Sotto il fuoco delle bombe la matematica è un’opinione

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Da
anni stiamo assistendo al dramma della guerra in Afghanistan. Ma
nonostante siano passati anni, nonostante il Presidente Obama
incrementi le forze in campo, la situazione nel paese arabo non solo
non migliora, ma addirittura promette di peggiorare in futuro. Lo
scandalo dei brogli alle recenti elezioni è un campanello d’allarme
che rivela tristi verità.

Il
20 Agosto il popolo afghano è stato chiamato alle urne per esprimere
per la seconda volta, a distanza di 5 anni dalla prima, la propria
preferenza per il nuovo governo democratico del Paese.
Che
bello! La guerra di liberazione, desiderata ad ogni costo e
perpetrata da George Bush dal 2001, dell’Afghanistan dal regime
talebano e del mondo intero dal terrore di Al Qaeda sembra così più
concreta che mai. 8 anni fa le donne in Afghanistan giravano con il
burka, oggi il paese vota all’Occidentale i propri rappresentanti!
Ma
in realtà c’è poco da stare allegri, e la verità ci sputa ancora
una volta nuda e cruda la propria sentenza.
Il
mosaico della neo-democrazia afghana, alla vigilia della riconferma,
si è scoperto essere privo di tanti tasselli, polverizzati dal fuoco
delle autobombe e dalle minacce dei talebani alla popolazione civile,
considerata colpevole ai loro occhi di voler decidere del proprio
futuro. Infatti i talebani minacciavano di morte e mutilazioni
chiunque fosse stato scoperto da loro recarsi alle urne.
Ed
è con questo clima che il 45% della popolazione afghana avente
diritto di voto ha deciso di vincere la paura affrontando a viso
aperto la minaccia afghana. Sarebbe questa la grande vittoria
democratica? Un popolo lasciato in balìa di carnefici nascosti fra
le vie delle città, nelle campagne, appostate ai seggi elettorali,
carnefici dalla forza politica e militare direttamente proporzionale
al tasso di terrore che si respira in questa terra mutilata di
polvere e sangue.
Qualcuno
potrebbe pensare che la situazione in Afghanistan sia effettivamente
migliorata, anche se di poco, anche se in misura insufficiente, di
anno in anno. Invece non è così. Se è vero che le prime elezioni
democratiche del Paese, avvenute nel 2004, goderono di un’affluenza
del 70% (come un paese occidentale), il dato odierno impallidisce non
poco e non da solo poiché imputabili dell’involuzione in atto sono
quelle istituzioni che, nell’arco di questi 5 anni, avrebbero
dovuto lavorare per la civilizzazione del Paese.
Come
sottolinea Bernardo Valli dal suo articolo di Repubblica del 24
agosto, i taliban sette anni fa apparivano ormai allo stremo delle
forze, in fuga disperata verso le montagne, come topi sconfitti. Ora
non è più così, ora essi sono riusciti a rialzare la testa e
riconquistarsi fette di potere nei centri urbani e nei villaggi,
fenomeno avvalorato dal dato sull’affluenza al voto che ci dimostra
come la paura della popolazione verso di loro sia aumentata in questi
anni.
Non
porterà alcun beneficio effettivo il cambiamento di strategia
militare voluto dal presidente Obama, che in sintesi prevede un
maggior schieramento di forze in area afghana pakistana, vero fulcro
del terrorismo (checché se ne dica, in Iraq l’attrattiva si
chiamava “oro nero” e basta!). Non servirà a nulla perché, come
ci fa notare il professore Riccardo Redaelli dalle pagine di
Italianieuropei, l’unico modo per le forze occidentali di
sconfiggere la guerriglia talebana è conquistarsi la fiducia della
stragrande maggioranza della popolazione, fiducia intesa non solo
come consenso, ma come convinzione indotta al popolo afghano che le
forze terroristiche possano davvero
venir sconfitte. Ma com’è possibile indurre fiducia in una
popolazione civile che si vede privare di quindici anime al giorno a
causa di attentati, mentre fra i professionisti della guerra a morire
è in media un soldato in più di 24 ore! Ovviamente non ci si augura
un aumento delle vittime militari, ma un rapporto di 15 a 1 dimostra
come questa sia una guerra pagata a larghissimo prezzo da gente
inerme, disarmata, esposta quotidianamente alla violenza. Questo
risultato è frutto di strategie militari che mettono al primo posto
la salvaguardia dei contingenti militari e al secondo quella dei
civili, tutto qua. Purtroppo, oltreché moralmente ingiusto, è anche
strategicamente un errore in questa guerra ai fini del risultato.

E
non è finita qua perché al danno di quanto descritto sopraggiunge
la beffa della politica afghana. Ormai non sono più un segreto, e
sono sotto gli occhi di tutti, le inefficienze di un governo afghano
coordinato dall’immobile Karzai, sensibile più alle lusinghe della
corruzione e del clientelismo che ad una presa di responsabilità dei
fenomeni in atto. Così quanto notato in questi anni si è visto
amplificato nel comportamento probabile che questo governo ha
adottato nei confronti della competizione elettorale. Ma andiamo per
ordine.
Si
è assistito in questi giorni ad una vera altalena elettorale,
scoppiata fin dal primo giorno del dopo-voto. Mentre i sondaggi
prefiguravano ballottaggi probabili fra Karzai e lo sfidante
principale Abdullah, entrambi, una volta chiusi i seggi, si sono
subito dichiarati vincitori. Il 23 agosto fonti occidentali
rivelavano come in realtà il vincitore sembrasse essere Karzai con
il 70% dei consensi mentre Abdullah denunciava delle irregolarità
nel voto, alias brogli. Ne era talmente sicuro da presentare ai
giornalisti schede elettorali prevotate e tutte a favore del
presidente uscente Karzai. Passano i giorni e il distacco incolmabile
si assottiglia di colpo, per poi riallargarsi all’odierno 45%
Karzai, 35% Abdullah.
Partono
inchieste, accuse, promesse, minacce. Le malelingue definiscono
queste elezioni una farsa, un teatrino democratico frutto in realtà
di accordi pre-elettorali a tavolino più che di una scelta popolare
trasparente, indotte a tale pensiero dalle recenti dichiarazioni del
presidente Karzai, dichiaratosi favorevole a un cambiamento
istituzionale verso una democrazia parlamentare, cosa che potrebbe
giovare ad Abdullah dal momento in cui gli venisse proposta la
poltrona di primo ministro e a Karzai quella di presidente, tutto
questo in cambio del silenzio, dell’immobilità, della corruzione,
del clientelismo. Abdullah in un’intervista rilasciata alla Stampa
del 28 agosto si dichiara contrario ad ogni accordo con Karzai, e
anche all’ipotesi di un governo che potremmo definire di “unità
nazionale”, rifiuto perpetuato in nome del popolo afghano, che egli
intende difendere sia dai talebani che da Karzai.

A
prescindere da quale sarà l’effettivo esito dei voti, e sulla loro
effettiva irregolarità o meno, a questo punto vorrei invitare a
riflettere sul quadro generale in cui versa l’Afghanistan. Chi sono
i veri perdenti di queste elezioni? Io personalmente non ho dubbi. Il
popolo afghano rischia quotidianamente di essere ancora vittima di
attentati, e tutto questo per cosa? Per la democrazia teatrino.
Finora le forze occidentali, più preoccupate di difendere la propria
pelle che quella di donne e bambini, hanno portato dei benefici
reali? Abbiamo bombardato noi stessi Kabul per settimane intere in
nome di questa democrazia che si sta rivelando fasulla. Se a quasi 10
giorni dalle elezioni ancora non è avvenuto il completo spoglio
delle schede, significa che c’è qualcosa che non va! Ma noi
profeti della civiltà moderna dove siamo stati fino ad ora?
Questi
leader politici emersi dal grigiore talebano si stanno tirando i
capelli calpestando di fatto la dignità di un popolo che a questo
punto, credo, ancora prima della democrazia desideri la pace, la pace
soltanto, stanco e deluso da tutto e da tutti, dall’Occidente, dal
governo, da loro stessi.
Questa
è la triste verità afghana: sotto il fuoco delle bombe la
matematica è un’opinione.