Pena di morte: segnali positivi

Iniezione
letale, impiccagione, fucilazione, decapitazione: sono queste le
tecniche ancora usate per la pena di morte. Pensare che con
l’uccisione di una persona si possa fare giustizia è un metodo non
più giustificabile dalla nostra umanità.
Probabilmente i
Paesi che ne fanno ancora uso non considerano la pena capitale un
mezzo di giustizia quanto uno strumento ad uso politico per mantenere
il controllo sui cittadini. La pena di morte viene utilizzata molto
spesso per reprimere i dissidenti, come avviene in Iran nei confronti
di una minoranza araba o in Cina.
Amnesty
International ha diffuso i dati sulle esecuzioni capitali nel 2012.
Secondo il rapporto almeno 682 persone sono state giustiziate in
tutto il mondo nel corso dello scorso anno, ma numerose sono ancora
le esecuzioni di cui non si ha traccia. In teoria i paesi che
mantengono tuttora la pena capitale sono 58, ma soltanto 21 hanno
eseguito le condanne nel 2012.
Secondo
Amnesty alcuni paesi europei, tra i quali l’Italia, producevano
iniezioni letali ma, come ha spiegato David Nichols, un esperto
dell’ong a Bruxelles, “nel 2012 è entrato in vigore
nell’Unione europea il divieto di esportare medicinali usati per la
pena di morte, e questo, ad esempio, ha messo fine alle esecuzioni in
Vietnam che dipendeva esclusivamente dalle forniture europee”.
Anche
da queste informazioni si possono vedere segnali positivi.
E
difatti c’è un generale e progressivo abbandono della pratica della
pena di morte. Che però persiste negli Usa (l’unica nazione in tutte
le Americhe), in Cina e in Arabia Saudita, Iran, Iraq e Yemen che
hanno mantenuto alti livelli di esecuzione: il 99% delle condanne a
morte eseguite nella regione ha avuto luogo in questi quattro paesi.
E
in Europa? L’unico paese europeo che applica la pena di morte è la
Bielorussia. Almeno tre persone sono state giustiziate l’anno
scorso nel paese, considerato l’ultima dittatura in Europa.
La
tendenza all’abolizione sembra consolidarsi, anche perché nessuno ha
più il coraggio di sostenere che la minaccia dell’iniezione letale o
del cappio possa funzionare come deterrente per evitare i crimini
violenti. Il rapporto di Amnesty cita un’importante ricerca Usa del
2012, secondo la quale l’argomento deterrenza ha perso ormai valore.
“I governi che usano ancora la pena di morte non hanno più
scuse. Non c’è più alcuna prova che indichi che la pena di morte
abbia un potere deterrente speciale contro il crimine” sostiene
Salil Shetty.
