenta ma non
abbastanza per centrare gli obiettivi e limitare la crescita della
temperatura media dell’atmosfera. La concentrazione di Co2
nell’atmosfera è – secondo i dati del Noaa statunitense – al livello
record di 400 parti per milione (all’inizio della rivoluzione
industriale erano a quota 280) come 3 milioni di anni fa, quando
l’homo sapiens non esisteva e il livello dell’acqua era più alto di
30 metri. Trenta metri che vorrebbero dire intere città costiere
spazzate via.

L’innalzamento dei mari
è dovuto allo scioglimento dei ghiacciai, che battono quasi ovunque
in ritirata, specialmente nell’Artico dove il pack perde più del
3,5% di superficie ogni dieci anni. E il clima sempre più fuori
controllo causa inondazioni e alluvioni continue, nei paesi più
poveri come il sud-est asiatico dove i morti si contano ogni anno in
decine di migliaia, senza parlare degli sfollati. Nonostante tutto
questo, l’Ipcc continua a dircelo: ancora si può fare qualcosa.
Ancora
”.

Per maggiori
informazioni sul quinto rapporto dell’Ipcc vi rimando al sitowww.climalteranti.it, in
particolare vi segnalo l’articoloLe
10 conferme del Quinto Rapporto IPCC
.

1Regista
del film “The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo”

2L’Intergovernmental
Panel on Climate Change (IPCC) è un organismo creato nel 1988 dalla
World Meteorological Organization (WMO) e dallo United Nations
Environment Programme (UNEP) ed è aperto a tutti i membri delle
Nazioni Unite e della WMO. Il suo ruolo è quello di “valutare, su
una base organica, aperta e trasparente, le informazioni
scientifiche, tecniche e socio-economiche necessarie a comprendere
le basi scientifiche del rischio dei mutamenti climatici indotti
dall’uomo, i loro potenziali impatti e le opzioni di adattamento e
mitigazione. L’IPCC non svolge ricerca né monitora i dati
relativi al clima o altri parametri rilevanti. Fonda le sue
valutazioni soprattutto sulla letteratura tecnico-scientifica
pubblicata e sottoposta a “peer review”. In altre parole,
obiettivo dell’IPCC non è produrre studi originali, ma monitorare
gli articoli scientifici, selezionarli e sintetizzarne il contenuto:
una gigantesca review of the literature, insomma, che
necessariamente impone di effettuare delle scelte in relazione ai
temi trattati, al peso relativo assegnato a questione, e in ultima
analisi alle opinioni degli autori e dei coordinatori del processo.