domenica 26 Maggio 2024
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Trattativa Stato-mafia

Lo Stato processa un pezzo dello Stato. Dopo 5 anni di dibattimento (dal 27 maggio 2013) e 211 udienze la Procura di Palermo, tramite i Pm Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia e i sostituti della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, ha dunque presentato il conto: 15 anni di reclusione per il generale Mario Mori, considerato il “protagonista assoluto” della trattativa, 12 anni per il generale Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno. Dodici anni anche per l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. L’accusa ha chiesto 6 anni di carcere per il senatore Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. La pena più alta – 16 anni – è stata chiesta per il boss mafioso Leoluca Bagarella mentre 12 anni sono stati chiesti per il boss Antonino Cinà. Non doversi procedere invece per il boss Giovanni Brusca per prescrizione, in forza della legge sui pentiti. L’accusa ha chiesto la condanna a 5 anni per Massimo Ciancimino per calunnia e il non doversi procedere per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, perché prescritto.

Secondo l’accusa i carabinieri dei Ros del generale Mori sarebbero stati ambasciatori e ispiratori del dialogo con Cosa Nostra. Dopo l’attentato a Giovanni Falcone, pezzi dello Stato avrebbero scelto di trattare per evitare altro sangue: prima con Riina, che però avrebbe replicato con richieste irricevibili (il famoso papello), poi con Provenzano, ritenuto più “affidabile”. A Vito Ciancimino, arrestato e fatto fuori come Riina dalla trattativa, sarebbe subentrato ad un certo punto Dell’Utri, che avrebbe garantito la mafia presso i nuovi referenti politici. Il nome di Silvio Berlusconi ha aleggiato durante tutto il dibattimento, ma l’ex premier, che sarebbe stato appoggiato nel suo trionfo elettorale del 1994 da Cosa Nostra, non è imputato nel processo.

Cosa Nostra avrebbe cominciato a vedere i frutti dell’accordo già dalla sostituzione di Scotti al Viminale e dall’azzeramento dei vertici del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) che avevano sostenuto la linea carceraria dura verso i boss.

Dopo le stragi del 1993 di Roma, Firenze e Milano sarebbero arrivate, secondo la Procura, le revoche per centinaia di mafiosi del 41 bis deciso nello stesso anno dal ministro della Giustizia Giovanni Conso.