martedì 10 Febbraio 2026
Articoli 2018

La criminalità organizzata in Emilia

Il processo “Aemilia” nasce da un’inchiesta che nel 2015 ha portato all’arresto di oltre 150 persone. La Dda di Bologna svelò la presenza in almeno quattro provincie dell’Emilia di un clan della ‘ndrangheta legato al boss cutrese Nicolino Grande Aracri. Nella rete dei pm finirono non solo boss e affiliati, ma anche imprenditori e professionisti, politici, giornalisti ed esponenti delle forze dell’ordine. Le “famiglie” avevano costruito una rete per gestire gli affari in diversi settori economici.

Un’inchiesta che dimostra come i clan calabresi non sono una meteora delle aree ricche del Paese, ma rappresentino un fenomeno ben radicato anche in Emilia. Complessivamente, i numeri sono da maxi processo: 200 udienze in un anno e mezzo, centinaia di testimoni, 142 condanne e oltre 1.200 anni di carcere.
Poche assoluzioni, e solo per figure marginali. In ordinario la pena più alta è stata inflitta a Carmine Belfiore, 21 anni e 8 mesi. Condannati, tra gli altri, Gaetano Blasco (21 anni), Michele Bolognino (20 anni e 7 mesi) e a 19 anni Giuseppe Iaquinta, imprenditore considerato uomo del clan.

Il processo è considerato solo la punta dell’iceberg del fenomeno mafioso in regione. Non è un caso che il procuratore di Bologna Giuseppe Amato abbia annunciato che “le indagini contro le organizzazioni criminali continueranno e che le inchieste non si fermano”.

Questa sentenza ci dice che, come per il processo “Crimine-Infinito” in Lombardia o di Mafia Capitale a Roma, da oggi in poi nessuno può più fare finta di niente, nessuno fra Reggio o Modena o Bologna può più cadere dalle nuvole e pensare che la mafia sia uno “stato d’animo” dei calabresi o dei siciliani.
La ‘ndrangheta si è presentata in Emilia corrompendo, comprando, offrendosi alle banche e alle imprese, alle amministrazioni pubbliche.

Preciso, come sempre, il commento di Attilio Bolzoni: “Fra i condannati del processo troviamo figure come: commercialisti, costruttori, rappresentanti degli apparati dello Stato, anche giornalisti. Appalti, slot machine, droga, trasporti. Sono i “servizi” che la ‘ndrangheta in Emilia ha fornito in questi anni, come richiedeva il mercato. Un partito criminale che si è rafforzato e si è esteso senza incontrare grandi resistenze. Nel silenzioso compiacimento di molti – famosa l’intercettazione telefonica della fiscalista bolognese che si diceva “onorata” della visita nel suo studio del capo dei Grande Aracri – la mafia calabrese si è ingrassata. Con tanti a sostenere che, tutto sommato, l’infiltrazione era abbastanza recente. Un’altra fandonia. Alle porte di Bologna, uno zio di Totò Riina si era ben sistemato già nel 1958”.

L’Emilia non è poi così lontana dalle Marche…

 

 

Fonte: Giuseppe Baldessarro (La Repubblica), Attilio Bolzoni (La Repubblica).