Condannata a morte

In molti hanno giustamente
protestato contro l’esecuzione di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la
donna iraniana condannata a morte per l’omicidio del marito.
L’esecuzione di Sakineh è
stata sospesa (anche se la donna rischia ancora di essere uccisa) ma
mi chiedo quante organizzazioni abolizioniste, personalità politiche
e singole persone nel mondo abbiano protestato allo stesso modo per
l’esecuzione di Teresa Lewis, statunitense, avvenuta venerdì 24
settembre nello Stato della Virginia.
La donna, che aveva 41
anni, era stata condannata all’età di 33 anni per la morte del
marito e del figliastro, uccisi da due killer da lei assoldati.
Mentre lei è stata condannata alla pena di morte gli autori
materiali dell’omicidio (due uomini) sono stati condannati
all’ergastolo. Da quello che si legge sembrerebbe che l’essere donna
sia stata per Teresa Lewis un’aggravante. Il fatto di essere ora
mamma e nonna, oltre ad essere affetta da disturbi mentali, non è
servito a impietosire i boia.
Dal 1632 negli Stati Uniti
sono state condannate a morte 567 donne (o almeno queste sono le
condanne documentate). Attualmente, oltre ai più di 3200 condannati
a morte (uomini) negli Stati Uniti, sono 53 le detenute che aspettano
l’esecuzione.
Come definire le mancate
iniziative internazionali per ogni condannato a morte?
