Idee sostenibili per evitare la chiusura

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Pubblichiamo
con molto piacere un articolo di Guido Viale tratto dal quotidiano
“Il Manifesto” del 27 ottobre 2010. Guido Viale è stato nostro
ospite alcuni mesi fa come relatore all’incontro“Smog
on the road”
sul tema del trasporto pubblico.

«Perché – chiede Rossana
Rossanda sul manifesto di venerdì scorso – Guido Viale non propone
di chiudere la Fiat?» Perché la Fiat, quella di Termini Imerese,
l’ha già chiusa Marchionne; e quella di Pomigliano la chiuderà
presto, se gli operai, senza diritti, senza pause e senza giornate
libere da passare in famiglia, non gli produrranno 240mila veicoli
all’anno invece dei poco più di mille attuali (cosa altamente
probabile); o anche se non riuscirà a venderli tutti (cosa ancora
più probabile). E se non chiuderà anche Mirafiori, certamente la
ridimensionerà ancora, dopo averle tolto, per portarla in Serbia, la
sua quota del fantomatico piano Fabbrica Italia, che nessuno, lui
compreso, sa più che cosa sia. Io invece propongo che quegli
stabilimenti vengano tenuti aperti e magari potenziati, destinandoli
a produzioni non solo meno nocive per l’ambiente e la vivibilità (e
quindi non auto di lusso, più grandi, più belle, e «a maggiore
valore aggiunto», come propone chi vorrebbe insegnare il mestiere a
Marchionne); bensì a produzioni che nei prossimi anni dovranno
necessariamente sostituire i sistemi energetici attuali.

E perché, continua
Rossanda, Guido Viale non chiede «ai metalmeccanici di trovarsi, in
nome del vero progresso, un imprenditore ecologo?». Perché gli
imprenditori ecologi, anche se esistono, non bastano; bisogna
metterli in condizioni di operare senza dover soggiacere ai diktat
della «competitività»; altrimenti, ciao ecologia e ciao rispetto
dei lavoratori. Non penso comunque che si debba lasciare ai soli
metalmeccanici, o ai soli operai di ogni stabilimento della Fiat, il
compito di trovare una soluzione alle loro crisi aziendali; questo
dovrebbe essere l’obiettivo di tutte le forze impegnate a salvare
occupazione, reddito e diritti; per lo meno nei territori (quasi
tutti) colpiti da crisi aziendali. E se gli imprenditori ecologi non
bastano, dobbiamo lavorare perché ci siano imprese che operino
nell’ambito di piani costruiti sulle esigenze del territorio: per
esempio con progetti che invece di incentivare impianti di
generazione da fonti rinnovabili regalando miliardi a mafia,
«cricca», petrolieri interisti e multinazionali e massacrando il
paesaggio, mirino a dotare di impianti, destinati innanzitutto a
soddisfare il loro fabbisogno, e poi a integrarsi tra loro, ogni casa
o edificio con un tetto insolato o esposto al vento. Ma soprattutto
progetti che vincolino gli incentivi all’acquisto di prodotti
fabbricati negli stabilimenti riconvertiti. Certamente un programma
del genere vìola i dogmi del liberismo; ma forse che la mafia, la
«cricca», i Moratti o l’Enel quei principi non li vìolano? E
perché loro sì e noi no?