giovedì 25 Aprile 2024
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Per una Alleanza Mediterranea…

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Una riflessione-proposta
aperta del Movimento Nonviolento su ciò che sta avvenendo in
Tunisia, Egitto, Libia, ci può aiutare a capire cosa possiamo fare
noi per non essere solo spettatori passivi.

Di là del canale di
Sicilia, soffia il vento del cambiamento. Da alcune settimane,
giovani e meno giovani sono scesi per strada in nome della libertà
che non hanno conosciuto ancora. Molti sono morti, assassinati dai
difensori dello status quo, dei privilegi e della corruzione che sono
la norma e la regola di dittature e dispotismi vigenti da decenni. Ma
l’onda è più forte della diga, e quello che sembrava impossibile
si sta avverando: i vecchi detentori del potere sono costretti alla
fuga e alla capitolazione.

E’ netta l’impressione
che il pendolo della storia stia portando un vero e profondo
cambiamento nel Maghreb e nel Mashrek, anche se è ancora troppo
fresco il sangue versato per potere decifrare in modo chiaro i
contorni di un nuovo ordine politico e sociale in questi paesi. E la
stessa storia insegna che i privilegiati di un ordine ingiusto non
mollano così facilmente il potere, mentre ci sono forze in agguato
per riempire quello che può apparire come un vuoto politico,
all’indomani della rivolta e della ribellione.

Quale che sia il destino
di questo movimento, è innegabile che la sete di libertà, di
giustizia e di democrazia di milioni di persone ha prevalso sulla
sopraffazione in atto da troppo tempo. Il grido di rivolta corre
veloce da un cellulare all’altro, da facebook a twitter, nella
piazza virtuale di internet che diventa piazza reale, annunciando
l’alba di una emancipazione rivendicata anche con la morte che
mieta vittime innocenti e inermi. E’ difficile pensare che tutto
potrebbe tornare come prima, anche se il Mediterraneo è la patria
del pessimismo, avendo già conosciuto troppe volte nella propria
storia il dominio della repressione e dell’ingiustizia, indifesa
del potere e dei privilegi di tiranni e dittatori.

Mentre la sponda sud del
mare bianco (come gli Arabi chiamano il Mediterraneo) si libera,
vediamo la stanca sponda nord preoccuparsi principalmente dei propri
interessi messi in pericolo dal rovesciamento dello status quo. Per
anni, la realpolitik europea e nord americana ha rafforzato senza
farsi troppi scrupoli, il dominio di rais e oppressori. Il
rifornimento di petrolio e di gas, la vendita di armi e il mercato
del cemento sono stati i motori delle relazioni con i regimi in atto,
e non ci si è molto preoccupato della sorte di intere popolazioni
costrette a subire il prezzo dell’intolleranza e della repressione.

Oggi appare in tutta la
sua crudezza la mancanza di una vera politica mediterranea
dell’Unione Europea e dei singoli stati europei, e preoccupano non
poco le affermazioni di un possibile intervento anche militare da
parte degli USA e dei paesi europei per “garantire la sicurezza”
dei propri connazionali o per assicurare la continuità
dell’approvvigionamento energetico, tanto cruciale per il modo
insostenibile di vivere delle vecchie e opulenti popolazioni del
mondo “ricco”. Invocare un intervento muscolare nei paesi del
Mediterraneo meridionale evoca i recenti orrori ed errori delle
guerre in Iraq e in Afghanistan. E avrebbe sicuramente come
conseguenza di dirottare l’insurrezione verso un ennesimo conflitto
del mondo arabo contro l’occidente.

Anni fa, il re Hassan II
aveva chiesto di fare entrare il Marocco nell’Unione Europea.
All’epoca ci furono risate per questa boutade politica, ma forse
sarebbe stato più saggio prendere sul serio questa domanda. Oggi, la
distanza fra una sponda e l’altra del mare nostrum si è
ingrandita, e appare difficile un riavvicinamento in tempi brevi. Ma
sarebbe intelligente cominciare almeno ad immaginare unaalleanza
mediterranea
, che garantirebbe a tutti i popoli di questo mare di
vivere in una grande spazio geo-politico, economico, culturale e
ambientale condiviso e soprattutto in una area di pace. Già oggi,
migliaia e migliaia di migranti attraversano il mare da sud a nord,
mentre pensionati europei volano da nord a sud per godersi la
vecchiaia nel Maghreb. Ci sono dei movimenti della storia che nessuna
becera politica xenofoba potrà mai arrestare.

Allora, invece che
preoccuparsi di ondate di rifugiati o di penuria di petrolio, faremmo
bene, noi europei, ad ispirarci al vento fresco del cambiamento che
soffia attraverso il Mediterraneo e il mondo Arabo, per riscoprire
insieme alle popolazioni rivoltose, il buon vecchio gusto della
libertà, che non può essere solo una parola in un testo
costituzionale, ma deve essere una forza vibrante che attraversa
tutta la società.

Sembra una utopia? Certo
che lo è! Ma ricordiamoci che il Mediterraneo è la culla ancestrale
di tante utopie che hanno cambiato il mondo.

Movimento Nonviolento
www.nonviolenti.org
Verona, 10 marzo 2011

P.S. Ci sembra utile
riproporre, a completamento di questo nostro pensiero aperto, un
articolo di Alexander Langer, scritto più di quindici anni fa, che
già individuava i primi segnali di un risveglio del Mediterraneo. Le
voci profetiche sono spesso inascoltate, ma indicano la strada che la
storia percorre.

Fratellanza
euromediterranea

di Alexander Langer

Tutti abbiamo passato
alcuni anni in cui l’Europa occidentale ha dovuto – non senza fatica
– riscoprire la sua “altra faccia della luna”, cioè i
propri concittadini europei dell’Est. Caduti i muri e le cortine, una
reciproca amputazione durata almeno mezzo secolo si sta lentamente ed
assai contraddittoriamente rimarginando. Non si sono ammazzati
vitelli grassi per il fratello ritrovato, piuttosto si è vista la
penosa reazione di chi rifà i conti di un’eredità ritenuta già
assegnata in esclusiva ed ora, invece, da spartire.

Oggi un’altra fratellanza
affievolita o forse dimenticata è da riscoprire: quella
euromediterranea. In anni passati in Italia si è assistiti ad un
curioso dibattito geopolitico: chi voleva “entrare in Europa”,
reclamava spesso la necessità di staccarsi dal Mediterraneo,
“dall’Africa”, come talvolta si diceva in senso
spregiativo. Anche nel resto d’Europa, l’attenzione al Mediterraneo
negli ultimi anni ha subito alterne vicende, e si è ulteriormente
resa precaria dalla guerra del Golfo in poi, dove si è invece
consolidata una sorta di egemonia dell’asse USA-Stati petroliferi del
Golfo (con l’Arabia Saudita in testa), con una forte influenza nel
Mediterraneo che si è manifestata anche nella politica della spesa
pubblica. Su ogni ECU investito dalla Comunità europea, se ne sono
investiti dieci da parte degli USA ed altrettanti da parte dei
petrolieri arabi. L’assenza di una comune politica mediterranea la si
è vista non solo intorno alla guerra del Golfo: ancor più pesante
la marginalità dell’Europa nel ritrovare la pace tra israeliani ed
arabi, nel dialogo con i paesi “difficili” (come Libia,
Siria, ecc.), in alcune ingiustizie ormai da troppo tempo sopportate
(la divisione di Cipro, per esempio), nella ricerca di un nuovo
ordine post-guerra-fredda anche nel Mediterraneo. La proposta,
avanzata fin dai primi anni ’90, di organizzare per quest’area una
sorta di “Helsinki del Mediterraneo”, cioè un quadro
complessivo di accordi per la cooperazione e la sicurezza, è stata
lasciata cadere; gli stessi governi che l’avevano caldeggiata
(Spagna, Italia, poi anche Francia e Grecia), l’hanno messa nel
dimenticatoio.

Oggi i governi si
preoccupano di certi campanelli d’allarme, e tendono ad affrontarli,
ma troppo spesso in modo solo repressivo: immigrazione incontrollata,
tensioni sociali e “rivolte del pane”, la crescita
dell’integralismo islamico, i rischi del traffico illegale di droga e
di armi… insomma, i pericoli più che le opportunità. La
Conferenza inter-governativa euromediterranea, indetta dall’Unione
europea per il prossimo novembre 1995 sotto presidenza spagnola, si
prefigge – assai positivamente – un nuovo partenariato
euromediterraneo, ma rischia di limitarsi a puntare al controllo di
alcuni di questi fenomeni ritenuti minacciosi, attraverso accordi di
cooperazione e di finanziamento, senza osare un disegno più
ambizioso: un partenariato che porti ad una vera e propria Comunità
euromediterranea, a fianco ed intrecciata con l’Unione europea.

D’altra parte forse non si
può chiedere ai governi quanto dai cittadini e dalla società civile
non è ancora sufficientemente sentito e condiviso.
E’ questa oggi una sfida
ed una possibilità di grande rilievo per i cittadini ed i gruppi
europei e mediterranei. Non c’è nessun’altra area del mondo in cui
in uno spazio così concentrato si trova un’eredità così comune e
così diversificata insieme: al crocevia tra i tre continenti
(Europa, Asia, Africa) e le tre grandi religioni monoteiste
(Ebraismo, Cristianesimo, Islam), in una cornice ambientale e
monumentale con caratteristiche fortemente comuni ed oggi gravemente
minacciata.

Ecco perchè riteniamo che
sia tempo di affrontare anche dal basso la costruzione di una nuova
fratellanza euromediterranea, e di accompagnare criticamente ed
attivamente il processo che si svolge al livello delle istituzioni e
dei governi. Una parte del volontariato europeo impegnato per la
pace, per la cooperazione, per l’ambiente, per la giustizia tra nord
e sud, per uno sviluppo umano e sociale sostenibile, già opera in
questa dimensione. Ma se vogliamo davvero ravvivare e rinnovare il
patrimonio comune che lega comunità, popoli, cittadini, eco-sistemi,
economie e società mediterranee, ed intrecciarle con quell’altro
grande processo di integrazione che oggi faticosamente avviene tra
l’Occidente e l’Oriente del continente europeo, bisognerà sviluppare
una nuova sensibilità, e cogliere le molte occasioni di azione ed
inter-azione.

Bolzano/Bozen-Bruxelles/Brussel,
Maggio 1995 – editoriale per Verdeuropa.