Un incidente nucleare che fa pensare…

Il
22 novembre si è verificato un incidente nucleare nella centrale di
Three Mile Island in Pennsylvania (Usa). Da quanto è emerso sembra
che circa venti persone siano state esposte ad un “livello basso di
contaminazione”, ma ad oggi non si conoscono ancora le cause della
fuga radioattiva.
Il
sito nucleare di Three Mile Island è già tristemente famoso per
essere stato teatro, esattamente trent’anni fa, del più grave
incidente nucleare nella storia degli Stati Uniti. Il 28 marzo 1979
una valvola nel reattore-chiave si guastò, scatenando quello che
viene ritenuto da alcuni il più grave disastro del nucleare civile
dopo quello di Chernobyl. Non vi furono morti dirette, ma dopo quel
grave episodio negli Stati Uniti non venne più costruita alcuna
centrale nucleare.
Il
governo Berlusconi sta riproponendo in Italia l’infausta strada del
nucleare.
Proprio
oggi sul quotidiano “La Repubblica” è stata pubblicata
un’intervista1al prof. Carlo Rubbia. La riporto integralmente perché credo valga
la pena riflettere bene su quanto il Nobel per la Fisica ci propone.
Come
Scilla e Cariddi, sia il nucleare che i combustibili fossili
rischiano di spedire sugli scogli la nave del nostro sviluppo. Per
risolvere il problema dell’energia, secondo il premio Nobel Carlo
Rubbia, bisogna rivoluzionare completamente la rotta. “In che
modo? Tagliando il nodo gordiano e iniziando a guardare in una
direzione diversa. Perché da un lato, con i combustibili fossili,
abbiamo i problemi ambientali che minacciano di farci gran brutti
scherzi. E dall’altro, se guardiamo al nucleare, ci accorgiamo che
siamo di fronte alle stesse difficoltà irrisolte di un quarto di
secolo fa. La strada promettente è piuttosto il solare, che sta
crescendo al ritmo del 40% ogni anno nel mondo e dimostra di saper
superare gli ostacoli tecnici che gli capitano davanti. Ovviamente
non parlo dell’Italia. I paesi in cui si concentrano i progressi sono
altri: Spagna, Cile, Messico, Cina, India Germania. Stati Uniti”.
La
vena di amarezza che ha nella voce Carlo Rubbia quando parla
dell’Italia non è casuale. Gli studi di fisica al Cern di Ginevra e
gli incarichi di consulenza in campo energetico in Spagna, Germania,
presso Nazioni unite e Comunità europea lo hanno allontanato dal
nostro paese. Ma in questi giorni il premio Nobel è a Roma, dove ha
tenuto un’affollatissima conferenza su materia ed energia oscura
nella mostra “Astri e Particelle”, allestita al Palazzo
delle Esposizioni da Infn, Inaf e Asi.
Un’esibizione
scientifica che in un mese ha già raccolto 34mila visitatori.
Accanto all’energia oscura che domina nell’universo, c’è l’energia
che è sempre più carente sul nostro pianeta. Il governo italiano ha
deciso di imboccare di nuovo la strada del nucleare.
Cosa
ne pensa?
“Si
sa dove costruire gli impianti? Come smaltire le scorie? Si è
consapevoli del fatto che per realizzare una centrale occorrono
almeno dieci anni? Ci si rende conto che quattro o otto centrali sono
come una rondine in primavera e non risolvono il problema, perché la
Francia per esempio va avanti con più di cinquanta impianti? E che
gli stessi francesi stanno rivedendo i loro programmi sulla
tecnologia delle centrali Epr, tanto che si preferisce ristrutturare
i reattori vecchi piuttosto che costruirne di nuovi? Se non c’è
risposta a queste domande, diventa difficile anche solo discutere del
nucleare italiano”.
Lei
è il padre degli impianti a energia solare termodinamica. A Priolo,
vicino Siracusa, c’è la prima centrale in via di realizzazione.
Questa non è una buona notizia?
“Sì,
ma non dimentichiamo che quella tecnologia, sviluppata quando ero
alla guida dell’Enea, a Priolo sarà in grado di produrre 4 megawatt
di energia, mentre la Spagna ha già in via di realizzazione impianti
per 14mila megawatt e si è dimostrata capace di avviare una grossa
centrale solare nell’arco di 18 mesi. Tutto questo mentre noi
passiamo il tempo a ipotizzare reattori nucleari che avranno bisogno
di un decennio di lavori. Dei passi avanti nel solare li sta muovendo
anche l’amministrazione americana, insieme alle nazioni
latino-americane, asiatiche, a Israele e molti paesi arabi. L’unico
dubbio ormai non è se l’energia solare si svilupperà, ma se a
vincere la gara saranno cinesi o statunitensi”.
Anche
per il solare non mancano i problemi. Basta che arrivi una nuvola…
“Non
con il solare termodinamico, che è capace di accumulare l’energia
raccolta durante le ore di sole. La soluzione di sali fusi utilizzata
al posto della semplice acqua riesce infatti a raggiungere i 600
gradi e il calore viene rilasciato durante le ore di buio o di
nuvole. In fondo, il successo dell’idroelettrico come unica vera
fonte rinnovabile è dovuto al fatto che una diga ci permette di
ammassare l’energia e regolarne il suo rilascio. Anche gli impianti
solari termodinamici – a differenza di pale eoliche e pannelli
fotovoltaici – sono in grado di risolvere il problema dell’accumulo”.
La
costruzione di grandi centrali solari nel deserto ha un futuro?
“Certo,
i tedeschi hanno già iniziato a investire grandi capitali nel
progetto Desertec. La difficoltà è che per muovere le turbine è
necessaria molta acqua. Perfino le centrali nucleari in Europa
durante l’estate hanno problemi. E nei paesi desertici reperire acqua
a sufficienza è davvero un problema. Ecco perché in Spagna stiamo
sviluppando nuovi impianti solari che funzionano come i motori a
reazione degli aerei: riscaldando aria compressa. I jet sono ormai
macchine affidabili e semplici da costruire. Così diventeranno anche
le centrali solari del futuro, se ci sarà la volontà politica di
farlo”.
1Articolo
di Elena Dusi
