Le scorie nucleari: un problema non risolto

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Le
discussioni sul nucleare stanno diventando sempre più frequenti.
Anche tra la gente comune è sempre più facile ascoltare
dichiarazioni pro o contro questa fonte energetica che il governo
italiano sembra intenzionato a riproporre nel nostro Paese.

Anche a me capita di
confrontarmi con amici o conoscenti sull’eventuale ritorno
“dell’energia atomica utilizzata per scopi civili”. Non è
difficile ascoltare affermazioni del tipo: “l’energia nucleare è
una fonte pulita” oppure “non possiamo più fare a meno
dell’energia atomica”.
In questo sito abbiamo
scritto tanto, e continueremo a farlo, sulle motivazioni che ci
inducono a ritenere l’energia atomica, attualmente, una fonte non
conveniente e soprattutto pericolosa.

In questo articolo vorrei
però soffermarmi su un aspetto che nel dibattito sull’energia
atomica “civile” viene spesso tralasciato, quasi fosse marginale,
mentre a mio avviso è parte integrante del dibattito e senza il
quale non si può valutarne complessivamente la convenienza o meno.
Si tratta delle scorie
radioattive. Anche in merito a questo aspetto, su questo sito e
durante gli incontri pubblici che abbiamo organizzato, abbiamo avuto
modo di fare chiarezza.
Credo che una notizia in
particolare, giunta proprio in questi giorni, sia utile per
riconsiderare nuovamente la questione, alla luce di un fatto recente
che ci restituisce un riscontro più fedele del problema.
La notizia è apparsa sul
quotidiano svizzero Le Temps; riportol’articolo
integralmente
1,ritenendo che possa contribuire a dare una valutazione più obiettiva
sul fatto che, ad oggi, le scorie nucleari rimangono un problema
irrisolto e che ciò debba indurre la popolazione a ritenere che
l’energia nucleare non può costituire, nelle attuali condizioni,
un’energia praticabile.

Allarme
nucleare nel cuore della Germania

Le
autorità tedesche, a causa di infiltrazioni d’acqua, hanno deciso
l’evacuazione di un centro di stoccaggio di rifiuti radioattivi. La
decisione rilancia il dibattito sulle scorie nucleari

Le
autorità tedesche, a causa di infiltrazioni d’acqua, hanno deciso
l’evacuazione di un centro di stoccaggio di rifiuti radioattivi. La
decisione rilancia il dibattito sulle scorie nucleari
Una
montagna di fusti gialli con impresso il simbolo del nucleare. Sopra
uno strato di sale e calcestruzzo, e ancora del sale per chiudere
l’ingresso alle grotte. Un volume di massa radioattivo equivalente a
60 case è stato depositato tra il 1967 e il 1978 nella miniera di
sale in disuso di Asse, nel centro della Germania. 126.000 fusti di
rifiuti radioattivi, alcuni ben allineati e altri alla rinfusa,
dovevano rimanere lì per l’eternità. Meno di 30 anni più tardi, il
sito di Asse si configura come catastrofe ecologica e come problema
politico. Il sito geologicamente instabile palesa infiltrazioni
d’acqua. E alcuni fusti sono rovinati.

Di fronte
alla gravità della situazione, l’Ufficio federale BfS competente per
la gestione del sito, ha optato nel gennaio scorso per l’evacuazione
di Asse. Questa inedita operazione, altamente complessa tecnicamente,
durerà 20 anni e potrebbe costare allo Stato da 2 a 3 miliardi di
euro. La settimana scorsa, il governo ha evocato per la prima volta
l’eventuale istituzione di una tassa nucleare, che servirebbe a
finanziare la decontaminazione di Asse. Ad Asse, una collina situata
a 25 km a sud di Braunschweig in Bassa Sassonia, il contrasto è
evidente fra la campagna verde e ridente in cui il mais ancora verde
è scosso dal vento e il grigio dell’ex miniera di sale, che ha fatto
vivere la regione dal 1909 al 1964. Pochi minuti sono sufficienti per
raggiungere i primi piani sotterranei della miniera, a circa 500
metri di profondità. Un ascensore che può contenere fino a 14
uomini discende lo stretto cunicolo verticale, spostando un grande
flusso d ‘ aria. Mezzo chilometro sotto terra, il caldo è
soffocante. Alcuni camioncini sono in attesa su un vasto terrapieno
grigio illuminato da neon. Due porte di pesante metallo giallo,
formanti una camera di compensazione, portano verso il dedalo di
gallerie, interminabili e sprofondate nel buio.

La visita
della miniera mette presto in evidenza la gravità della situazione:
crepe striano le pareti di sale. Dal 1988, alcuni muri della miniera
si sono spostati di sei metri a nord. A circa 700 metri di
profondità, un rivolo d’acqua uscito dal nulla scorre sotto un
telone per evitare il contatto tra l’acqua e l’aria potenzialmente
contaminata. I gestori del sito devono combattere contro due mali
potenziali: un eventuale crollo di alcune cavità e l’infiltrazione
di acqua contaminata verso le falde freatiche.

L’ex
miniera di sale, costruita su 13 piani, sprofonda fino a 900 metri
sottoterra. Nove cavità sono state scavate ad ogni piano. 12
contengono residui debolmente radioattivi. Un’altra, a 500 metri di
profondità, ospita rifiuti radioattivi di media intensità. Il 60%
di essi provengono da centrali nucleari tedesche (che fino al 1975
potevano essere riversati gratuitamente), il 23% dalla ricerca, l’8%
dall’industria. Nessuno sa quanto cesio, plutonio e trizio si trovi
laggiù, né quale gas abbia potuto svilupparsi nelle cavità, alcune
delle quali sono diventate inaccessibili.

“Uno
dei problemi che abbiamo affrontato è che non sappiamo davvero cosa
ci sia nei fusti – spiega Wolfram König, Verde e Presidente della
BfS, l’Ufficio federale della sicurezza nucleare civile –
L’etichettatura degli anni ‘ 60 e ‘ 70 non soddisfa gli standard
attuali. Negli ultimi anni, abbiamo aperto 25 fusti. La metà non
conteneva ciò che figurava nei registri! Noi avevamo la scelta fra
costruire un centro di rifiuti all’interno della miniera, affogare
tutto sotto il cemento, o far risalire i fusti in superficie. Questa
soluzione è apparsa come il male minore. Abbiamo bisogno di prendere
una decisione valida per un milione di anni! Una decisione che non
abbia conseguenze per l’umanità per 500 anni, al di là della
memoria umana, una volta che le centrali nucleari potranno essere
scomparse dalla terra e che nessuno non saprà più niente del
pericolo. Bisogna che, fino a quel momento, i nostri discendenti
possono scavare il terreno senza rischi.”

Oggi,
nessun paese al mondo ha trovato la soluzione che permetta di
risolvere il problema delle scorie nucleari. Nessun centro di
stoccaggio a lungo termine ha visto la luce. “Lo stoccaggio
sotto terra è considerato come la soluzione meno peggiore”,
dice Marcos Buser, geologo svizzero e Presidente della Commissione
Monitoraggio per il progetto Mont Terri, vicino a St-Ursanne, un
laboratorio sotterraneo dove gli scienziati stanno studiando quali
strati geologici potrebbero essere propizi per lo stoccaggio sicuro
dei rifiuti nucleare.

“Bisogna
evitare ad ogni costo che sostanze che hanno un ciclo di vita
estremamente lungo restino nel dominio del vivente – continua Marcos
Buser -. Dappertutto, così come in Germania, è stata tentato di
utilizzare delle miniere dismesse per stoccare i rifiuti, nucleari o
chimici. Ma una miniera dismessa è come un edificio. Gli edifici
muovono e si fessurano. Le miniere anche. La roccia si crepa. Queste
crepe si propagano fino alla superficie, l’acqua s’infiltra, il
terreno si affossa, una parte della miniera crolla. È quello che è
successo ad Asse. Seppellire i rifiuti sotto terra presuppone la
costruzione di un’installazione ad hoc, perfettamente sigillata e
confinata. La dimensione ottimale per lo stoccaggio in un paese come
la Svizzera sarebbe di qualche centinaia di migliaia di metri cubi
per trattare 8000 tonnellate di rifiuti. Asse ha un volume di tre
milioni di metri cubi. Anche per un programma nucleare più
importante, come il programma tedesco, è troppo.”

Le
autorità tedesche hanno infine optato per il trasferimento dei
rifiuti di Asse verso l’ex miniera di ferro di Konrad, a qualche
decina di chilometri di distanza. L’insediamento, pur potendo
contenere fino a 303 000 metri cubi di rifiuti, diventerebbe tuttavia
rapidamente troppo stretto, se i 100.000 metri cubi depositati ad
Asse vi fossero un giorno trasportati.

Ad Asse,
è stata ingaggiata una corsa contro il tempo e la geologia. Per le
prime fasi bisogna prevedere un foro millimetro per consentire di
effettuare dei prelievi nelle cavità inaccessibili, infossate sotto
il sale e il calcestruzzo. Nessuno sa ancora come avvicinare senza
pericolo i fusti danneggiati e ancor meno come estrarli, un giorno,
dalla miniera.

1Articolo
del 29 giugno 2010. Traduzione dal francese di ProgettoHumus