Referendum: il giorno dopo

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Il risultato del referendum era largamente prevedibile perché era un tutti contro Renzi“.


Sono le parole di Michele Serra, giornalista che leggo sempre molto volentieri. Ma forse anche questo stimato professionista, in occasione del referendum costituzionale appena svoltosi, ha un po’ perso il contatto con la realtà.

Non so che campagna referendaria abbia visto Serra, ma il risultato non era per nulla scontato, anche considerando il “rapporto di forza” (economico e mediatico) tra il/i proponente/i e chi contrastava la riforma.
Inoltre, se questo risultato fosse stato davvero “largamente prevedibile”, si dovrebbe dare una risposta a qualche semplice domanda:perché Renzi ha tanto insistito su questo referendum costituzionale, personalizzandolo all’estremo? Perché ha deciso di imboccare questo tunnel a tutti i costi con il rischio di lasciare poi il Paese senza governo? E perché il suo partito gli ha permesso quest’avventura?

Personalmente considero Matteo Renzi un arrogante. Per sostenere questa mia opinione mi basta ricordare un paio di fatti:

  1. come Renzi ha trattato Enrico Letta, “rubandogli” la poltrona da Presidente del Consiglio;
  2. come è intervenuto alla Camera prima del voto conclusivo dell’intero percorso referendario, dichiarando apertamente che nel caso di campagna elettorale sul referendum oppositivo non avrebbe esitato a far ricorso ad argomenti demagogici.

Fosse giovane e inesperto potrei anche abbuonargli il modo di fare provocatorio, ma Renzi non è né l’uno né l’altro.

Matteo Renzi paga quello che molti gli avevano ripetutamente indicato come il tallone d’Achille del suo governo: la mancanza di un rapporto forte con il Paese, con gli strati sociali più umili, con la vita reale. Quello stesso Matteo Renzi che per conquistare Palazzo Chigi ha accettato comunque il compromesso di arrivarci senza voto popolare.
La mancanza di elezione popolare ha intaccato i “suoi successi” e quel condizionamento iniziale ha pesato sulle condizioni generali del suo governo. Renzi ha dovuto forzare e personalizzare quasi tutti gli appuntamenti più tradizionali: dalle molte fiducie alle scadenze elettorali, dal Jobs Act alle elezioni europee o amministrative, ogni appuntamento è stato trasformato in un giudizio sulla sua persona e sulla forza del suo governo (come faceva Berlusconi), fino all’ultimo referendum in cui si è giocato anche la testa del nostro Paese.

Il Partito Democratico ha lo stesso problema di “sconnessione con la realtà” che ha il suo segretario. Il PD è stato trasformato nelPdR (Partito di Renzi), termine coniato dal prof. Ilvo Diamanti.
Molti gli slogan, i tweet, i like sulle varie pagine Facebook, ma di Politica neppure l’ombra. Le varie sezioni del partito, anche localmente, non si riuniscono ormai da molti mesi e all’interno delle sezioni stesse l’appuntamento referendario non è stato per nulla discusso lasciando ai singoli aderenti la funzione di “ripetitori” delle indicazioni che arrivavano dalla tratta Firenze-Roma.

Personalmente sono orgoglioso diaver partecipato a questa campagna referendaria per far conoscere seriamente le motivazioni del Noalla riforma Renzi-Boschi.

Una riforma sulla quale nel 2014 Pietro Grasso, la seconda carica dello Stato, aveva già avvertito Matteo Renzi: “Non si può cambiare la Costituzione a colpi di fiducia. Bisogna ponderare la riforma del Senato, cercando di ottenere la massima condivisione anche delle opposizioni. Stiamo attenti”.
E sui contenuti della possibile riforma, cioè i consiglieri regionali che fanno anche i senatori Grasso avvisava Renzi: “Abbiamo dei principi: chi fa l’amministratore non fa anche il legislatore. Sono i principi che da sempre hanno ispirato la democrazia. Se poi questa ipotesi di riforma viene giustificata solo con il risparmio, basterebbe togliere un terzo dei deputati e dei senatori senza dover dare funzione legislativa agli amministratori locali”.

Sono felice che con la bocciatura della riforma sia stata cancellata anche la proposta di revisione del Titolo V che avrebbe notevolmente ridotto la capacità dei cittadini di far valere i diritti dei propri territori.

Contrariamente a quanto sostenuto da Michele Serra, il risultato di questo referendum non era affatto scontato e ha invece sancito il ritorno degli italiani alla vita politica. L’ennesima dimostrazione che il popolo italiano considera l’attuale Costituzione ancora “la più bella del mondo”.

Spero che il No si traduca in una proposta
politica nazionale che possa riavvicinare le persone alla vita pubblica
di questo nostro Paese.

Il No è troppo numeroso, troppo consistente, per essere semplicemente una rivolta contro il governo o contro un uomo solo al comando.

*** *** ***

Concludo la riflessione con questa poesia di Giuseppe Semeraro

(segnalatomi da un’amica, che ringrazio)

Ma sempre NO dobbiamo dire ?
per tutti i diritti che avete cancellato ?
per la libertà che ci state mangiando?
sempre NO, sempre NO abbiamo detto
No alla Tap, No alla Tav, No alle trivellazioni,
No alle vostre facce da fiori di plastica-
Pure stavolta dobbiamo dire No ?
Si, cioè NO, pure stavolta NO.
Il SI se lo prendono sempre loro, per farsi belli.
Eppure noi che diciamo sempre NO
vorremmo dire SI a tante cose
Si alla LIbertà
Si ai diritti, alla tolleranza
Si al rispetto, alla bellezza
Si alla democrazia vera, alla partecipazione.
Ma pure stavolta ci tocca il NO
pure stavolta ci tocca stare in difesa,
dire ancora No
ma sarà un No grandissimo
un NO di voce libera.