mercoledì 22 Maggio 2024
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Pd: cosa va e cosa resta?

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Dopo mesi di confronto il congresso del PD è terminato. Cosa và e cosa resta? Resta indubbiamente, come motivo di orgoglio e speranza, quest’ottima vittoria di democrazia che non conosce mozioni nè interessi di parte, espressa dalla volontà di oltre 3 milioni di persone alle primarie del 25 ottobre.

Un dato per niente scontato considerato l’inequivocabile drastico calo di consenso elettorale, e con esso aggiungerei anche quello “ideale” (magari di quello che vota PD per mandare a casa Berlusca, ma che poi sul futuro del partito non scommetterebbe un nichelino). Per fortuna, e anche per merito, almeno tre milioni di persone non la pensano così. Infatti a mio avviso il progetto del Partito Democratico esiste, così com’era esistente all’atto della sua fondazione. Un progetto politico nato da presupposti teorici di spessore, che si rivolge ad un tempo all’Italia di oggi e a quella di domani, all’Italia di oggi “per” quella di domani. Non a caso il neo-segretario nella sua mozione definiva il PD la “più grande intuizione degli ultimi vent’anni”. Tuttavia, alla prova dei fatti, non si può affermare che il “bambino nuovo”, come ama definire il PD Bersani, abbia cominciato a camminare felice e contento. Qualcuno dice che il bambino è nato prematuro; altri che il bambino è malaticcio; altri che, non sapendo ancora parlare, nessuno lo riesce a capire; altri ancora (compreso me) che il bambino ha intrapreso il suo cammino di crescita, magari non daenfent prodige,ma ciò non toglie la necessità di “stargli vicino”!Eppure dei passi avanti, questo giovine partito, credo li abbia fatti. Innanzitutto ha introdotto una novità assoluta nel panorama politico italiano: le primarie. E anche lì si son fatti passi avanti, dalle primarie “plebiscitarie” (pur comprensibili!) che hanno eletto Veltroni, alla scelta ponderata, il voto discusso, confrontato, riflettuto, di tanti e tanti italiani e italiane che, dopo aver assistito ad un vero congresso, hanno deciso di riempire le sedi, i gazebo, le piazze per esprimere una preferenza su tre validi candidati. È stato un dibattito lungo ed intenso, chiarificatore per molti, arricchito dal merito di aver fatto capire a tutti che qui si sta parlando di un partito “vivo”, o comunque ravvivato, o comunque di un partito che ha deciso di “comprendersi”, confrontarsi a viso aperto con le sue anime. Un percorso che nessun altro partito in Italia ha avuto il coraggio e la sensibilità di fare. Un grand’evento positivo per molti aspetti, e in particolare 2: un grande evento di democrazia (1) dove la democrazia ha scelto, in modo preciso ed evidente(2). Una “vittoria di tutti”, come giustamente ha sottolineato Pierluigi Bersani, eletto segretario col 53% e vincitore in 20 regioni su 20. Questo sarebbe dovuto essere il lieto fine di un confronto ideologico e programmatico sul partito. L’unica avvertenza: una volta finito il match ci si stringe sportivamente la mano e si pensa subito al futuro, si fa fronte comune per divenire alternativa di governo battendo l’unico vero avversario in circolazione: Silvio Berlusconi.

Peccato però che il neo-segretario non sia riuscito sportivamente a stringere la mano a tutti, e questo perchè alcuni un po’ meno sportivamente hanno deciso di abbandonare a priori il partito, infastiditi dal risultato finale. Molti di loro si sentono traditi dalla svolta a sinistra, come se dipendesse da un colpo di mano dei vertici e non da una croce di penna dei cittadini. Chi si sente tradito prova un sentimento tristissimo, che nasce da un presupposto di fondo, generalmente un accordo disatteso, un qualcosa di simulato o dissimulato che è andato a sostituire l’intento comune. Ma che accordo preventivo c’è mai stato tra Rutelli, Calearo, Lanzillotta, ecc e gli elettori delle primarie? Pierluigi Bersani si è presentato con un programma, delle idee, un impostazione, così come hanno fatto Franceschini e Marino, e fra i tre ha vinto Bersani, punto. Dov’è il tradimento? Lo stesso Giorgio Tonini, fra i più duri e polemici contro Bersani al congresso, ha sottolineato l’incongruenza di chi, componente della mozione Franceschini che si è costruita sulla difesa del metodo primarie (da cosa non so), poi si trovi a non accettarne il risultato. Dov’è la tanto vituperata svolta a sinistra? E la mancanza di democrazia e rappresentatività nel Pd di Bersani? Ricordiamoci che la presidente del partito (Bindi) ha nel Dna l’Azione cattolica, il vice-segretario (Letta) è un liberale che fino all’altro ieri nelle interviste auspicava un’alleanza con l’UDC, vice-presidenti (Scalfarotto e Sereni) appoggiavano rispettivamente Marino e Franceschini, quest’ultimo è divenuto capogruppo del PD alla Camera.

Così un gruppo di dissidenti ha deciso di alzare i tacchi (credo che in pochi fra i rimasti si siano stretti il petto dal dolore) fondando un nuovo movimento politico.Uno fra tutti, l’ideatore della strategia del secolo, Francesco Rutelli, fral’altro uno che ha amato in questi mesi rivendicare più volte l’appellativo di fondatore del PD (il che già la dice lunga!). Davvero non c’è la faceva più er Cicoria, in questo partito radicalmente rivolto a sinistra (bho, se lo dice lui!), senza idee, spento ed anacronistico. “Alleanza x l’Italia” è il nome del nuovo movimento fondato da Rutelli per rinnovare l’Italia, un partito davvero unito, che con chiarezza dia rappresentanza ai ceti produttivi, alle imprese, ai lavoratori dipendenti stritolati dal populismo di destra (questo è vero!) e ignorati da quei socialdemocratici del PD (questo no!). Già il nome dà l’idea del cambiamento: rincicciato da un’ipotesi di nuovo nome che, senza Pdl, Fini avrebbe dato ad Alleanza Nazionale. Per di più è un movimento che fa un rimpasto generale di gente proveniente dal PD, UDC, PDL, IDV, il che già mi fa sorridere: quale può essere il collante di esponenti politici che, da “presunti” avversari di campo fino all’altro ieri, si ritrovano improvvisamente sotto una stessa bandiera? Forse la propensione al “voltagabbanismo”?

Perdipiù una tale velocità di reazione e organizzazione (alla vittoria di Bersani) da parte di Rutelli lascerebbe tutti sconvolti, a meno che non si intuisse che il “padre-fondatore” del “partito-traditore” aveva già sondato il terreno da tempo (della serie, Bersani non centra niente). Infatti il dopo-berlusconi fa gola a molti e ognuno sceglie la strategia che preferisce. Rutelli and Co., non riuscendo nei vari partiti d’appartenenza a sedersi da nessuna parte, hanno scelto così di combattere il bipolarismo con le unghie e con i denti, ammiccando a Casini (col quale secondo me già si sente fratello-coltello). Beninteso, Rutelli ha tutto il diritto di fare le scelte che preferisce, di fondare il partito che più desidera con la gente a lui più congeniale, ci mancherebbe! Però, franchezza nell’azione richiede sincerità nella motivazione, e quella del PD troppo a sinistra o è strumentale, o è ridicola, o tutte e due le cose insieme. Infatti, checchè se ne dica, il Partito Democratico è nato dalla fusione di DS e Margherita, il primo dalla storia a tutti noi ben nota e che rappresenta a scanso di equivoci l’area di riferimento che nel PD ha la maggioranza. Questo congresso ha visto un mescolamento, giusto e necessario, di queste anime di riferimento, ma restano comunque i paradigmi ideali maggioritari, che non sono proprio gli stessi di un teo-con americano. E questo Rutelli lo sapeva già, o avrebbe dovuto saperlo in partenza, non può essere stato Bersani a ricordarglielo!

Un altro motivo di fuoriuscita è stato impugnato dalla Linda Lanzillotta, critica soprattutto su bersani e sul suo primo discorso da segretario all’Assemblea Nazionale, a suo avviso troppo retrogrado, incapace di analizzare la complessa società contemporanea, accusato di aver ignorato i problemi climatici, e per questo ha lasciato il partito. Più che giusto, o si parla di clima o sennò ciccia, il resto sono solo chiacchiere. E poi, tutta questa avversione per tutto ciò che può richiamare anche lontanamente la sinistra, da che basi sono poste? Non siamo forse un partito di centro-sinistra? E poi non confondiamo le cose: ci sono cose di sinistra, cose di centro, e cose semplicemente di giustizia. La questione democratica sottolineata da Bersani è una questione di giustizia, così come quella del meridione, così come quella del lavoro (elemento prevalente nella vita di un uomo, dalla cui analisi deriva un’analisi della vita stessa di un uomo, un lavoro precario è una vita precaria!); aver sottolineato il nesso inscindibile fra questione democratica e sociale è una cosa retrograda, o forse colpevolemte di sinistra? Non credo proprio, ma forse se qualcuno la pensa davvero così in tempi di crisi economica ed attacchi frontali alla democrazia da parte del Cavaliere, forse è il caso che esca da un partito troppo diverso da lui.

Forse un partito di centro-sinistra, di stampo riformista, non è necessariamente un partito “per tutti”; un recinto ideologico, anche se molto ampio, col quale riuscire a dire “tutto ciò che è qui dentro siamo noi, il resto sta fuori” è ciò che gli elettori delle primarie hanno chiesto ai democratici, è ciò che permetterebbe di tracciare una linea maestra di valori progressisti di riferimento, che permetta di inquadrare questo vasto partito, ed evitare così altri “equivoci” di chi se ne va perchè si parla di lavoro e sindacato o di correzione del modello di crescita. In poche parole onde evitare che conservatori pretendino scelte conservatrici da un partito progressista, e che progressisti cambino abitazione perchè hanno confuso per progressisti persone conservatrici.