Suicidi, la strage in carcere

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In Italia i detenuti si
tolgono la vita 9 volte di più rispetto al resto della popolazione.
Un indicatore del tasso di ‘invivibilità’ del nostro sistema
penitenziario. Ma la situazione può essere cambiata: formando gli
agenti, lavorando in rete con le Asl, migliorando le condizioni di
vita tra le sbarre.

Abbiamo raggiunto quota
56. E’ questo, secondo i dati del dossier ‘Morire di carcere’ di
Ristretti Orizzonti aggiornato a dicembre, il numero dei detenuti che
dall’inizio dell’anno si sono uccisi nelle prigioni italiane. Sempre
secondo i dati forniti dalla stessa associazione, dal 2000 ad oggi i
suicidi sono stati 747, pari a oltre un terzo del totale delle morti
tra le persone private della libertà: 2.080.

Oltre ai dati di Ristretti
Orizzonti, aggiungiamo quelli del Ministero di Giustizia, secondo
cui, dal 1990 al 2011, si sono suicidate 1.128 persone rinchiuse
nelle patrie galere. E se nel 1990 sono stati 23 i detenuti che si
sono dati la morte, tutti italiani tranne uno, l’anno scorso sono
stati 63, di cui 25 stranieri. Cifre che descrivono quella realtà
che, secondo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “non
fa onore al nostro Paese”.

Ma come va nelle carceri
di altri Stati? Risale al 2010 l’ultimo confronto statistico tra
l’Italia, i paesi europei e gli Usa. Fatta dal Centro Studi di
Ristretti Orizzonti su dati del Ministero di Giustizia, del Consiglio
d’Europa e dell’U.S. Department of Justice – Bureau of Justice
Statistics, l’elaborazione prende in considerazione il periodo
2005-2007. In questo triennio, in Italia, il tasso di suicidi nelle
carceri è stato pari a 10 casi ogni 10 mila detenuti (salito a 11,2
nel 2009 e 2010), mentre in Europa è stato di 9,4 casi e di 2,9
negli Usa.

A un primo sguardo, però,
la situazione italiana potrebbe sembrare non peggiore di altre: in
paesi come Francia, Gran Bretagna o Germania avvengono più suicidi,
pur avendo un numero di detenuti simile a quello italiano. Secondo il
documento, però, il punto non sta nei numeri, quanto nel confronto
tra la situazione dei suicidi dentro le carceri e quella fuori dalle
mura di cinta. E da questa fotografia emerge che mentre in
Inghilterra dentro le carceri ci si uccide cinque volte di più che
fuori; in Francia 3 volte di più; in Germania e in Belgio 2 volte di
più, mentre in Finlandia il tasso è lo stesso, in Italia la
popolazione detenuta ricorre al suicidio 9 volte di più rispetto a
quella libera, passando da 1,2 a 9,9 casi ogni 10 mila persone.

Questa distanza tra la
situazione esterna e quella interna mostra, secondo il rapporto, il
criterio di ‘vivibilità’ dei vari sistemi penitenziari. Negli Usa,
trent’anni fa, il tasso di suicidi tra i detenuti era simile a quello
europeo di oggi. Poi, nel 1988, il Governo istituì un Ufficio
adibito alla prevenzione del fenomeno, con uno staff di 500 persone
incaricate alla formazione del personale penitenziario. Il risultato
è stato che in poco meno di 25 anni il tasso dei suicidi all’interno
delle carceri statunitensi è crollato del 70%, assestandosi a circa
un terzo di quello italiano o europeo.

Del suicidio in carcere si
è occupata anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità proponendo
nel 2007 un documento sulla prevenzione. “Gli istituti
penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza
dei detenuti ed un eventuale fallimento di questo mandato può essere
perseguito a fini di legge”, si legge nel documento.

Ma l’O.M.S. sostiene che è
“possibile ridurre il numero di suicidi in ambiente carcerario”
e struttura il piano di intervento su alcune direttrici:
l’addestramento del personale carcerario; lo screening della persona
che entra in carcere; l’osservazione attenta dopo il suo ingresso e
la gestione dello screening; la comunicazione tra personale
carcerario sulla persona a rischio; l’intervento sociale; la cura e
l’attenzione per l’ambiente e l’architettura, così che le celle
siano ‘anti-suicidio’; il trattamento psichiatrico.

Così che “se avviene
un tentativo di suicidio ?€“ dice il Rapporto – il personale deve
essere addestrato a proteggere l’area e a prestare pronto soccorso al
detenuto nell’attesa dell’arrivo del personale medico interno e/o
esterno”. E ancora, “tutto il personale deve essere
addestrato all’uso delle attrezzature di rianimazione, che devono
essere rapidamente accessibili. Ogni membro del personale deve essere
a conoscenza del da farsi in caso di un tentativo di suicidio”.
In caso di suicidio riuscito, invece, “devono essere attuate
procedure specifiche per documentare ufficialmente l’evento e per
fornire un riscontro positivo finalizzato al miglioramento delle
attività future di prevenzione del suicidio”.

Questo articolo di Giulia Torbidoni è stato pubblicato sul sito de L’Espresso