Cambiamento climatico e territorio

E’ stato presentato a Ginevra il nuovo rapporto del comitato scientifico dell’Onu sul clima (Ipcc [1]), “Cambiamento climatico e territorio”[2] (qui il testo completo del rapporto in inglese).
Il rapporto lancia l’allarme e rivela che, dal periodo preindustriale ad oggi la temperatura sulle terre emerse è già aumentata di 1,53 gradi centigradi, con un aumento medio globale di 0,87 se si tiene conto della variazione di temperatura sopra gli oceani.
Il riscaldamento globale causato dall’uomo farà aumentare la siccità e le piogge estreme in tutto il mondo, pregiudicando la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa, Medio Oriente, Asia e America latina, con guerre e migrazioni. Ma anche il Mediterraneo è ad alto rischio di desertificazione e incendi.

L’Ipcc nell’ottobre del 2018 aveva pubblicato il famoso rapporto sul clima che avvertiva che, se il mondo non riduce subito l’emissione dei gas serra, già nel 2030 il riscaldamento globale potrebbe superare la soglia di +1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Il rapporto diffuso ora si concentra sul rapporto fra il cambiamento climatico e il territorio, studiando le conseguenze del riscaldamento su agricoltura e foreste. È stato preparato da 66 ricercatori da tutto il mondo, fra i quali l’italiana Angela Morelli. Anche con un riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali (l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015), vengono valutati “alti” i rischi da scarsità d’acqua, incendi, degrado del permafrost e instabilità nella fornitura di cibo.

Ecco i punti più importanti del rapporto:

  • Gli impatti climatici sui suoli sono già gravi: in alcune regioni, le ondate di caldo e la siccità sono diventate più frequenti e intense e la sicurezza alimentare è già stata compromessa dall’impatto dei cambiamenti climatici sulle rese agricole e sulla produzione zootecnica.
  • Un riscaldamento globale a 2° C comporta la minaccia di una crisi alimentare, in particolare per le regioni tropicali e subtropicali. Il rapporto prevede che “una combinazione di innalzamento del livello del mare e di cicloni più intensi metterà a repentaglio la vita e i mezzi di sussistenza nelle zone soggette a cicloni”. Il riscaldamento globale ha già aumentato il rischio di incendi boschivi.
  • Per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi “sono necessari rapidi progressi verso una profonda trasformazione dell’agricoltura, della silvicoltura e dell’uso del suolo. Tale trasformazione deve essere ben avviata entro il 2040”.
  • Non si tratta di un pericolo che riguarda il futuro, Il cambiamento climatico è un problema del presente!
    Già oggi si sta compromettendo la sicurezza alimentare e, se le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare, si profila una crisi alimentare globale che colpirà soprattutto le regioni tropicali e subtropicali. L’aumento delle temperature può anche avere un impatto sul valore nutrizionale delle colture e ridurrà significativamente le rese agricole. Se verrà superata la soglia di 1,5° C di aumento delle temperature globali, la scarsità d’acqua nelle regioni aride diventerà un problema sempre più grande e difficile da risolvere.
  • I cambiamenti climatici possono amplificare le migrazioni sia all’interno dei paesi che fra un paese e l’altro. I migranti economici saranno sempre più migranti climatici, una situazione che rischia di accentuare i conflitti per l’uso delle terre ma anche nei Paesi di destinazione. Come l’Italia e quelli europei che si affacciano sul Mediterraneo, esacerbando così lo scontro già in atto, sociale, culturale e politico. La popolazione soggetta a questi fenomeni crescerà all’innalzarsi della temperatura passando da 178 milioni (nello scenario +1,5°) a 220 milioni (+2°) fino a 277 milioni (+3°).
  • Una significativa riduzione delle emissioni nel sistema alimentare può essere ottenuta riducendo le perdite e gli sprechi alimentari[3] e passando a diete equilibrate e diversificate, ricche di alimenti di origine vegetale e di alimenti di origine animale prodotti in modo sostenibile. Porre fine alla deforestazione è una priorità fondamentale: il ripristino delle foreste e il rimboschimento offrono importanti opportunità per assorbire e stoccare il carbonio atmosferico.
  • L’Ipcc stima che dal 25 al 30% del cibo sia perso o buttato, e dal 2010 al 2016 questo abbia contribuito dall’8 al 10% al totale delle emissioni di gas serra prodotti dall’uomo. Una percentuale preoccupante. È uno dei problemi che gli scienziati del Panel evidenziano ai politici, con un richiamo pressante per la riduzione degli sprechi e perché la gestione della catena alimentare e del suolo sia regolata in maniera più sostenibile.

L’agricoltura e l’uso del suolo sono responsabili per il 23% delle emissioni dell’uomo di gas serra. Una dieta più bilanciata e a base di prodotti a basse emissioni di carbonio (vegetali e frutta, meno carni rosse) potrebbe liberare da 4 a 25 milioni di chilometri quadrati di superficie e significare meno emissioni pari a oltre tre miliardi di tonnellate di CO2 all’anno.

Il rapporto si focalizza inoltre sugli obiettivi di Parigi: “Se non perseguiamo gli obiettivi dell’accordo di Parigi e non riduciamo rapidamente le emissioni, entro il 2050 o prima potremmo trovarci in una situazione in cui non abbiamo alternative e non abbiamo altra scelta se non quella di trovare un compromesso tra sicurezza alimentare e riduzione delle emissioni. Non esiste un’unica soluzione che risolva tutti i problemi. Cambiare il nostro rapporto con la terra è una parte vitale per fermare il cambiamento climatico, ma è necessario anche: passare alle energie rinnovabili e lasciare i combustibili fossili sotto terra; decarbonizzare rapidamente l’economia globale; sviluppare città e infrastrutture di trasporto più efficienti”.

In attesa che i potenti del mondo prendano coscienza della crisi climatica, noi nel nostro piccolo possiamo quotidianamente fare qualcosa di importante. Partiamo dalla spesa e da alcuni accorgimenti: fare acquisti oculati, non sprecare, cucinare l’occorrente, ridurre drasticamente il consumo di carne, scegliere cibi di stagione e da agricoltura biologica e di prossimità, evitare prodotti con confezioni di plastica, impegnarsi nella raccolta differenziata.

Come scrive Carlo Petrini: “Occorre una nuova visione dell’economia che impedisca di dilapidare le risorse ambientali. Se ciò non avverrà, il dazio che dovremo pagare sarà impressionante e i costi che dovranno pagare le future generazioni diventeranno insostenibili. Ecco il terreno su cui si dovrà discutere nei prossimi anni di nuovo umanesimo, su cui si potrà costruire una politica degna di questo nome e vivere in una economia che non distrugge il bene comune, ma lo tutela e lo difende”.

Quando Petrini parla di “nuovo umanesimo” mi vengono in mente le parole di Umberto Galimberti: “Questa cultura del limite, che deriva dal grande limite rappresentato dall’irreversibilità della morte, mi piacerebbe fosse recuperata dalla nostra cultura che non conosce limite al desiderio, alla volontà di potenza sottesa alle nostre azioni, allo sviluppo tecnologico che ha scatenato il Prometeo che i Greci avevano opportunamente incatenato, per cui oggi la nostra capacità di fare è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. E così ci muoviamo a mosca cieca, e chiamiamo questo pericoloso brancolare: progresso“.

 

 

Fonte: La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Green Report

[1] Intergovernmental Panel on Climate Change

[2] Qui il testo completo del rapporto in inglese.

[3] Secondo il rapporto sono 820 milioni le persone denutrite nel mondo (due miliardi quelle affette da obesità).