giovedì 25 Aprile 2024
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Futura guerra fredda?

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I cambiamenti climatici
renderanno l’Artico sempre più libero dai ghiacci, trasformando
questo territorio in una frontiera per l’esplorazione di nuove
risorse e per il trasporto. E’ plausibile che aumenteranno i rischi
di tensioni tra paesi per lo sfruttamento delle risorse ambientali.

La Nato, conscia di questi
rischi, ha già iniziato a studiare i nuovi possibili scenari
geopolitici e, all’interno del Programma Scienza per la Pace e la
Sicurezza, ha convocato esperti di diciassette paesi, i quali
confermano l’ipotesi che il riscaldamento globale potrà generare una
nuova guerra fredda che si “combatterà” proprio nell’Artico.

In un’intervista
l’ammiraglio James Stadyris, comandante supremo alleato in Europa,
anticipando l’incontro ha dichiarato: “Fino ad ora le dispute
sono state gestite pacificamente, ma nei prossimi anni il cambiamento
climatico potrebbe alterare questo equilibrio e innescare una corsa
per lo sfruttamento delle risorse naturali, che saranno più
accessibili
”.

Dubito che la Nato sia
interessata alla questione per un aspetto puramente filantropico.
Immagino invece che la Nato voglia arginare l’attivismo della Russia
nell’Artico, aspetto che probabilmente preoccupa i vertici militari
statunitensi.
La Russia difatti è
impegnata in continui test militari, soprattutto da parte della
propria marina militare. È stato appena avviato l’ultimo test di un
nuovo sottomarino strategico, lo “Yury Dolgoruky”, che
lancerà il suo primo missile balistico Bulava in dicembre nel Mar
Bianco (test
di cui avevamo già sentito parlare nel 2009
).
Ed è proprio la Russia a
guidare la lista dei paesi interessati all’Artico. Le regioni polari
forniscono il 14% del PIL, l’80% del gas naturale, il 90% di nickel e
cobalto del paese, pur essendo abitate solo dal 2% della popolazione
russa.
Ci sono poi il petrolio e
i metalli. Crescono infatti le attenzioni dei governi verso il
fondale marino polare, che potrebbe contenere il 25 per cento delle
riserve petrolifere mondiali oltre a immensi giacimenti di gas e
metalli.
La Russia ha infatti già
concesso cinque nuove licenze (alle russe Gazprom e Rosneft) per lo
sfruttamento di idrocarburi nel mare di Kara e di Barents.

Le preoccupazioni su un
futuro coinvolgimento dell’Artico nello sfruttamento del terreno
riguarda così anche aspetti ambientali.
Alcune organizzazioni
ambientaliste sono preoccupate per i cargo carichi di materiale
radioattivo inviati dalla Polonia verso l’impianto di rifiuti
nucleari sulla catena degli Urali, in Russia, che circumnavigando
la Norvegia arrivano fino al porto di Murmansk. Un trasporto
pericoloso a causa dell’ostilità del mare e della possibilità di
fornire potenziali bersagli di attacchi (o sequestri) terroristici.
Un massiccio aumento
dell’estrazione petrolifera nelle terre e nelle acque dell’Artico
aumenterebbero un rischio di incidenti come quello della Deepwater
Horizon nel Golfo del Messico, che comporterebbero danni ambientali
ancora più drammatici in un ecosistema delicato come quello polare.
Il governo norvegese ha
appena stanziato 1,2 milioni di euro per uno studio di impatto
ambientale connesso allo sfruttamento dei fondali intorno alle isole
di Jan Mayen,