giovedì 30 Aprile 2026
ArticoliArticoli 2009

L’Italia: nuovo paradiso fiscale

scudofiscale.jpg
Intorno
alla manovra legislativa denominata “scudo fiscale”, emendamento
presente all’interno del decreto anti-crisi, si intersecano
sensibilità diverse e argomentazioni fra loro apparentemente lontane
ma che trovano un filo conduttore comune che le sovrappone.

Un
filo legato al giudizio di fondo su questa controversa misura
economica: l’ingiustizia sociale regolarizzata che rappresenta e la
necessità contingente nei confronti di questa misura, necessità
giustificata dal vecchio detto “il fine giustifica i mezzi”.

Meglio
scegliere ciò che è giusto o ciò che è conveniente? Con lo scudo
fiscale si è alla totale presa di coscienza dell’illegalità
strisciante fra le istituzioni politiche, o si tratta soltanto di una
misura una tantum per fronteggiare la crisi, che avrà inoltre il
pregio di combattere la concorrenza sleale dei paradisi fiscali?
Della serie governo responsabile o governo ladro?
Per
rispondere ai tanti e inestricabili quesiti scatenati da questo
decreto legge andiamo per gradi, entrando per esempio (perché no?)
nel merito del provvedimento stesso, una sana abitudine che in molti
in questo paese hanno dimenticato.

In
sintesi si tratta di un provvedimento che, attraverso un incentivo al
rientro di capitali italiani depositati in maniera più o meno
lecita/illecita all’estero, si propone di drenare in maniera più o
meno massiccia le casse dello Stato, il tutto per fronteggiare la
crisi economica.
Attenzione,
questa non è un’invenzione tutta italiana, infatti è stata varata
anche da importanti paesi come Inghilterra e Stati Uniti: il concetto
è lo stesso in tutto il mondo, anche se poi ogni Paese lo
“personalizza” come meglio crede. C’è ad esempio quel paese
che fa leva soprattutto sull’agevolazione finanziaria (bassa tassa
sul rientro del capitale) oppure quello che punta su una specie di
indulto valido ai reati commessi da chi ha evaso, facendo però
pagare tutto quello che in termini monetari gli evasori devono allo
Stato da loro tradito. In sintesi scegli: o paghi poco e rischi di
andare in galera, o paghi l’intera cifra che devi allora Stato e al
fresco stavolta non ci vai (come sottolineato da Mario Draghi
parlando delle sanatorie inglesi e americane). Per un Paese dove la
lotta all’evasione è riconosciuta fondamentale così come il
fronteggiare la crisi economica, uno scudo di questo tipo rappresenta
un buon compromesso tra ciò che è giusto e ciò che è necessario.
A dettare le regole del gioco è ancora un Paese con una propria
fiscalità, una propria politica, una propria dignità da mantenere
di fronte alle altre nazioni e i propri cittadini onesti che le
tasse, seppur onerose, le pagano eccome!

La
situazione tuttavia diviene tragicomica analizzando lo scudo fiscale
italiano.
In
primo luogo l’aliquota prevista per il rientro dei capitali è al
5%, un’inezia paragonata a quelle degli altri paesi che oscillano
tra il 20-40%. In più è un aliquota in valore assoluto, come
ribadito dall’Agenzia delle Entrate, intendendo che la sua entità
è sempre la stessa a prescindere dalla quantità di tempo che quei
capitali erano ignoti al fisco. Per esempio sia un milione di euro il
capitale di un evasore: per ripulire il suo capitale è sufficiente
che egli sborsi allo Stato appena 50.000 euro, contro i 400.000 di
legali tasse statali, e tanto maggiore è il risparmio quanto
maggiore è il tempo intercorso senza aver pagato le imposte
previste. Della serie si premia chi ha fatto il furbetto per più
tempo.
Un
altro aspetto di non poco conto tocca l’aspetto etico della
vicenda. Questo emendamento, rivisto più volte e modificato in
peggio, comporta l’esclusione della punibilità penale per
tantissimi reati finanziari come: per i reati tributari come
dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o di altri
documenti; dichiarazione fraudolente mediante altri artifici;
dichiarazione infedele; omessa dichiarazione; occultamento o
distruzione di documenti contabili; per i reati penali in materia
societaria: false comunicazioni sociali; false comunicazioni sociali
in danno delle società, dei soci e dei creditori; per reati penali
come falsità materiale commessa da privato; falsità ideologica
commessa dal privato in atto pubblico; falsità in registri e
notificazioni; falsità in scrittura privata; uso di atto falso;
soppressione, distruzione e occultamento di atti veri; falsità
riguardante documenti informatici; false copie autentiche che tengono
luogo degli originali mancanti. Un indulto in piena regola, neanche
immaginabile negli altri Paesi.
Se
poi ad un elenco di questo tipo aggiungiamo che, a differenza di
tutti gli altri Paesi “condonanti”, per l’Italia è previsto
l’anonimato del contribuente (arrivano dei soldi, non si sa perché,
non si sa da chi,…) appare un quadro che dovrebbe lasciar stupiti
anche chi non mette in dubbio la bontà spirituale col quale è stata
concepita la sanatoria.
Fra
i promotori del decreto legge le argomentazioni a suo favore mi
appaiono alquanto aleatorie: “tutti i maggiori paesi
usufruiscono dello scudo
”; eccetto la Germania e comunque non
con queste caratteristiche e si tratta di una manovra unica e
straordinaria (nell’Italia tremontiana siamo già al numero tre
contando quelli del 2001 e 2002). “la sanatoria è valida per un
periodo breve, solo dal 15 settembre al 15 dicembre e dovrebbe
portare in Italia una cifra come 300 miliardi di euro
”;
essendo tali capitali ignoti al fisco, altrettanto ignota dovrebbe
essere la quantità di capitali che rientrerebbero nel Belpaese,
stime più prudenti parlano di 50-100 miliardi, e di questi solo il
5% saranno proprietà dello Stato (comunque poco e comunque
insufficiente). Sulla brevità della sanatoria essa contribuisce
ancora di più a farla apparire una manovra escogitata per chi ha
denaro talmente torbido da non lasciarsi sfuggire l’occasione
fossero anche 24 ore (un po’ come i saldi di fine stagione), con
l’aggravante di essere troppo breve per accumulare abbastanza
denaro anti-crisi ma sufficiente per chi ha urgenza di mettersi al
riparo dal Fisco.

Che
sia una manovra torbida ci viene indicato anche dai comportamenti
assunti dai parlamentari nel corso dell’iter della legge. Il Pd ha
posto in aula la pregiudiziale di incostituzionalità, accolta da un
parlamento martoriato da numerosissime assenze fra i banchi della
maggioranza (evidentemente non solo l’opposizione vede male questo
DL). Pregiudiziale che avrebbe goduto del voto favorevole della
maggioranza dei presenti se lo stesso desolante spettacolo non si
fosse osservato fra i banchi dell’opposizione (ahimè
prevalentemente dal PD).
Ah
dimenticavo, il governo ha deciso di porre la fiducia anche stavolta,
strumento evoluto da “eccezione che conferma la regola” a
“eccezione chestravolgela regola”, grazie al quale il
decreto è stato approvato con appena 20 voti favorevoli in Senato,
un’importante occasione per l’opposizione di cui sembra non
accorgersene, anch’ella in preda ad una imbarazzante crisi di
assenteismo1.
Da
qualunque punto di vista la si consideri, è una sanatoria che
eticamente ed economicamente fa acqua da tutte le parti. A me sembra
più che altro un regalo agli evasori da parte di un noto evasore
(Berlusconi), e non sarebbe la prima volta. Ma prescindendo dal mio
giudizio, questa amnistia generalizzata e praticamente totalizzante
appare una “resa senza condizioni” da parte dello Stato. Un Paese
che chiede solo il 5%, come fosse un’elemosina, a quei personaggi
che non pagando le tasse hanno contribuito all’aumentare un debito
pubblico che sta gravando sulle spalle di chi le tasse le paga
davvero e a causa loro ne paga di più, è un paese che lancia un
triste messaggio: l’Italia ha perso la dignità. L’Italia sta
premiando chi l’ha gabbata per anni, chi l’ha messa in ginocchio
di fronte ad una crisi più grande di lei. Infatti, ammesso che ci
sia buona fede, chiedere il 5% è una esortazione supplichevole,
tipica di chi non ha il becco di un quattrino per affrontare questa
crisi.
Perdita
di credibilità di fronte ai cittadini e le altre nazioni nella più
assoluta ignoranza di quanto poi, alla fine dei giochi, ci è
convenuto giocare.

Tornando
così alla domanda iniziale “meglio ciò che è giusto o
conveniente?” ci troviamo una misura sicuramente ingiusta e
probabilmente sconveniente (almeno per il Paese).
E
la lotta ai paradisi fiscali? Si, quelli d’ora in poi saranno un
po’ meno appetibili, ma per una ragione molto semplice: di paradiso
fiscale, e giudiziario, ne è nato uno nuovo: l’Italia.

1Tra
gli assenti, l’Idv Aurelio Misiti, i Pd Ileana Argentin, Paola
Binetti, Gino Bucchino, Angelo Capodicasa, Enzo Carra, Lucia
Coldurelli, Stefano Esposito, Giuseppe Fioroni, Sergio D’Antoni (che
fa sapere di essere ricoverato in ospedale), Antonio Gaglioni, Dario
Ginefra, Oriano Giovanelli, Gero Grassi, Antonio La Forgia, Linda
Lanzillotta, Marianna Madia, Margherita Mastromauro, Giovanna
Melandri, Lapo Pistelli, Massimo Pompili, Fabio Porta, Giacomo
Portas. Nell’Udc gli assenti erano Francesco Bosi, Amedeo Ciccanti,
Giuseppe Drago, Mauro Libè, Michele Pisacane, Salvatore Ruggeri.
[Fonte: La Repubblica]